Cannabis per curare il dolore? Parliamone

indotte dai chemioterapici antitumorali in pazienti che non rispondono positivamente ad altri farmaci
Qual è il problema? Direte voi.
Beh, onestamente qualche problema c’è. E per due motivi.
1) L’efficacia di questi farmaci è molto discussa e limitata.
2) Il THC, il principio attivo della cannabis, proprio bene non fa
.

Di questo molti media sembrano dimenticarsene preferendo invece decantare il valore terapeutico della cannabis, come se fosse una sorta di panacea, un farmaco universale per tutti i mali, dal glaucoma alla sclerosi multipla, dal dolore cronico ai tumori cerebrali fino all’epilessia e a molte altre patologie.

Ebbene, allo stato delle cose, la comunità scientifica non la pensa così. Il THC puro, quello dei farmaci, sarebbe di qualche utilità solo per la nausea associata con la chemioterapia nei tumori e, in basse dosi, per la stimolazione dell’appetito nei malati di Aids. Ma non molto di più.
L’ha spiegato bene il Dott. Carmelo Furnari, tossicologo e docente all’Università di Tor Vergata a Roma, già Presidente dell’Osservatorio Permanente per la verifica dell’andamento del fenomeno delle Droghe e delle Tossicodipendenze nel prendere in esame due rassegne bibliografiche pubblicate sul Bristish Medical Journal realizzate da un gruppo di ricercatori svizzeri e inglesi che si erano prefissi di valutare, attraverso l’esame degli studi clinici sinora realizzati, l’efficacia dei cannabinoidi nei loro due principali campi di applicazione: terapia del dolore e terapia della nausea e del vomito.

“Per quanto riguarda la terapia del dolore cronico ed acuto – spiega Furnari – in 8 dei 9 studi considerati i cannabinoidi si sono rivelati più efficaci del placebo ma non più efficaci della codeina, un analgesico sicuramente non dei più potenti. Inoltre in 6 studi su 9 si sono riscontrati effetti indesiderati e avversi ai cannabinoidi dovuti prevalentemente alla depressione del sistema nervoso centrale”.
Quanto al potere antiemetico, vale a dire come farmaci per la prevenzione della nausea e del vomito nei pazienti sottoposti a chemioterapia, l’efficacia dei cannabinoidi sarebbe solo leggermente più efficaci degli antiemetici convenzionali.

Anche in questo caso gli effetti indesiderati prodotti (sonnolenza, sedazione, euforia, depressione, paranoia, allucinazioni) sono stati più frequenti che non nel caso di altri farmaci antiemetici di confronto: in 19 studi su 30 il numero di pazienti che ha interrotto la sperimentazione a causa degli effetti indesiderati è stato significativamente superiore per i cannabinoidi.

Insomma, se è vero che come aveva dichiarato il presidente esecutivo della National Organization for the Reform of Marijuana Laws “per legalizzare la cannabis dobbiamo seguire la strada dell’accesso alla marijuana per scopi medici” , la sensazione è che l’accettazione del concetto della validità terapeutica della cannabis sia in realtà un modo per avvicinarsi alla legalizzazione o liberalizzazione della sostanza.

Scenario assai pericoloso specialmente alla luce dei risultati dello studio realizzato dalla Scuola di Psichiatria dell’Università del Nuovo Galles del Sud che dopo aver raccolto i dati di 20mila persone affette da malattie psicotiche ha concluso che l’uso di cannabis facilita senza ombra di dubbio l’insorgenza di psicosi.
Insomma, se l’obiettivo è alleviare le pene di chi soffre, di chi le ha provate tutte, tentare con un farmaco a base di THC è un tentativo più che lecito.
Se invece l’obiettivo è politico, promuovere la cultura della cannabis legale sulla pelle di chi soffre, onestamente non ci sta bene. Sulla salute non c’è da scherzare.

in_evidenza