Conoscersi per capirsi

Ragazzi San Patrignano

In questa intervista, che fa parte del libro “San Patrignano, Gente Permale”, Andrea Muccioli racconta se stesso e l”impegno della comunità

di Carlo Forquet

“La cosa strana è che, fra tutte le persone impegnate a San Patrignano, io ero il più scettico: non credevo assolutamente che la comunità sarebbe sopravvissuta a mio padre”. Andrea Muccioli oggi ha trentotto anni. Già dottore in legge, ha preso una seconda laurea in sociologia. E’ sposato con Cristina, dalla quale ha avuto due figli. Vive in una villetta proprio all’ingresso della comunità. Intransigente con sé stesso molto più che con gli altri, guarda sempre alla concretezza delle cose. E’ un Muccioli a modo suo, con personalità e senso dell’autoironia, che non sfocia mai nel sarcasmo. Ascolta molto e riflette altrettanto, chiedendo sempre a chi lo circonda un’opinione, perché ogni decisione sia sempre una scelta collettiva e condivisa. Del settembre 1995 e di quel “clima terribile di veleni e di caccia alle streghe” che accompagnò la morte del padre, ricorda: “Mi sono trovato ad essere il primo avversario del mio scetticismo. Allora, ognuno di noi fece i conti con se stesso e con una scelta: difendere questo posto e i princìpi in cui si identificava, o mollare tutto. Io, anche se ero convinto dell’enormità di questa assenza, non me la sono sentita di mollare”.
Con quale stato d’animo?
“Ho vissuto un’esperienza molto intima. Ancora oggi, mi stupisco a pensare che quasi un terzo della vita della comunità sia passata senza mio padre, ma devo prendere atto che San Patrignano ha dimostrato a se stessa, prima che agli altri, di poter andare avanti e, addirittura, di sapersi evolvere, come è sempre avvenuto nella sua storia.
Cosa rappresenta la comunità per te?
E’ una famiglia che accoglie senza giudicare e che educa i propri figli accompagnandoli nella crescita fin quando saranno in grado di costruirsi la propria vita. Allora, rientreranno nella società da persone libere e autonome, ma con un filo che continuerà a unirli a questo luogo, fatto di affetto, di senso di appartenenza, di identificazione. Questa non è retorica: ho due figli che vivono in mezzo agli altri bambini di San Patrignano; credo che cresceranno con più valori, senso civile, voglia di partecipare, sensibilità nei confronti degli altri e un significato da dare alla propria vita.
E la droga?
E’ ciò che è sempre stato e sempre sarà, di qualsiasi sostanza si parli, dalla marijuana alla realtà virtuale: una scorciatoia per non affrontare i propri problemi e scappare dalle angosce, paure e responsabilità di fronte alle quali ci mette la vita. La droga non è la causa di questo disagio, ne è solo uno dei sintomi più evidenti.
Perché San Patrignano si è occupata di droga?
San Patrignano non si è occupata di droga. Si è occupata e si occupa di vita: la vita di quelli che non riescono a costruirsene una. Avrebbe potuto dedicarsi all’handicap psicologico e fisico, agli anziani soli, al disagio familiare, ad altre forme di emarginazione sociale… ma, quando nacque, incrociò per prime le mani di un tossicodipendente. Tutti, allora, voltavano le spalle ai drogati, dalla società alle istituzioni. San Patrignano cercò di aiutarli. Oggi, a distanza di 25 anni, abbiamo maturato esperienza e professionalità in questo campo e siamo diventati un punto di riferimento a livello mondiale, ma ciò non cambia nulla rispetto alla nostra identità originale, che rimane il DNA fondante della comunità.
Quando ne hai realizzato il senso?
Prima ancora che nascesse. I miei genitori si sono preparati a lungo: hanno fatto un difficile viaggio dentro sé stessi per capire se, veramente, erano disposti a rinunciare a gran parte della loro individualità, del loro rapporto e della nostra vita familiare, per dedicarsi agli altri. Io e Giacomo, mio fratello, abbiamo vissuto questa evoluzione. Per me, San Patrignano è nata lì. Mi sono accorto, poi, che mi era nata dentro quando ho cominciato a soffrire e ad essere felice per le sofferenze e le gioie dei ragazzi che crescevano accanto a me. Li vedevo come fratelli o sorelle maggiori.
Ricordi i tuoi quattordici anni?
