Caffè antidroga

Vent’anni fa le giungle nella regione Chiang Rai, che per centinaia di chilometri formano la frontiera tra il nord della Tailandia e la Birmania, erano terra di nessuno. L’intera zona era controllata da bande di narcotrafficanti e le montagne erano ricoperte di papaveri bianchi da oppio. La terra era bruciata a causa dei metodi arretrati di coltivazione e la foresta, un tempo tra le più folte e ricche del mondo, stava scomparendo. Nei giornali si leggevano notizie sulla produzione della droga, parlando del triangolo d’oro con quegli stessi termini che oggi sono riservati all’Afghanistan. Eppure oggi quelle stesse montagne sono libere dall’oppio. I contadini hanno sostituito i campi di papavero con piantagioni di caffè, macadamia e the verde. Dove una volta c’era la più grande piazza di narcotraffico al mondo ora si trova un agriturismo che attira più di un milione di visitatori all’anno. Come è stato possibile tutto ciò?
Questa grande impresa è stata compiuta da una fondazione, Mae Fah Luang, patrocinata e sostenuta dalla famiglia reale tailandese. Operando su un’area di centocinquanta chilometri quadrati nella zona di Doi Tung, ha creato dozzine di attività, dall’agricoltura alla lavorazione dei prodotti alimentari, dalla tessitura alla commercializzazione di alto artigianato e design.
Tutto iniziò nel 1988, quando, all’età di 88 anni, la Principessa Madre Sringarindra, da tempo sostenitrice delle popolazioni indigene, decise di trasferirsi nelle zone più difficili del Paese, rivendicando la terra e i diritti per i suoi abitanti. Impegnò così un gruppo di collaboratori nella riconversione delle coltivazioni illecite e nel risanamento del fragile ecosistema da molto tempo sfruttato. Le tribù che ancora oggi popolano quelle zone non sono di etnia Thai e quindi non parlano la lingua nazionale. Al tempo non godevano della cittadinanza tailandese e dei normali servizi del Paese: educazione, sanità, protezione legale. Uno degli obiettivi principali della Principessa Madre fu allora di reintegrare queste popolazioni emarginate nella società tailandese.
Le popolazioni locali apprezzarono così tanto l’intervento di Sringarindra che la ribattezzarono “Mae Fah Luang”, che significa “La madre che viene dal cielo”: questo anche perché prima che fossero costruite le strade, la Principessa, per fare visita al suo amato popolo, si spostava sempre in elicottero, un oggetto che pochi di loro avevano vista prima di allora. Fu così che la Fondazione successivamente prese il sopranome dell’amata sovrana. Oggi solo in Thailandia ci sono 15 cafè ‘Doi Tung’, gestiti dalla fondazione, oltre a 13 showroom dove è possibile acquistare artigianato: ceramiche, tappeti, vestiti, accessori e carte fatte a mano. Inoltre, la Mae Fah Luang Foundation ha avviato progetti di coltivazioni alternative in Birmania oltre che nella provincia di Aceh in Indonesia, zona devastata dallo tsunami nel 2004 e nel nord dell’Afghanistan. In tutti questi casi, la volontà della fondazione è quella di cercare di instaurare attività economiche adatte alle zone in cui opera per eliminare quelle che sono, secondo loro, le cause primarie delle coltivazioni illecitee il narcotraffico: la povertà, l’emarginazione socio-economica, la mancanza di educazione e di opportunità. Una fonazione, la Mae Fah Luang, che dimostra non solo che è possibile combattere la droga, ma che le popolazioni locali nei Paesi produttori, data l’opportunità, scelgono di vivere una vita caratterizzata dalla legalità e la dignità.

Monica Luppi

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