Come una madre

Ely era a Sanpa solo da dieci giorni. Nella testa tanta confusione e tanta voglia di andare via.
Per farla stare tranquilla, rasserenarla, farla svagare un po’, le ragazze del gruppo che l’aveva accolta la facevano passeggiare per ore per i bellissimi viali immersi in quelle colline affacciate sul mare. Almeno così Ely la sera era stanca e un paio di ore riusciva a dormicchiare. L’astinenza è una brutta bestia. Non ti da tregua. Ti tiene sveglia tutta la notte come a ricordati quanto sei stata sciocca a rinunciare alla tua libertà.

Un giorno, lungo il Viale dei tigli, quello che collega la grande sala da pranzo dalle scuderie e attraversa quasi tutta la comunità passando per il villaggio, per l’auditorium, per il parco giochi per i bambini e i pascoli per i cavalli, Ely ad un certo punto vede in lontananza, sullo stesso viale, una donna bionda. La donna camminava verso Ely e Sara, la ragazza che stava con lei. Arrivata alla loro altezza, la donna si ferma. E’ molto distinta, con un viso dolcissimo. La donna bionda guarda Ely e le sorride: “Ciao Eleonora. Spero tu stia un po’ meglio. Sei molto più bella che in fotografia”.

Ely fa solo un debole cenno con la testa e poi, la guarda allontanarsi. “Ma chi è quella donna e come fa a sapere il mio nome?”. “Lei è Antonietta”, le risponde Sara, “Antonietta Muccioli”.
Adesso sono passati un po’ di anni e Elena sta bene. Ogni volta che le capita di raccontare a qualcuno della sua vita a Sanpa, non tralascia mai di descrivere quell’episodio.

Dopo qualche tempo che era in comunità, su quello stesso Viale, Ely ha di nuovo incontrato quella donna. Intimorita e affascinata allo stesso tempo, Ely si ferma. “Antonietta posso chiederti una cosa?”. “Certo Elena, dimmi”. “Tanto tempo fa ci siamo incontrate in questo stesso viale. Io non sapevo nemmeno chi tu fossi mentre tu conoscevi il mio nome. Come mai?”. “Questa è la mia famiglia Elena, e non conoscere i nomi di tutti i ragazzi che arrivano, sarebbe come non sapere il nome dei miei stessi figli”.