Ho dovuto affrontare una realtà indecifrabile per un ragazzo: accettare che i miei genitori sottraessero tempo e presenza a me e a mio fratello per darlo ad altri, più bisognosi di noi. Potevo mandarli a quel paese, oppormi, rivendicare i miei diritti, chiudermi in me stesso, o cercare di capirli, anche se era doloroso. Se ho avuto un piccolo merito, è stato quello di non essermi limitato alla superficie. Una volta compreso che soffrivano più di me per non riuscire ad essere presenti come avrebbero voluto e potuto, ho vissuto la loro scelta, in cui mettevano in gioco tutto, come un allargamento della mia famiglia.
I rapporti con i tuoi amici?
Nel momento in cui la mia famiglia è cambiata, sono cambiato anch’io nel senso che alcune cose hanno assunto un maggiore significato di altre. Della droga, ad esempio, non ne ho mai sentito il bisogno e, quando alcuni fra i miei coetanei hanno iniziato ad usarla in maniera, come si dice oggi, ludico–ricreativa, ho cercato di dissuaderli. Ovviamente, è stata una battaglia persa, ma grazie ad essa ho capito che ogni principio tu decida di seguire, comporta un prezzo alto da pagare. Per me, il prezzo è stato rinunciare ad amici con cui mi trovavo bene e passare molte serate, in casa, da solo.
A sedici anni, un giorno sono tornato da scuola ed ho saputo da mia madre che avevano arrestato mio padre. Erano già due anni che la comunità aveva preso forma e a Rimini si diceva di tutto: messe nere, festini dei drogati, sfruttamento dei tossicodipendenti, santoni…
Secondo te, perché?
Per un fatto molto semplice e, dal punto di vista antropologico, noto a tutti: l’uomo ha sempre avuto paura del “diverso”. I vicini di San Patrignano, nei primi tempi, avvelenavano i cani e facevano trovare i gatti impiccati sulle cancellate: cose simili a quelle che, milioni di anni fa, facevano i primitivi quando qualcuno andava ad abitare nelle caverne vicine alle loro. Non solo. Mio padre non era un medico, un prete o un politico, e non aveva interessi personali da difendere né santi in paradiso da cui essere difeso. Era l’uomo della strada che si impegnava in qualcosa di mai fatto, accogliendo in casa persone che nessuno voleva. Questo, di per sé, è scandaloso e imperdonabile, perché mette in crisi la coscienza delle persone. Mio padre, per me, è stato un santo laico e, come tutti i santi, è passato attraverso processi e persecuzioni. Ma si era reso conto che, se voleva vivere i suoi principi di carità cristiana fino in fondo, li doveva vivere fino in fondo. Lo ha fatto ed è stato disposto a pagarne il prezzo. Punto.
C’è qualcosa di cui ti rimproverava?
L’intransigenza, cioè la tendenza, che ho sempre avuto per carattere, a non perdonare per un torto subito e a rivendicare le mie ragioni nel modo più consono a me e non agli altri. Lui, invece, ha sempre cercato di insegnarmi che non basta essere convinto delle proprie idee per aiutare una persona. Bisogna, prima di tutto, ascoltarla, non con le orecchie ma con il cuore, senza giudicarla mai. Solo dopo, è possibile scegliere il modo migliore, quello più vicino alle sue esigenze, per convincerla a cambiare. Vivendo vicino a un uomo come lui, non potevo evitare di farmi delle domande o piacermi più tanto con le mie durezze, le mie intransigenze, i miei giudizi. E’ arrivato il momento in cui ho sentito il bisogno di diventare migliore. Io non dico che lo sono diventato, so solo che mi sono sforzato e sto ancora sforzandomi di esserlo.
Cosa pensava della tua scelta di vivere in comunità?
Non me ne ha mai parlato, anche quando gliel’ho detto. Certo, mi ha fatto capire, con tanti piccoli segni indiretti che solo adesso riesco a mettere a fuoco, quanto ne fosse felice, ma è stato sempre attento a non forzarmi in un modo o nell’altro.
Secondo te, San Patrignano ha sbagliato qualcosa?
Non credo sia possibile, per nessun individuo o corpo sociale, crescere e diventare grandi senza sbagliare. Quindi, certamente, abbiamo compiuto molti errori e ingenuità. L’importante, però, non è tanto quanti se ne fanno, ma come ci si confronta con essi. Li abbiamo capiti, ci siamo messi in discussione, abbiamo deciso di farne un punto di forza per un miglioramento di noi stessi come individui e come organismo sociale? Sono convinto di sì, altrimenti non saremmo riusciti a sopravvivere e a diventare un punto di riferimento per molti, in Italia e nel mondo.
Un esempio…
