La comunità come unica risposta valida al problema droga

Rowdy Yates - San Patrignano

L’opinione di Rowdy Yates

Rowdy Yates è intervenuto al forum istituzionale dal titolo ‘Droga quanto ci costi. Impatto economico e sociale delle dipendenze’ ha detto: “Sono stato io stesso eroinomane e dal ‘69 in poi, dopo che ne sono uscito, ho dedicato gran parte della mia vita allo studio e al trattamento delle dipendenze. Baso la mia teoria su alcune convinzioni. Innanzitutto è opportuno investire nelle comunità terapeutiche, in quanto i costi per la società si abbassano notevolmente, non è affatto vero che hanno una spesa eccessiva. La dipendenza, inoltre, ha a che fare con la mancanza di felicità e di possibilità sociali. Solo nei percorsi comunitari l’individuo è messo al centro del programma terapeutico, in maniera tale che l’aspetto personale venga preso sufficientemente in considerazione.

Alle persone con questi problemi si deve insegnare a vivere in modo differente. È emerso da moltissimi studi che più gli ospiti in trattamento rimangono all’interno dei centri di recupero, più facilmente si reinseriranno in modo positivo e produttivo una volta al di fuori delle comunità”. A monte del problema delle dipendenze, come ha fatto notare Yates, occorre fare una riflessione. “Per intervenire in modo concreto nel tentativo di arginare il fenomeno della tossicodipendenza è necessario capire come si sentono le persone, per conoscerne il disagio che le porta ad autodistruggersi e quindi intervenire sul contesto da cui provengono, ad esempio la famiglia”.

Comunità terapeutiche come cura

Non si può pensare di intervenire sull’autostima e più in generale di affrontare in profondità le problematiche individuali, ha continuato Yates, “accettando come unica forma di cura, quella farmacologica, che prevede l’utilizzo di sostanze sostitutive. C’è bisogno di un percorso che prevede un iniziale allontanamento dagli affetti e un intervento quotidiano e mirato sui quei meccanismi di relazione che vanno migliorati. Gli studi fatti dagli anni 70/80 fino ad oggi dimostrano che il risultato positivo di queste azioni è evidente. C’è un miglioramento della salute fisica e dei comportamenti positivi, un accrescimento della fantasia e della creatività e un’attenzione agli altri prima inesistente.

Perché aiutando gli altri si sta meglio”. L’intervento del professore di sociologia scozzese si è concluso con un osservazione sulle famiglie di coloro che hanno terminato un percorso nelle comunità terapeutiche: “Dalle ricerche che abbiamo fatto con EWODOR risulta chiaramente, che i programmi terapeutici nelle comunità, non solo producono persone più attive e migliori, ma, rispetto al cittadino medio, anche i loro figli godono di una qualità della vita più elevata”.