Africa punto focale

Di Fabio Bernabei

La cocaina che dalla Colombia invade l’Europa e gli Stati Uniti, oggi passa per l’Africa Occidentale. Questo territorio conosce per la prima volta anche il consumo di droga, con enormi danni al tessuto sociale. Questa la denuncia fatta da Alexandre Schmidt rappresentante regionale dell’Ufficio contro la droga e il crimine delle Nazioni Unite – Unodc – intervistato a San Patrignano in occasione del WeFree Day.
Da qualche anno i narcotrafficanti hanno scelto come basi di transito i Paesi della Guinea Bissau, Sierra Leone, Senegal, e gli altri di quella regione Africana, a causa delle crescenti difficoltà sorte in seguito al lavoro di interdizione delle forze di polizia statunitensi ed europee sulle rotte dirette.
In quella regione dell’Africa i governi infatti non hanno le capacità e le risorse per contrastare la criminalità che così si è insediata stabilmente nei loro confini, costruendo laboratori di raffinazione dove dalle foglie di coca sudamericane traggono cocaina purissima fino al 98%.

«Questa zona non era mai stata interessata dal traffico di droga, mai! – insiste il direttore regionale dell’Unodc – Nella zona non esisteva neanche il consumo. I motivi principali per cui i cartelli della Colombia hanno deciso di cambiare le rotte del traffico dall’America con destinazione finale l’Europa sono due: uno di tipo economico, l’area euro è più forte della valuta in dollari, e l’altro per le elevate capacità di interdizione delle varie agenzie di polizia sia statunitensi che messicane. E’ molto più conveniente per i trafficanti sfruttare le deboli capacità difensive degli stati dell’Africa Occidentale».
Le nude cifre traducono questa situazione in più di 7000 chili di cocaina sequestrati nel 2008 in Europa e provenienti per gran parte per via aerea dall’Africa Occidentale. In particolare diversi carichi sono stati ritrovati sulle coste italiane, lanciati nottetempo da elicotteri e piccoli aeroplani.
«Di recente assistiamo a un’ulteriore evoluzione del fenomeno locale che vedeva quella parte di Africa solo come una zona di transito. Ora – ci informa Schmidt – il livello di operatività e di sofisticazione delle organizzazioni gli ha permesso di trasformare il West Africa in una zona di produzione: cocaina ai massimi livelli di purezza, eroina, ma anche e soprattutto, anfetamine».

Indagini dell’Unodc e dell’Interpol hanno scoperto nell’area diversi siti di stoccaggio di sostanze chimiche in grado di produrre o raffinare stupefacenti. Alexandre Schmidt, ha spiegato che «Al di là del fatto che questi sono prodotti che possono essere utilizzati per la fabbricazione di stupefacenti, sono sostanze che hanno un altissimo livello di tossicità per la popolazione. E questo crea un problema di salute pubblica».
L’inerzia delle forze locali di fronte a queste minacce è dovuto al guadagno derivante dal commercio delle sostanze che ha arricchito tutti, a partire dagli esponenti dei governi, destabilizzando sia la società civile che le istituzioni.

Soluzioni? Alexandre Schmidt ne individua tre : «Il primo pilastro dell’azione decisa dall’UNODC è senz’altro quello di aumentare le capacità d’interdizione, ma anche la capacità del sistema giudiziario di cambiare l’ambiente sociale: finché ci sarà l’impunità per i trafficanti non arriveremo a soluzione. I criminali devono essere scoperti dalla polizia, arrestati e portati davanti ad una corte di giustizia per essere processati. Tutto questo oggi non esiste in quei Paesi dove invece i narcotrafficanti si muovono impuniti».
Il secondo pilastro è intercettare il riciclaggio di denaro. Il terzo è il recupero dei tossicodipendenti che si sta moltiplicando in maniera esponenziale e allo stesso tempo fare opera di prevenzione.

«Purtroppo la corruzione è arrivate a inficiare l’azione di Governo, che non collabora più pienamente con le agenzie internazionali. Per questo dobbiamo ricordare a tutti che la colpa di questa situazione è di poche persone e non dell’intera popolazione che ne soffre le conseguenze. Il nostro ruolo, come Unodc, è quello di articolare un’azione di lobbying a livello della comunità internazionale per esercitare una pressione al fine di far rispettare le convenzioni Onu che sono state firmate e ratificate».
Serve un nuovo approccio globale sia per fornire gli strumenti necessari ai governi che cercano di far fronte alla criminalità organizzata, sia per esercitare una pressione da parte della comunità internazionale sulle amministrazioni dei Paesi africani corrotte dagli ingenti profitti del traffico di droghe.

Per questo nel 2008 è stato siglato il West Coast Initiative (WACI). Le quattro nazioni attualmente coinvolte nell’iniziativa – Costa d’ Avorio, Guinea-Bissau, Liberia e Sierra Leone – hanno adottato il “Freetown Commitment”, che prevede l’ implementazione di un Piano Regionale d’Azione contro le droghe e il crimine. Il Commitment mira a incrementare capacità specifiche anti droga delle locali forze militari e di polizia attraverso unità transnazionali di intelligence, insieme al rinforzamento delle capacità giudiziarie nazionali.