Abbiamo sbagliato pensando che bastasse fare il bene perché gli altri, prima o poi, se ne accorgessero. Ciò ha significato, nel passato, subire in maniera passiva l’impatto travolgente, spesso mistificante e persecutorio di alcuni media e centri di potere. A loro non interessava capire, avevano deciso di costruire una storia in cui San Patrignano rappresentasse il male assoluto. Questo ci ha causato innumerevoli sofferenze e problemi e difficoltà dai quali, a distanza di otto anni, siamo riemersi, anche se dobbiamo percorrere ancora molta strada per superarli completamente.
Come si finanzia la comunità?
Non accettiamo rette dallo Stato, né i ragazzi e le loro famiglie pagano un solo euro per l’ingresso e la permanenza in comunità. San Patrignano si mantiene, per metà, grazie alle attività che svolgono le sue cooperative e, per il restante cinquanta per cento, con donazioni private e contributi pubblici, limitati al miglioramento delle strutture e alla formazione professionale.
I critici di San Patrignano sostengono che, proprio attraverso il lavoro, si sfruttano i tossicodipendenti. Cosa rispondi?
Che è una grande baggianata. Imparare un mestiere ad alto livello è fondamentale nel percorso di recupero dalla droga: rende evidente ai ragazzi che sono essi stessi gli artefici del proprio riscatto, li appassiona e coinvolge in qualcosa che considerano loro e crea le premesse per un reinserimento reale nella società, da persone autonome e non da assistiti a vita. Ma il lavoro, per San Patrignano, non è mai il fine: serve ai ragazzi per crescere e non alla comunità per andare avanti. Infatti, anche considerando il solo aspetto lavorativo, un ragazzo ci mette almeno tre o quattro anni a formarsi completamente. E, quando ha imparato la professione che ha scelto, ha anche completato il suo percorso di recupero. Tu lo abbracci, lo saluti ed accogli un altro che non sa fare nulla. Tutto ciò sarebbe totalmente antieconomico ed assurdo in qualsiasi azienda, ma è una caratteristica essenziale del nostro processo di recupero. Per questo, puntiamo ad accrescere la quota di autofinanziamento, ma sempre con equilibrio e senza mai elevarla oltre una certa soglia, perché ciò altererebbe il senso, la ragione e l’esistenza stessa della comunità.
Come vengono utilizzati i fondi privati?
Li utilizziamo per migliorare le strutture ed accogliere nuovi ragazzi, moltiplicare le opportunità di formazione professionale e reinserimento, essere più capillari sul territorio e rispondere meglio ai bisogni delle famiglie. Le persone emarginate, per noi, non sono numeri, clienti, ospiti o malati, ma esseri umani in difficoltà. Hanno bisogno di coltivare i propri sogni, di diventare ciò che sentono di poter essere. Per questo, è importante il contributo della società.
E San Patrignano, di cosa ha bisogno?
Di farsi conoscere di più e meglio. Ogni anno, quasi quarantamila persone vengono qui a vario titolo: studenti, rappresentanti delle istituzioni, delle aziende, del volontariato, medici, operatori sociali dall’Italia e da tutto il mondo, semplici cittadini che assistono ai convegni, ai concorsi ippici e alle manifestazioni che organizziamo. Sarebbe importante che sempre più gente lo facesse, ma questo, oltre un certo limite, non può avvenire. Quindi, è necessario un grande sforzo di comunicazione. Se San Patrignano sarà in grado di farsi conoscere, avrà dato un contributo all’umanità che va molto al di là della somma di tutte le singole vite difese e recuperate fino ad ora. Perché avrà trasmesso un segnale e dato un esempio, indicando una strada difficile, ma possibile da seguire. E sarà riuscita a creare anticorpi veramente forti, capaci di respingere gli attacchi di coloro a cui non piace, perché rappresenta l’esatto opposto di ciò che sono e vorrebbero costruire.
Come vedi il futuro?
Problematico. Il percorso di crescita che una persona con problemi di droga deve vivere, affrontare e superare per recuperare sé stessa è lungo, difficile e doloroso. So quanti sono in queste condizioni e quanto pochi, rispetto ai tanti, possiamo aiutare. E so anche quanto tempo e risorse ognuno di loro ci prenda. Per questo, sono preoccupato dell’assenza di responsabilità educativa nella società. Manca una famiglia che accolga, che si faccia sentire, che sia presente ed ascolti i ragazzi. Manca l’esempio che accompagna i giovani nel loro percorso di maturazione. Da questo, nasce il disagio… dal disagio la droga… dalla droga la tossicodipendenza. Nel nostro piccolo, pensiamo di averlo capito e sentiamo la responsabilità di dare un contributo più ampio. Lo stiamo facendo.

