Comunità, via la paura

Ragazzi San Patrignano

(da Il Resto del Carlino, Il Giorno, La Nazione – 2001-10-28)

Tra i lettori che leggeranno questo articolo, alcuni, e forse non pochi, avranno un figlio che fa uso di droghe. I ragazzi drogati sono centinaia di migliaia in Italia: i 300mila indicati dalle statistiche sono solo quelli ufficiali, e solo quelli dominati dalle droghe pesanti: ma un figlio drogato è tenuto nascosto come una vergogna. E prima dell’entrata stabile nella dipendenza pesante, c’è un andirivieni tra esperienze che si credono provvisorie, «smetto quando voglio», ma dopo mesi o un annetto fanno capire la verità: sei dentro la balena, la balena ti mangia, vivo non esci più. Se si aggiungono anche questi, le centinaia di migliaia crescono.

L’esperienza dei Sert
Senza contare quelli del «lampo settimanale», la pasticca del sabato sera: viene consumata da centinaia di ragazzi in ogni discoteca, e queste centinaia di migliaia di ragazzi spersi a delirare nei luoghi del piacere rivelano una profonda malattia della nazione. Se dopo anni di Sert (540 in tutta l’Italia) siamo a questo punto, vuol dire che bisogna fare dell’altro, e subito. Se un lettore ha un figlio drogato che sta in una comunità terapeutica, e un altro ce l’ha affidato a un Sert, il primo può sperare che di mese in mese qualcosa cambi; il secondo constaterà che purtroppo la droga ha cento teste, ne tagli una e ne spunta un’altra. Perché il primo è fuori dal mondo e il secondo è nel mondo, ed è il mondo che rigenera le teste. Un figlio drogato non significa «un» malato. Significa «tutta una famiglia» che sta male, padre, madre, fratelli. Ed è uno star male che può arrivare all’omicidio o al suicidio. La famiglia ha bisogno, e ha diritto, di essere aiutata dallo Stato.

La droga è un problema della società e dell’epoca. Se un governo affronta oggi questo problema e lo reimposta, e il 55% degli italiani si dichiara subito d’accordo e solo il 35 contrario, vuol dire che la vecchia strada portava all’illusione o alla disperazione. La differenza tra la cura nel Sert e quella in comunità sta nel fatto che la prima presuppone che il drogato abbia una volontà, e con quella si salvi, rispetti le regole, gli orari, i controlli.

Perdita di volontà
Purtroppo, volontà e dipendenza sono due contrari. Chi entra nella droga, accetta di perdere la volontà. E’ vero che poi, senza volontà, non è più colpevole, ma nel momento in cui decide di entrare nella droga, sceglie di commettere le colpe che commetterà. L’entrata nella droga è una scelta anti–sociale che la società non dovrebbe mai permettere. Non è questione di libertà. La droga è un male fin dall’inizio, anche in piccole (o «modiche») quantità. Il male produce una mutazione genetica di tutte le relazioni del drogato: fidanzata, amici, genitori, lavoro, tutto sarà finalizzato al drogarsi. Da questa situazione non si esce se non entrando in altre relazioni: la comunità. Il ragazzo che vuole, per un attimo, entrare in comunità, poi vorrà mille volte uscirne: ma in quell’attimo egli ha fatto una scelta decisiva, guarire, e quella scelta comporta che non possa uscire prima della guarigione. In certe comunità è successo che sia guarito anche chi, qualche anno prima, aveva cercato di uscire armandosi di coltelli per assassinare i compagni che lo fermavano. I compagni del drogato sono come i compagni di Ulisse: non devono obbedirgli, quando vuole ascoltare le sirene che l’incantano e l’accompagnano a sfracellarsi. Oggi, dei 350mila drogati solo 20mila sono nelle comunità; gli altri hanno paura, entrando in una comunità, di uscire dal mondo. Paura «di morire». Bisogna togliergli questa paura, fargli capire che entrare è un modo per guarire, non peggiore degli altri. Forse, migliore.