La cocaina? Fa male anche all’ambiente

Cocaina

Un aspetto sottovalutato della dannosità della cocaina è quello ambientale, messo in evidenza da Jorge Rios, responsabile dei Progetti di sviluppo sostenibile dell’UNODC, durante il convegno su ‘Il cibo sociale di goodFOOD’, svoltosi questa mattina a San Patrignano nell’ambito di Squisito!
La coltivazione della coca, infatti, causa un enorme impatto sul territorio, mettendo a rischio un patrimonio ecologico di vitale importanza per il pianeta. “In Colombia, nel corso degli ultimi 20 anni, sono stati abbattuti 2,2 milioni di ettari di foresta tropicale per far posto alle piantagioni di coca, una superficie equivalente alle dimensioni della Slovenia e alla metà della superficie di Olanda o Svizzera”, spiega l’esperto delle Nazioni Unite. “Per ogni ettaro di piantagione di coca bisogna abbattere 2,5-4 ettari di foresta. In altri termini, per ogni grammo di cocaina consumata sono stati tagliati quattro metri quadrati di foresta”.
Il progetto ‘Responsabilità condivisa’, congiuntamente realizzato da vicepresidenza della Repubblica di Colombia, Direccion nacional de estupefacientes e UNODC, fornisce altri dati: la deforestazione è la prima fonte di inquinamento atmosferico locale, con 380 tonnellate di biomassa distrutte per ogni ettaro abbattuto e incendiato per far posto ai campi, che sono ottenuti mediante il ‘taglia e brucia’.
Questo per non parlare delle sostanze chimiche impiegate nel processo, considerato che il terreno è del tutto inadeguato: ben 150 kg. e 57 galloni (circa 215 litri) per ettaro. “Per ottenere un chilo di pasta di coca sono necessari tra gli altri 1,9 litri di acido solforico e 1,25 litri di ammoniaca. E si contaminano ben 194 litri di acqua, oltre a produrre 625 chilogrammi di rifiuti vegetali tossici, che vengono riversati nei fiumi e sul terreno, uccidendo pesci e altre forme di vita e inquinando le fonti di approvvigionamento idrico dell’uomo”. I coltivatori, peraltro, non usano protezioni nell’uso dei prodotti chimici, esponendosi a gravi danni per la loro salute.
L’alternativa? Quella di convincere i cocaleros a impiantare colture alternative, redditizie e sostenibili dal punto di vista ambientale. E’ su questa strada che l’UNODC, l’Ufficio antidroga dell’ONU, sta ottenendo significativi successi in Afghanistan, Bolivia, Colombia, Perù e Birmania. Per esempio, in Perù 18.426 famiglie hanno ottenuto assistenza tecnica e commerciale per passare alla produzione di caffè, cacao, cuori e olio di palma che vengono esportati per il 90 per cento hanno consentito un reddito complessivo di 59,5 milioni di dollari, l’8,2% in più del 2006. La media annuale di vendita per famiglia è cresciuta da 2.974 dollari a 3.227, con punte fino a 9.957 dollari per le imprese familiari più consolidate. Il reddito derivante a questi produttori dalla coltivazione illegale delle droghe era mediamente di 3.750 dollari.