C’era domani

Ecco l’introduzione al libro scritta da Eliana Chiavetta, Assessore Pubblica Istruzione e Politiche giovanili:

«C’era domani» è una provocazione verso i giovani che si sono cimentati a rappresentare il proprio futuro, il mondo che vorrebbero, il desiderio estremo di una felicità spesso impregnata di realtà edulcorata. La stessa realtà che, filtrata, i mass media ci restituiscono con la rappresentazione di due estremi: da un lato la finzione, che fa credere che tutto è positivo e possibile e proietta, dunque, in una dimensione irreale che poco o nulla ha a che fare con la vita quotidiana; dall’altro, l’esasperazione, quindi una realtà fatta di brutalità estrema, condizione che di certo non dà esempi positivi né tantomeno aiuta a sognare.

Una cosa mi chiedo: perché quando si pensa al futuro lo si associa al sogno?
Quello che Pier Paolo Pasolini sosteneva parlando della verità, cioè che «non sta in un solo sogno ma in molti sogni», io voglio consegnarlo al concetto di futuro. Eppure, la definizione scientifica del sogno ci dice che esso è un fenomeno legato al sonno ed è caratterizzato dalla percezione di immagini e suoni apparentemente reali. Se così è, come può il futuro, che è anche costruzione di vita reale, essere rappresentato da una sensazione effimera la cui parte fondamentale viene impersonata da un desiderio di «essere e fare»?
Qui si affaccia una questione fondamentale per chi intende immaginare il proprio futuro, quella di «abitare il tempo», che inevitabilmente ci pone dinnanzi a un bivio ben descritto dal filosofo contemporaneo Emanuele Severino: «Tutto ciò che è sia secondo la necessità oppure tutto ciò che esiste sia secondo la volontà e la libertà. La posta in gioco in questa alternativa è la possibilità di pensare il divenire, la nascita, la morte, la creazione e la distruzione di ogni cosa contro il divieto di Parmenide di pensare il non-essere».

L’atavica contrapposizione che già nell’antica Grecia metteva a confronto due filosofi come Eraclito con la sua teoria del divenire e Parmenide con quella dell’essere, ci fa comprendere che l’attualità di ciò che sembra ormai remoto è, al contrario, viva e pregnante.
Se riuscissimo a trasferire ai giovani l’entusiasmo per un sapere non meccanico ma consapevole, se fossimo capaci di insegnare «l’arte del vivere», così i Greci chiamavano l’abilità nel riconoscere le proprie capacità e nell’esplicitarle e vederle fiorire secondo misura, se ci riuscissimo forse eviteremmo di cadere nel nichilismo che ha ormai attanagliato le nuove generazioni e i cui principali colpevoli siamo noi adulti.
Sono fermamente convinta che se smettessimo di interpretare ruoli spinti da interessi personali e appartenenza e restituissimo senso ai punti fermi della società quali la famiglia, la scuola, la religione, in nostri giovani, opportunamente coadiuvati e anche attraverso quel nichilismo prima additato, potrebbero cominciare a incuriosirsi e innamorarsi di se stessi.

Ecco come un progetto, che all’apparenza può sembrare riduttivo all’interno di una iniziativa quale «Ottobre piovono libri», può trasformarsi in uno spunto di riflessione e ascolto, di riscoperta di ruoli e di possibilità.
Per questa ragione esprimo grande gioia per gli oltre centocinquanta ragazzi che, anche attraverso e grazie al lavoro degli insegnanti che li hanno seguiti, ci hanno consegnato i propri sogni. Ma permettetemi altrettanta tristezza per i duecentocinquanta che hanno scelto di tenere per se stessi il proprio pensiero.

Mi auguro che questo silenzio, questo astenersi dal dire, sia dovuto all’estrema riservatezza tipica dell’età adolescenziale e non alla totale incapacità di sognare e «vedere» la propria vita proiettata in un tempo non lontano. Ma ancora di più mi auguro che i nostri ragazzi non abbiano smesso di emozionarsi e mettersi in gioco perché noi, gli adulti, non siamo riusciti a stuzzicare in loro alcun interesse e, forse, abbiamo smesso di sognare prima di loro.

Eliana Chiavetta

Ed ecco le foto dell’evento:

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