Il coraggio di dire basta

Stavo leggendo del ragazzo tossico di Bologna, ucciso dal padre, dopo l’ennesima furiosa lite. Stavo leggendo e la testa è tornata indietro in un lampo, alla mia storia, alla mia famiglia e a mio padre. E’ tornata alle bugie, alle litigate, è tornata alle continue urla, all’aria insostenibile che respiravo quando avevo vicino qualcuno che mi voleva bene. Ogni volta dicevo -basta smetto- e mio padre mi credeva, voleva disperatamente farlo. Mi restava a fianco durante l’astinenza, armato solo di pazienza e di buona volontà, ignaro, almeno la prima volta, di quello che l’aspettava. Mi aiutava ad andare in bagno, mi copriva mentre tremavo dai brividi, mi sorreggeva perché non stavo in piedi. Mi dava farmaci per alleviare il male.

Restava sempre li, silenzioso, ma vicino. Potevo scorgere la sua faccia ogni volta che aprivo gli occhi, speranzosa che se ne fosse andato, che mi lasciasse in pace. Ma non succedeva, restava li, sempre. Lo odiavo in quei momenti, odiavo la sua tenacia, la sua costanza, la forza di non mollare quando io l’avevo già fatto. Quando mi riprendevo gridavo al mio diritto di libertà negata dopo tanta fatica e il sacrificio fatto. Ricominciavo a uscire e a farmi, con l’unico scrupolo di fare attenzione a non farmi scoprire.

Ho giocato sul loro affetto, sul fatto che non mi avrebbero mai voltato le spalle. Un giorno ricordo che mi ha gridato che sperava che morissi, che mi avrebbe ucciso lui, piuttosto che vedermi ancora in quello stato. Ho pensato che non capiva niente, che era lui quello senza scrupoli e sentimenti, che nessun genitore che si rispetti può realmente pensare questa cosa del proprio figlio. E quella rabbia sarebbe passata, non poteva cancellarmi, neppure volendo. Invece è accaduto. Ha iniziato a cambiar strada se mi vedeva, a non sedersi a tavola se c’ero anch’io. Ha detto basta. Fuori da casa, lontana da noi, da tua figlia. E così ho dovuto decidere, mi aveva messo all’angolo.

Quel briciolo di affetto che ancora nutrivo per me e la disperazione, mi hanno portato a dire basta. E poi, a esser sincera, pensavo fosse momentaneo, che avrei calmato le acque. Non è successo. Mi hanno portato a Sanpa. Ma fino all’ultimo ho continuato a crederci. –Non mi lasceranno mai qua dentro a una settimana dal mio compleanno, mi vogliono bene, mio padre mi adora-, continuavo a ripetermi. Invece lo hanno fatto, proprio perché loro mi volevano bene. Piangevano, ma erano irremovibili. Io ero di ghiaccio, arrabbiata e incredula. Ogni storia ha un modo di essere di essere affrontata, non sono nessuno per dare consigli o soluzioni, vorrei poterlo fare, ma non ne sono in grado. Però so una cosa con certezza . Non è vero che chi ci vuole bene deve esserci a qualunque condizione, che deve accettarci, in qualunque modo. In realtà deve porci dei limiti se noi non li abbiamo. So che non mi sarei fatta aiutare, se avessi sempre avuto da chi tornare. Ci vuole coraggio a dire basta. Ci vuole amore anche per dire vattene, non ci sto più.