Andava forte Mauro

Andava forte Mauro. Su e giù per gl’aspri pendii delle montagne marchigiane. Montagne forse non altissime, ma ripide da scalare per quel bambino che sognava le vette alpine del Giro d’Italia. Ripide, eh già… come lo sono state le salite che Mauro ha incontrato nella sua vita. Ad un certo punto la bicicletta non saliva più. Anzi. Sembrava tornare indietro, verso il precipizio…

Una storia che parte da Filottrano quella di Mauro. Un microscopico paesino che conta più bar che anime. A cosa servono i bar in un posto così? Beh, presto detto…ad ospitare gli appassionati di ciclismo, vero e proprio oggetto nel piccolo centro marchigiano. Il calcio è seguito, ci mancherebbe, siamo pur sempre in Italia. Ma è il ciclismo a fare la parte del leone tra le preferenze di vecchi e giovani a Filottrano. E così li trovi lì, bicchiere di vino alla mano, che non possono fare a mano di affollare i bar e seguire le grandi corse a tappe.
Mauro non è da meno. Anche lui segue il ciclismo. Fin da bambino. Un cuore diviso a metà tra la passione per i colori bianconeri della Juventus e i campioni delle due ruote. Ma si sa, alla fine bisogna scegliere. E Mauro si ritrovò a decidere che sport praticare. Però, caspita, gli piacciono tutte e due…

Estate 1998. C’è un piccolo scalatore romagnolo che tiene milioni d’italiani incollati al televisore. Fisico minuto, occhiali da sole e bandana sulla testa. Un corridore come tanti in apparenza, il classico scalatore di lungo scorso. Ma quando la salita si fa più dura quell’anonimo ciclista si trasforma in un campione. Getta la bandana da cicloamatore della domenica e si mette le vesti del “Pirata”. Si scatena, ringhia sui pedali e lascia tutti lì.
Si chiama Marco Pantani. E in quell’estate arriva sull’olimpo degli dei del ciclismo. Vince Giro d’Italia e Tour de France. Il top per un corridore.
Mauro è tra quei milioni d’italiani che non riescono a staccare gli occhi dal televisore.
Marco è un ragazzo che ha sofferto per arrivare fino a lì. Incidenti, occasioni mancate e tanta sfortuna prima di esplodere. Mauro questo lo sa, ed è per questo che gli piace. Perchè anche Mauro dentro soffre. Soffre e non lo dice…

E così a 11 anni arriva la scelta. Mauro opta per le corse. Negli occhi sono impresse le scalate di Marco, nelle gambe è scolpita la voglia di volare in sella alla bici. Il pallone passa in secondo piano.
Ma c’è un piccolo intoppo. Manca proprio lei: la bici.
E’ papà Franco che per primo si accorge della passione di Mauro. Nota che il terzo dei suoi figli, il più piccolo, si accende improvvisamente quando guarda le corse. Così un giorno papà Franco torna a casa con un regalo per il suo giovanotto. Una bici da corsa, nuova di zecca.
Per Mauro è semplicemente l’apoteosi.
Non perde tempo il ragazzo. Si mette subito a correre seguendo la scia immaginaria del suo campione.
E corre bene. Tanto che qualcuno se ne accorge. Così Mauro entra a far parte di una squadra locale.
Cominciano le gare, le prime corse agonistiche. Avverte da subito il peso della competizione. Il ciclismo è uno sport di sacrificio, di sofferenza. E Mauro di sofferenza ne avrebbe da vendere. Colpa di quel suo carattere sensibile, poco incline al contatto con gl’altri, perché ha paura di esser ferito. Ma andare in bicicletta vuol dire anche questo. Gli ingredienti di questo sport non sono solo la strada, la bici e l’uomo, come comunemente si pensa. Mauro conosce presto un altro aspetto, fatto di gomitate in gruppo, scorrettezze di ogni tipo e soprattutto di doping. La proposta arriva presto: vuoi andare più forte? Allora vai da quel medico e prendi quello che ti prescrive.
Manco a parlarne di queste cose con Mauro. Non se ne parla proprio. Troppo orgoglioso per ricorrere a questi mezzi. Il suo è un no secco, non c’è spazio per ripensamenti.
Così gli altri vanno. Vanno forte. Anche Mauro va forte. Ma non abbastanza.
E così ecco riaffiorare quell’antica sofferenza. Quell’insicurezza latente. Quella paura di essere niente più che un buon gregario. Nel ciclismo, come nella vita.

Come può un ragazzo che aveva detto no alla scorciatoia del doping dire di sì all’inferno della droga? Chiedetelo a Mauro. La risposta sta nella sua vita
In meno di due anni ha cambiato radicalmente la sua esistenza. Dalla bici all’eroina.
Per uno strano scherzo del destino anche il suo idolo di sempre era smontato dalla sella. Ancora una volta cadendo. Stavolta per sempre.
Marco Pantani è morto il giorno di San Valentino del 2004.
La sua ultima tappa l’ha portato a spegnersi in uno squallido residence di Rimini. Un’overdose di cocaina ha spazzato via i resti del grande campione. Ma Marco era già morto da tempo. Da quella squalifica infamante. Da quell’ombra oscura dell’accusa di essere un dopato….
Mauro è attonito quando sente la notizia. Non vuole crederci. E’ un colpo duro da assorbire. Pantani in fondo non l’ha nemmeno mai conosciuto eppure è come se a morire sia stato il suo migliore amico. E sa bene che la sua vita sta prendendo una piega simile…

C’è una data particolare anche nella storia di Mauro. Il 13 Novembre 2007. Apparentemente un giorno come un altro. Per Mauro no. E’il giorno dell’ overdose che gli ha cambiato la vita. Già cambiato la vita. Mentre a Marco, la vita, gliel’ha tolta. E’ qui che la storia del campione e del suo piccolo tifoso prende strade diverse…

Dentro quell’eroina c’era della sabbia. Si, proprio sabbia. Ci vuol poco a finire all’ospedale per questo. Come ci vuol poco a vedere il proprio braccio mandato in cancrena. Quella robaccia ha rischiato di farglielo tagliare il braccio a Mauro.
Due mesi di coma , sei di riabilitazione. Altro che bicicletta. Qua c’è da salvare una vita e poi da ricostruire una persona. Il primo obiettivo Mauro lo raggiunge in ospedale, dopo eterni attimi di lotta tra il buio e la luce. Il secondo lo sta cercando qua a San Patrignano.

E adesso?
Dalla paura di perdere il braccio alla voglia di rimontare in sella, e soprattutto di tenere ben saldo il manubrio. Si guarda l’arto ferito Mauro. Quando è entrato a San Patrignano sembrava l’ala spezzata di un uccellino. Un bastone rigido e informe, privo di sensibilità. Ci sono volute tante palline da tennis strette con rabbia, ma soprattutto con la voglia di tornare in bici, per tornare a crederci.
Credere, sperare e infine vedere.

Qualche mese fa qualche vecchietto ha detto di aver visto un ragazzo correre forte in bicicletta. Una faccia che non si vedeva da tempo da quelle parti.

Mauro pedala. Non è sciolto come un tempo ma l’orgoglio lo porterà in cima. Anche la testa è cambiata. Timido come allora. Come quando rallentava e faceva passare tutti perché si vergognava di andare sul podio. Ma consapevole che adesso quell’insicurezza non dovrà più frenarlo.
Gli si inumidiscono ancora gl’occhi quando gli parli di Marco.
“Speriamo che almeno stia volando in cielo…- mi confida lasciandosi andare-tanto a volare nelle strade adesso ci sono io…”, sorride strizzandomi l’occhio.