Antidolorifici per l’anima

Sono un modo facile per tenere a bada il dolore. Il male fisico, quello cronico che non passa mai ed è sempre lì come una morsa ostinata.
Il male provocato da ferite, incidenti, malattie debilitanti come tumori, ha trovato negli antidolorifici oppioidi una soluzione.
Efficacissimi contro il dolore cronico, oxycodone, hydrocodone sono perfetti anche nei confronti di ogni dolore di minore portata come mal di schiena, cervicalgia, mal di denti ecc.
Peccato che oltre a far passare il male, questi farmaci, come ogni oppioide che si rispetti, forniscano una sensazione di benessere diffuso. Una di quelle che… danno dipendenza.

A detta di chi ne farebbe uso, questi farmaci spingono nell’oblio i problemi. Ansia, depressione, preoccupazioni, svaniscono in fretta. Le negatività si allontanano avvolte in una nebbia confusa lasciando il posto ad una piacevole euforia. “Ti senti in cima al mondo senza perdere, al contempo, il totale controllo di quanto ti accade”, spiega il Dott. Phil Wright della società americana per la cura del dolore. “Per questo il rischio che questi antidolorifici oppioidi sviluppino dipendenza, è altissimo. Non tanto dipendenza fisica, ma psicologica, la più difficile da curare”.

E proprio questa sensazione sarebbe quella che cercano coloro che ne fanno uso, attratti per di più dalla accessibilità di questo sballo legale. I medici, hanno la ricetta facile e poi, per i più impazienti ci sono pur sempre Internet e il mercato di strada. Il boom è esploso negli ultimi dieci anni e a farne uso sarebbero un po’ tutti, dagli eroinomani ai ragazzini in cerca di uno sballo “sicuro”, dai professionisti alle casalinghe. Un bacino eterogeneo di consumatori che si rivolgono agli antidolorifici non per curare il dolore del corpo, problematica per cui sono stati pensati, ma per lenire i malesseri dell’animo.

A portare questo trend agli onori della cronaca, ci hanno pensato le celebrities. Personaggi famosi come Heath Ledger, Michael Jacskon, Anna Nicole Smith, Brittany Murphy. Sono solo alcuni nomi della lunga lista di famosi stroncati da qualche mix letale di farmaci assolutamente legali e presi su prescrizione medica. Anne Nicole Smith ha dato vita ad uno dei casi più romanzeschi degli ultimi anni, uno di quelli che fanno la gioia di rotocalchi e tabloid. La bionda pin up di playboy, all’età di 26 anni sposa un attempato miliardario di 89, J. Howard Marshall. Alla morte di lui, segue una saga giudiziaria per l’eredità, la modella contro i familiari del vecchio Marshall convinti di avere a che fare con nient’altro che un’arrampicatrice sociale. Anna diventa un personaggio pubblico, si dibatte tra saghe amorose, un figlio che entra ed esce dalla rehab, lei che ingrassa e dimagrisce a vista d’occhio, le battaglie con il cibo, con l’alcool, con le droge, le pressioni per l’audience una volta che riesce ad ottenere un reality tutto suo e infine una morte, pochi anni dopo, senza soldi e ricoperta di metadone e antidolorifici. I suoi tratti principali? La depressione, i disordini alimentari, il desiderio di piacere e compiacere, una voragine di insicurezze affogate dentro una vita di abusi ed eccessi.
“Avessimo potuto guardare dentro la sua borsetta – scrive Peter Conrad sull’Observer – avremmo potuto trovare una farmacia intera. Un numero di droghe tale, eccitanti e depressive, sufficienti per addormentare e resuscitare un elefante: Aldactazide, Decadron, Demerol, Imipramine, methocarbamol, Prilosec, Propulsid, Seldane, Synthroid, temazepam, Vicodin e Xanax. Farmaci che Anna era solita ingoiare tra qualche shot di tequila e sniffata di cocaina, giusto per far andare avanti il suo fisico, già molto provato”.
All’inizio, questi farmaci le servivano per sopportare il dolore dovuto a tutte le operazioni di chirurgia plastica cui si era sottoposta ma ben presto è diventato un’abitudine. Un’abitudine quasi scontata per una come lei abituata ad essere sempre su di giri. Una che con la vita non aveva ancora fatto pace. Come Michael Jackson o Heath Ledger, giovane attore di talento morto sopraffatto dai propri demoni. Dopo aver dato vita ad interpretazioni memorabili in film come Ritorno a Brokeback Mountain o Il cavaliere oscuro, Heath è morto a soli 28 anni per un mix di farmaci, fondamentalmente oppioidi e benzodiazepine. Pare che da tempo avesse problemi di insonnia e depressione e che per fronteggiarli, non avesse trovato nulla di meglio che manciate di droghe legali.

La nostra società è estremamente recettiva ad ogni rimedio che funga da risposta facile ed immediata ad un qualsiasi problema – spiega Anna Rochon Ford, autrice di The Push to Prescribe – nel momento in cui uno stato, una condizione della mente o del corpo viene etichettata come malattia, a nostra cultura ci porta immediatamente a fare la seguente associazione: “malattia = farmaco”. Le case farmaceutiche, con le loro pubblicità e operazioni di marketing, sono state estremamente abili a far passare l’idea che per ogni condizione ci sia un farmaco adeguato, studiato proprio per quella condizione. E quindi se mi sento in un certo modo, la mia mente è più allenata a sviluppare il seguente pensiero “forse ho bisogno di un determinato farmaco”, che non a valutare metodi alternativi o a confidare nella naturale abilità del corpo umano di curarsi da solo, di superare le difficoltà che la vita presenta”.

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