Ci vuole uno scienziato

“Né riduzione del danno, né metadone a mantenimento. L’etica deve governare la ricerca”. Giovanni Serpelloni, l’esperto chiamato alla guida del Dipartimento contro le tossicodipendenze governativo, ha un progetto ambizioso: avviare un processo di innovazione culturale
di Fabio Bernabei

“Mi sembra un’ovvietà che uno Stato si doti di un Dipartimento per le politiche antidroga, collocandola all’interno della Presidenza del Consiglio con un compito di coordinamento: le politiche nazionali sulla tossicodipendenza non possono essere esclusiva di un ministero”. Risponde così, sulla struttura alla cui guida è stato chiamato dal governo, Giovanni Serpelloni: laureato in Medicina e Chirurgia, il professore è noto come uno dei massimi esperti sulle sostanze d’abuso. Nel suo curriculum spicca l’esperienza, dal 2003 al 2007, come direttore dell’Osservatorio regionale sulle dipendenze della Regione Veneto.
Il Dipartimento per le politiche antidroga che lei adesso dirige ha avuto alterne fortune. Quale è la mission per cui è stato ricostituito?
Punteremo da subito sull’innovazione della lettura del fenomeno. Un grave handicap all’azione di contrasto è che usiamo modalità non più consone con l’evolversi del fenomeno. Le faccio un esempio: i dati necessari per redigere la Relazione annuale al Parlamento risalgono a parecchi mesi prima, se non addirittura anni, della presentazione. Bisogna stringere i tempi, perché anche la risposta sia più tempestiva e più efficace.
E come li stringerete?
Con l’introduzione di una ‘allerta rapida multicanale’, basata sulla rete telematica già esistente e attivata con specialisti in grado di capire se le segnalazioni che arrivano disegnano o meno un nuovo trend, quale può essere un cambio di politiche di marketing degli spacciatori nelle scuole per irretire i minorenni. Al sistema italiano stanno sfuggendo una serie di fenomeni in forte evoluzione come le farmacie on line e un ampio mercato di farmaci illegali di dubbia provenienza, droghe comprese, accessibili ai più: dov’è l’occhio dello Stato? Oppure pensiamo ai micro-rave party, anche di poche decine di persone, situazioni di grave rischio, educativo oltre che tossicologico, per la popolazione giovanile.
La lettura in tempo reale del fenomeno a quali obiettivi dovrebbe portare?
Alla diagnosi precoce. Oggi aspettiamo ancora i tossicodipendenti sulle porte dei Sert o delle comunità, dove possono arrivare anche dieci anni dopo che hanno iniziato a utilizzare le sostanze. E’ giunta l’ora di cogliere il momento in cui ci si avvicina alla droga e intervenire subito, con una politica di anticipazione e non di attesa: qui si devono coinvolgere le famiglie.
Con i drug test, per esempio?
Lo screening di massa non è una politica intelligente, ma sarebbe innovativo nella fascia di età dai 12 ai 18 anni, considerando il rischio droga alla pari di ogni altro rischio sanitario. La seconda causa di morte dei giovani di questa fascia di età, dopo i traumi da incidenti, è un problema correlato alla droga. Se per gli incidenti, a parte l’esito fatale, ci preoccupiamo molto dell’invalidità, della possibilità che un ragazzo possa rimanere zoppo, perché non preoccuparci dei danni permanenti a livello cognitivo chiaramente creati dalle droghe? Ci preoccupiamo di portare i figli dal dentista, dall’ortopedico per la scoliosi, dall’oculista per la miopia e non di portare i nostri ragazzi a fare una diagnosi precoce della seconda causa di morte?
Sarebbe una rivoluzione culturale…
Io voglio dare al Dipartimento lo stesso spirito che ho ritrovato in una delle ultime iniziative di San Patrignano, ‘Squisito!’, una azione propositiva e positiva, non il lamento del perdente o dell’insistenza nel compatimento, ma il rilancio di una sfida perfettamente inserita nella società.
Sanpa come modello?
Da subito l’innovazione del Dipartimento sarà di tipo organizzativo. Il dipartimento dovrà avere massima apertura alle realtà veramente operative sul territorio nazionale ed europeo. Il dipartimento che dirigo di per sé non può proporre la soluzione del problema droga, ma può mettere in rete delle unità operative, organizzazioni ed enti, identificando i punti di eccellenza. Indiscutibilmente uno di questi è la Comunità di San Patrignano. Le politiche e gli interventi ‘antidroga’ devono diventare stimolanti, interessare in maniera gradevole perché l’opinione pubblica non fugga dall’argomento ma ne sia coinvolta attivamente. Questo succede anche negli Stati Uniti, con numerosi effetti benefici, tra cui poter trovare con più facilità investimenti privati o istituzionali per le politiche antidroga che abbiano questo appeal.
Lei proviene dal mondo della scienza: cosa porterà dalla sua formazione ed esperienza?
L’altro pilastro dell’ innovazione sarà proprio sul piano scientifico. Fino ad ora ci si è concentrati sull’aspetto farmacologico. A mio giudizio bisogna invece spostare l’asse sulle neuroscienze. Per meglio prevenire o guarire i danni delle droghe bisogna conoscere meglio, e ora abbiamo la possibilità di farlo, i meccanismi con cui il cervello reagisce all’uso e ne crea il desiderio, il craving. Sapere perché alcuni riescono a uscire da questo desiderio, i cosiddetti responder, altri invece fanno fatica, i low responder, ed altri non ce la fanno proprio, i no responder. I nostri studi hanno portato a ottimi risultati preliminari e siamo riusciti a ‘fotografare’ il craving. Oggi possiamo ‘mappare’ le aree responsabili a livello della corteccia celebrale, le possiamo quantificare in volume, intensità e durata. Abbiamo fotografato anche le aree della volontà che possono essere stimolate e rinforzate, avendone un immediato riscontro visivo. E gli interventi psico-educativi sono in grado di far aumentare anche il controllo sulle aree del craving. Grazie al neuroimaging possiamo vedere quello che finora ci siamo solo immaginati. Il campo delle neuroscienze porterà di sicuro a nuove soluzioni di approccio.
Viviamo in una società dell’informazione globalizzata che non sempre è corretta quando si parla di droghe.
Noi vogliamo creare una vera contro-informazione sulle droghe: a partire da campagne di comunicazione istituzionali, ma non solo. Finora c’è stata un’innegabile prevalenza nei media di chi glorifica questa o quella sostanza o ne proclama il diritto all’uso. Dobbiamo contrastare i tanti messaggi errati con le evidenze che ci vengono abbondanti dalle scienze. Penso anche a chi proclama l’efficacia delle strategie di ‘riduzione del danno, che hanno il solo effetto di essere rinunciatari. L’unico obiettivo primario è che ogni essere umano va recuperato a se stesso e alla società e non si deve mollare mai, fino al raggiungimento dell’obiettivo, qualsiasi tempo ci voglia.
E ai ‘pragmatici’ che sostengono che una società libera dalla droga è utopia?
Dobbiamo chiederci cosa vogliamo per i nostri figli. A chi propone la ‘gestione’ tramite, ad esempio, il metadone a mantenimento, risponderei: se fosse tuo figlio, cosa vorresti che si facesse? Cosa penseresti nel vedere tuo figlio tornare a casa ogni giorno incapace di parlare e relazionarsi sotto l’influsso del metadone? Certo, ci sono cronicità pesanti contro cui non abbiamo risorse, ma abbiamo sempre il dovere della solidarietà, che non può esserci in un ambiente di povertà morale.
All’estero, a volte, si ragiona diversamente.
Parlo a ragion veduta. Io sono stato più volte in Svizzera e ho visto lo Platzspitz a Zurigo, ho scritto per primo un progetto di studio sulla sperimentazione con l’eroina, tanti anni fa, e mi sono convinto che la scelta umana, quella etica, di fondo è la prima da fare, poi viene la scienza. Bisogna andare avanti con evidenze scientifiche ma domandarsi su quali basi strategiche. Se si accetta che un essere umano possa essere lasciato nelle condizioni che ho visto a Platzspitz stiamo parlando di un altro pianeta, che non è il mio.

