30 anni di lotta

Di Matteo Diotalevi

Da una finestra dell’associazione, in un dicembre in cui l’inverno si percepisce appena, scorgi la guglia della Mole Antonelliana avvolta dalla foschia. Un’immagine per nulla nitida, quasi in subbuglio. In subbuglio come lo sono da 30 anni a questa parte tutti quei disperati che si rivolgono alla Lenad, lega nazionale antidroga. Un lungo percorso di vita per un’associazione che sin qui mai ha fatto mancare la sua presenza a sostegno dei tossicodipendenti di tutto il Piemonte.

Facile immaginare quanto sia stato complicato farsi largo in una città come Torino dove la tossicodipendenza è da sempre di casa. Nella mappa del mercato della droga, è una fra le maggiori piazze di spaccio del Nord Italia, vicina alla Svizzera da cui tanti italiani riportano marijuana e a quella Liguria attraverso cui arrivano i rifornimenti di sostanze prima dalla Spagna e poi dall’Africa. Una città che negli anni ’80 e ’90 era famosa, fra le altre cose, per quel parco Stura così frequentato e abitato da eroinomani da essere rinominato Tossic Park.

Una città in cui a dettar legge in fatto di politiche antidroga è stato ed è ancora quel prete carismatico che è Don Ciotti, tanto grande nel suo lavoro di sensibilizzazione sulle mafie, quanto deciso sostenitore della riduzione del danno a proposito del problema della tossicodipendenza. Ma anche quella città in cui negli anni duemila, nonostante la cocaina abbia preso il sopravvento sull’eroina, si è tornato a parlare delle stanze del buco, dove i tossici potrebbero “farsi” tranquillamente lontano da occhi indiscreti e da sguardi perbenisti. Una boutade elettorale, a sostegno dell’ordine pubblico secondo i politici, ma già chiaramente anacronistica data l’esperienza da dimenticare della Svizzera. In questo contesto la Lenad ha continuato a combattere.

«Questa realtà è nata nell’’81 con due obiettivi: sostenere le famiglie con figli tossicodipendenti e portare avanti una battaglia culturale e politica in un clima molto vivace – spiega il giornalista Sergio Pellegrino, amico da sempre di questa realtà torinese – Poi negli anni ’90 la Lenad ha deciso di abbandonare l’agone politico per dedicarsi unicamente alla lotta concreta contro le tossicodipendenze». Non una sconfitta, probabilmente solo l’ovvia conseguenza per chi, portando avanti questa opera in maniera volontaria, si è stancato di battersi contro i mulini a vento, dedicando invece maggior tempo alla cura di chi chiede aiuto. Perché se è vero che Tossic Park è stato ripulito e che camminando sotto i portici del centro addobbati per i 150 anni dell’Unità d’Italia si nota una città più che decorosa ad eccezione di qualche senzatetto, è altrettanto vero che il problema si è semplicemente spostato. Che siano i Murazzi, la zona della movida notturna, San Salvagno, Spina 3, Porta Palazzo poco cambia. Non è un caso che nell’ultima Relazione al Parlamento sulle tossicodipendenze il Piemonte sia fra le regioni con più tossicodipendenti bisognosi di trattamento da oppioidi. E che il problema interessi in gran parte il capoluogo di regione, lo ha sottolineato la ricerca effettuata dalla Società Metropolitana Acque Torino assieme all’Istituto Mario Negri di Milano, che ha analizzato le acque reflue di Torino e Provincia nelle vasche del depuratore Po Sangone di Castiglione Torinese, scoprendo che le acque del fiume sono cariche di sostanze stupefacenti. Quantità tanto rilevanti dei principi attivi delle sostanze da poter immaginare che ne uscirebbero oltre 26 mila dosi di eroina e 9.800 di cocaina al giorno.

Richiesta d’aiuto
Sono tante e di tutte le età le persone che arrivano alla Lenad per chiedere una mano. Qui trovano tanto sostegno da tornarvi con piacere anche quando hanno superato il loro problema. Visite che non potevano mancare in occasione della conferenza stampa organizzata per celebrare i 30 anni dell’associazione. Si affacciano curiosi nella stanza preparata per l’occasione salutando chi li ha aiutati a mettersi alle spalle l’inferno della dipendenza. Lorenzo Papagna è il presidente dell’associazione, succeduto alla fondatrice Piera Piatti (vedi intervista a lato, ndr), e conosce bene la situazione: «Le storie di chi si rivolge a noi sono le più diverse e anche l’età è trasversale. Iniziano attorno ai 13-14 anni, per arrivare a noi e ai servizi già dai 17 e 18.