Sentimenti in Mostra

Immagini, istanti di vita riflessi sulla pellicola, attimi di sofferenza e di allegria, di lavoro e di riposo. Immagini di amore. Sono i sentimenti percepiti dal visitatore di “San Patrignano, Gente Permale”, la mostra fotografica di Mauro Galligani in occasione del venticinquesimo anniversario della comunità di recupero fondata da Vincenzo Muccioli.

La mostra è allestita (fino al 23 novembre) nei locali dell’Arengario, in piazza del Duomo a Milano. Sono immagini a volte imponenti (2 metri per 2) oppure meno grandi, a colori e in bianco e nero, che raccontano la vita all’interno di una comunità dove i giovani vanno per ritrovare se stessi, per “ricostruire la propria vita”.

A dare il benvenuto al visitatore è lo straordinario sorriso di Carlotta, 21 anni, emblema di una felicità ritrovata.

La mostra racconta il bene e il male, il pianto dirotto di un ragazzo abbracciato da Vincenzo Muccioli mentre chiede di entrare in comunità, la paura, il dramma che segna gli occhi dei genitori che accompagnano i figli e ve li lasciano, quello dei ragazzi che aspettano al freddo, davanti ai cancelli, sperando di poter essere accolti.

Quella di San Patrignano è la filosofia vincente di una realtà che vanta meno dell’8 per cento di ricadute nella droga fra coloro che concludono il programma in comunità. Le fotografie di Galligani ritraggono momenti di studio e di lavoro, il tempo dedicato ad aiutare chi ha bisogno, le pause di riposo, un compleanno con le candeline, gli attimi d’amore sbocciato in comunità. Di più: i matrimoni, celebrati a San Patrignano, fra giovani che si sono definitivamente lasciati la droga alle spalle o il sorriso felice di due genitori che si riportano a casa il proprio ragazzo.

“Non si conquista la dignità chiedendo o pretendendo”, avverte una didascalia che contiene forse la filosofia stessa di San Patrignano, “ma rimboccandosi le maniche ed adoperandosi per ricostruirla, difendendola con il proprio lavoro”.

E in questo mondo di fotografie l’immagine di Vincenzo Muccioli appare spesso, a ricordare l’artefice di tutto quanto.

Le foto della mostra sono pubblicate in un corposo volume edito da Mondadori, che unisce alle immagini di Galligani, testimonianze e storie significative dei ragazzi della comunità.

Un’opera che ospita un’introduzione firmata da Dominique Lapierre – l’autore della “Città della Gioia” – e testi di Gian Antonio Stella, Chiara Beria di Argentine e Carlo Forquet. Quest’ultimo ha raccolto le storie dei ragazzi. Come quella di Carlotta, che col suo sorriso apre la mostra, che aveva iniziato a sballarsi per rabbia, prendendo ecstasy, cocaina, eroina.

“Oggi”, racconta, “ho 21 anni. Sono arrivata in un posto dove mi sembravano tutti matti… Ho pianto un casino… mi sentivo sola. Poi ho cominciato ad affezionarmi alle persone. Ora riesco a capire le cose che mi accadono. Sono belle. Le voglio vivere. Senza fretta del futuro”.

Dove acquistarlo

“San Patrignano, Gente permale” può essere prenotato o acquistato presso l’emporio di San Patrignano, in via san Patrignano 53, Ospedaletto di Coriano (Rimini). Il telefono è 0541 362362. Il volume è, inoltre, presente nelle librerie Mondadori. Il prezzo è 35 Euro.

La storia di Carlotta

Mi chiamo Carlotta. I miei amici vivevano in famiglie perfette. Ricordo l’odore delle loro case. Dove tutto era a posto: le tovaglie, le posate, i vestiti, le lenzuola. Io, invece, aprivo la credenza ed era un macello… Mi sentivo diversa da tutto ciò che era normale. Abitavo in una mansarda con mio padre. Lui era come un bambino: lavori che iniziava e lasciava, fidanzate che cambiavano sempre, tante parole ma concretezza zero.

Mamma lo ha lasciato per un altro. Ed io ha iniziato a sballarmi per rabbia: cercavo di intrufolarmi nei gruppetti di ragazzi che si facevano le canne alla stazione. Ho preso ecstasy, cocaina, eroina: all’inizio, mi faceva schifo cercarla in mezzo a tossici e straccioni; alla fine, vedi le corse che facevo!

Oggi ho ventun’anni. Sono arrivata in un posto dove mi sembravano tutti matti, tutti inquadrati, come se seguissero le istruzioni di un manuale. Ho pianto un casino perché mi sentivo triste, mi sentivo sola. Poi, ho cominciato ad affezionarmi alle persone. Ora, riesco a capire le cose che mi accadono. Sono belle. Le voglio vivere. Senza fretta del futuro.