Sì al drug testing, ma per colpire subito

Il drug-testing deve essere adottato in un ambiente che garantisca la privacy e assicuri la gestione, una volta scoperta la positività. La pensa così, Giovanni Serpelloni, per evitare problemi di discriminazione, “anche perché in Italia manca una tradizione consolidata nel gestire queste problematiche in ambiente scolastico. Se mio figlio avesse un problema vorrei che venisse affidato ad un professionista, medico o educatore, che gli dia una possibilità di cura e trattamento”.
I test agli studenti potrebbero servire soprattutto a identificare i problemi nella primissima fase, “che è spesso quella della semplice curiosità di provare droghe, quando la possibilità di recupero è molto più alta perché la persona non è strutturata in un percorso di dipendenza, dal punto di vista sia biologico sia psicologico, ci sono quindi condizioni molto più favorevoli e tempi di interventi molto minori”.
Dopo due anni di esperimenti, il direttore del Dipartimento antidroga del governo trova un atteggiamento collaborativo da parte dei ragazzi, a parte che il drug testing non sia preso come una indagine di polizia, ma come un gesto di preoccupazione dei suoi cari. “Però attenzione: il fai-da-te non funziona, il test va gestito, soprattutto in fase di risultato. Se l’esito è positivo, c’è bisogno di una figura professionale che controlli la reazione dei genitori che a volte è smodata e quella del ragazzo che può anche essere aggressiva. C’è bisogno di esperienza e tecnica, non di improvvisazione”.

Chi è

Giovanni Serpelloni è nato nel 1954 ed è laureato in Medicina e Chirurgia, specialista in Medicina Interna, con master in General Management (SDA Bocconi).
Ha diretto il Centro di Medicina Preventiva e il Dipartimento delle Dipendenze dell’Azienda ULSS 20 di Verona 2007. Dal 2003 è stato direttore dell’Osservatorio regionale sulle dipendenze da sostanze d’abuso e responsabile del programma della Regione Veneto. Ha realizzato numerosi progetti nazionali ed europei su AIDS, dipendenze e sistemi informatici avanzati per il flusso dati in ambito sanitario e ha sviluppato numerose attività innovative nel campo della web technology tra le quali la Piattaforma Multifunzionale MFP per la Regione Veneto, il portale DRONET e il software GEO DRUGS ALERT per conto del Ministero della Salute.
E’ stato docente presso vari enti di formazione (SDA Bocconi, Università di Firenze, Istituto Superiore di Sanità, CEFPAS). E’ autore di oltre 200 pubblicazioni su riviste nazionali ed internazionali e di 26 monografie in ambito t