La maggior parte delle persone con cui abbiamo a che fare va però dai 25 ai 35 anni, oltre ai vecchi tossici over 40 che ci vengono inviati dai SerT». E’ così che per la Lenad passano professionisti rovinati dalla cocaina, giovani tanto dipendenti dalle sostanze che prima di entrare a scuola si fanno le canne, il pomeriggio tirano di coca “per studiare meglio” e prendono eroina la sera perché altrimenti “non riescono a dormire”. Ma anche fratelli maggiori che fanno entrare nel giro quelli più piccoli, chi alle sostanze somma problemi di alimentazione e chi, quasi tutti, l’abuso di alcol. Tanti quelli con problemi di doppia diagnosi, cioè che al problema di tossicodipendenza sommano anche disturbi mentali. «Facciamo una fatica improba a portare avanti la nostra attività perché il nostro è un programma drug free e non di riduzione del danno – continua Papagna – Per questo motivo facciamo a meno del metadone e di qualsiasi altro farmaco sostitutivo. Siamo rimasti ormai gli unici a farlo su questo territorio, ma la strada che abbiamo scelto ci sta ripagando».

Alla Lenad le persone trovano la possibilità di affrontare due differenti percorsi, che hanno però un unico punto di partenza, come spiega la psicoterapeuta Francesca Solero: «Chi fa uso di sostanze ha bisogno di trovare affetto per riaprirsi e vivere le emozioni sopite con la droga. Allo stesso tempo c’è bisogno di autorevolezza per fare rientrare la persona nelle regole a cui era sfuggito o che mai aveva avuto». E così c’è chi sceglie di affrontare un percorso a Torino e chi viene indirizzato verso la comunità di San Patrignano. «Se inizialmente la Lenad vide nelle comunità un valido percorso di cura, a inizio anni 90 ha voluto sperimentare anche un altro approccio alla tossicodipendenza. Questo non prevede un distacco fisico da Torino, purché la persona abbia un impegno quotidiano che sia lavoro o studio e che abbia una famiglia a sostenerlo alle spalle. Il giovane resta in percorso attorno ai due anni venendo ogni giorno in associazione per seguire una terapia emozionale di gruppo e sottoponendosi spesso a test delle urine. E’ così che resta inserito nell’ambiente sociale e affettivo al di là dei problemi». E i risultati non sembra tardino ad arrivare:«Un percorso che dal ‘90 ad oggi ha visto 400 persone per un 50% circa di riuscita. Sappiamo che 120 l’hanno finito con successo, 80 sono entrati in comunità e una ventina di persone che si sono ritirate prima della fine, ora stanno comunque bene».

La scelta della comunità
Per tanti altri, almeno un migliaio dall’81 ad oggi, invece la scelta di entrare da subito nella comunità di San Patrignano. Indifferentemente dal percorso che scelgono di affrontare, alla Lenad incontrano tanta umanità. «Per la prima volta trovai un ambiente che non mi era ostile – rivela Giacomo, che a soli 18 anni chiese aiuto a questa realtà – Durai 4, 5 mesi, ma ero troppo scoppiato perché mi potessero gestire. Così abbandonai e dopo qualche anno mi sono comunque ritrovato a San Patrignano». Come lui anche altri casi difficili sono stati indirizzati alla comunità, come spiega ancora Francesca: «Non è l’unico che ha iniziato il percorso a Torino e che poi è stato indirizzato a Sanpa, ormai l’unica realtà con cui continuiamo a collaborare. La maggior parte però di chi va a in comunità si rivolge a noi già con questa idea, magari indirizzati dal Sert». Una volta che i ragazzi sono entrati, poi la Lenad non abbandona i genitori. «La Lenad per me è stata fondamentale, – racconta una mamma – Al Sert mi sentivo sola come un cane. Loro aprono alle 9 del mattino e chiudono alle quattro di pomeriggio, poi sono affari tuoi. La Lenad invece mi ha dato compagnia. Stiamo affrontando una psicoterapia di gruppo e, nonostante dai racconti emergano storie diverse, il dolore è comunque lo stesso per tutti. In questa maniera quando mio figlio uscirà da Sanpa troverà una madre cambiata. E’ un percorso in parallelo».

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