Angeli senza ali

Mi hanno già chiamato non so quante volte. Non riesco ad alzarmi dal letto. Non mi sento bene. Poi un bacio. Una voce. “Dovevo salutarti”. E’ mia sorella. Strano. Sono mesi che non mi guarda in faccia, che non risponde alle mie telefonate. Facile farlo adesso. Me ne sto andando. Che rabbia mi sale. Eppure sono contenta che sia venuta. Comincio a sentire i brividi. Ho un po’ di metadone in frigo, così almeno posso sopravvivere. Almeno fino a là. Mi da fastidio anche solo il pensiero.

Mi portano in comunità. E’ ora, si parte. Direzione inferno. Sono in macchina. Guardo fuori dal finestrino, ma ho l’impressione di non vedere niente. Una marea di alberi si alternano a case, comunque tutto passa sotto ai miei occhi nella totale indifferenza. Non ho più soldi nel cellulare. Non importa, userò quello di mio padre. Non può negarmelo. Si sta liberando di me, vuole impedirmi di sentire i miei amici? Alzo la testa. Loro sono in macchina. Davanti. I miei genitori. Io sono voluta salire dietro, da sola. Non riesco neanche a guardarli in faccia. Non li sopporto. Mi danno fastidio. E spero se ne accorgano. Che si rendano conto di quanto male mi stanno facendo.

Il viaggio non è lungo. Meno di un’ora e io lo passo sempre al telefono. Coi miei amici. Ho bisogno di sentire le loro voci. Chissà per quanto non lo farò. Almeno qualche mese. Insomma il tempo di placare le acque. Di far passare la rabbia e poi potrò tornare. Devo tornare. Siamo arrivati. Una saletta d’aspetto piccola. Le mie valige. Chissà cosa ci sarà dentro. Non riuscivo a prepararle, ero sempre troppo sconvolta per fermarmi. Mia mamma ha fatto tutto. Già me lo immagino, non ci sarà niente di quello che uso sempre. Lei non riesce mai ad indovinare le cose che amo. Figurati. Siamo così diverse. I miei si siedono. Io faccio qualche parola crociata, ma mi addormento. Chiamo Luca. Piange. Perché non sono andata a salutarlo questa mattina. Mi viene da ridere. L’unica che sta per attraversare la porta degli inferi sono io e sembro circondata da persone che piangono. Che vadano al diavolo. Sono l’unica che dovrebbe star male. Come ho fatto ad arrivare a questo punto?Apro la borsa. E’ piena di spade, cucchiai. Ora ricordo. Prendo tutto e lo lascio in mano a mio padre. Non mi serviranno qui.

Sono arrivate a prendermi. Sono due ragazze. Sorridono. Una è qui da tre anni. E ride. L’altra si chiama N. Il mio angelo custode, mi dicono. Siamo a posto. Mi mancava un’altra tossica attaccata tutto il giorno. A me piace stare da sola. Io ho già delle amiche, non me ne servono di nuove. Non sono loro il problema. Sono io. Tiro un sospiro. Caccio indietro le lacrime. Saluto ed entro. Senza voltarmi. Senza guardare i miei. Non riuscirei a non implorarli di riportarmi a casa.
Questo è stato l’inizio. Quattro anni fa. 5 Novembre 2004. Non potrei dimenticare mai quel giorno. Come se me lo avessero marcato col fuoco sulla pelle.

Ero arrabbiata. Spaesata. Ero lontano da casa e non avevo la più pallida idea di quello che mi aspettava. Sono passati quattro anni. So cosa mi aspetta e a volte sono spaventata come allora, più di allora. Ci sono momenti in cui ho l’impressione di non farcela. Oggi come ieri. Dopo tanto tempo uno pensa che sia tutto a posto. In realtà non è così. Come succede nella vita le prove da superare sono continue. A volte più grandi di quelle che ti aspettavi o che credevi di poter reggere. Cambiano i problemi che affronti. Cambiano i modi. Cambia che adesso piango. Che a volte non mi bastano due persone vicino. Cambia che il mio angelo non c’è più, ma come ieri, torna a trovarmi. Parliamo. Mi tira su, mi fa ridere. Mi manca, da angelo si è trasformata in amica.

Ho ancora paura di non farcela? Ogni giorno. Ma so che devo camminare. Devo andare avanti. Per la mia vita. Che ora voglio e che mi aspetta. Lo sento.
Magari un giorno verrò qui con il mio angelo. E ridendo, insieme, faremo sorridere un’ altra ragazza. Che magari ancora non ci crede e ha una paura tremenda di non farcela.

Forse insieme, riusciremo a farle sentire che invece, è possibile.