Così fan Tutte

Spesso mi capita di pensare al passato, delle volte mi ritrovo a capire che tante delle cose fatte le ho consumate troppo in fretta, senza una motivazione ben precisa.
Tante mi sono scivolate dalle mani prima di poterle sentire veramente, mi ripetevo sempre la stessa cosa in testa…… così fan tutte.

Loreto, in ogni città, in ogni paese, c’è sempre un quartiere che si chiama Loreto, almeno uno piccolo, nascosto, magari che conoscono in pochi, ma c’è.
La mia città non faceva l’eccezione.
Era una zona tranquilla, ogni lunedì mattina c’era il mercato, tutte le mamme, nonne, zie, zitelle, affollavano quel quartiere con una regolarità sconcertante.
Era brulicante, le vie erano un insieme di maglie e magliette indaffarate a cercare la miglior cosa al minor prezzo.
Forse quel giorno mi sono confusa tra quelle cose.
Di tanto in tanto c’era uno strillo, qualcuno gridava qualcosa
–Sconto del 25%, qui! Solo da Enzo-
Sembrava che ognuno di quei venditori avesse la miglior offerta.
Passando tra le strade sentivi le loro urla attirarti come melodie, tipo una di quelle storie fantastiche in cui c’è una nave sperduta nell’oceano, e le sirene che cantano per attrarre i marinai, ecco quello facevano quei commercianti, cantavano le loro promesse ai marinai, non potevi fare a meno di buttare un occhio.
Magari non era vero quello che diceva Enzo ma, almeno un secondo, uno piccolo, lo dedicavi al suo vociferare.
Le signore accorrevano consapevoli di quello che gli andava dicendo, sapevano che quello che vendeva era semplicemente bello, non fantastico, che la qualità era buona, non eccezionale.
Poi c’eravamo noi.
Lo so……Effettivamente il lunedì saremmo dovuti essere a scuola, ma chi non ha mai sgarrato?
Io avevo 12 anni…..Pochi vero? Vi aspettavate la storia di qualche attempata intenta a parlarvi di reggicalze e tovaglie magari? Ora lo sono pure io, ne sono passati di anni, adesso faccio parte anche io di quel miscuglio di maglie che si affannavano per le vie di Loreto.
-Federica!-
-Ciao Vale! È da un po’ che ti cercavo, dov’eri?!-
-Dovevo aspettare che mio padre se ne andasse, dall’ultima volta che mi ha sgamato è sempre lì che fa le punte!.
Quanto era stupida a pensarci bene, io amavo studiare, mi piaceva conoscere le cose, le persone, la storia…….. no la matematica no….. non voglio esagerare, ma per il resto…..
-Lo sai ieri con chi sono andata Fede?-
-In che senso con chi sei andata?-
Nel frattempo le mie mani scivolavano tra le magliette color erba che erano appoggiate sul bancone, strane, sembrava, da lontano, un piccolo prato inglese dozzine di magliette verdi di ogni colore e forma, Valentina mi era dietro, si stava specchiando nel suo Beauty case mentre mi parlava.
-Come in che senso andata?! Fede!-
-Bhe…. A casa mia andare ha tanti significati, incamminarsi, partire, uscire e poi…-
– E poi, e poi, e poi….Ci sono stata! Claro! Non è difficile capirlo…. Lo so che per te è inconcepibile, come minimo ti ci devi sposare! poi come fai a capirmi che sei una verginella!-
La sensazione che provavo, un peso assurdo, ingiusto, non aveva senso pensare quello di se stessi, verginella può dare un senso di poco valore, ma non mi avrebbe dovuto disturbare, non avrei dovuto fare niente di tutto quello.
Mi guardavo e mi chiedevo se il mio status era dovuto al fatto che fossi brutta, magari non ero affascinante come Valentina, lei forse aveva qualcosa che io non avevo, poi mi accorgevo di aver avuto svariate opportunità ma che ero io quella che non voleva e me ne vergognavo così tanto che…….

Avevo 12 anni quella sera, eravamo al bar vicino a casa mia, lontano da Loreto, troppo vicino al bancone.
Al barista non gli fregava niente di noi, è una cavolata la storia dei documenti per i minorenni, magari noi ne dimostravamo anche di più, ma comunque non ce li avrebbero chiesti.
Valentina era appena tornata dal bagno, al suo seguito c’era un ragazzo mi vide, diede un bacio a lui e si diresse verso di me saltellando con un passo dal quale traspariva la sua vera età.
Il tizio l’aveva appena conosciuto, Valentina aveva 14 anni, due in più di me, 10-15 in meno del tizio.
Cominciò a parlarmi di quello che aveva fatto, sembrava essere bello, fantastico direi.
-Vale-
-Niente, volevo sapere com’è stata la tua prima volta-

-Quindi non ti ricordi niente di lui?-
-Fammici pensare….. fammici ….p e n s a r….. NO! ……..Non mi ricordo proprio niente di quello, magari sì, che andava all’università vicino a casa mia, mi sa che faceva giurisprudenza o cose simili-
-Ti è piaciuto? Cioè è stato bello? Strano? Insomma io volevo chiedert…..-
-Ma che c’hai stasera, vuoi andare con qualcuno? guarda qua quanti c’è ne sono! lo sai che Alessia una sera è andata con più di 5 ragazzi! se c’è riuscita lei perché tu non dovresti riuscirci? Cioè nel senso, addirittura una volta…-
Mi parlava di troppe e stupide cose, di quante cavolate ci dicevano i nostri genitori, che era fantastico! tutti lo facevano! finché siamo giovani bisogna farlo! che è bella come sensazione! ti senti amata e considerata! che gli dicono che è bellissima! e i ragazzi gli lasciano sempre qualcosa di nuovo.
Pensi sempre di essere quella sbagliata, in torto.
Lui mi si avvicina scivolando da un seggiolino all’altro.
Valentina se ne va sembra che un ragazzo la stia guardando, gli corre incontro, come una bambina va in cerca dell’affetto del padre, chissà che in fondo non sia così.
Ormai ha finito di saltellare, solo un posto ci divide, ordina un Whiskey, non sa che a me fa schifo, sono infantilmente astemia.
Lo provo, penso che ci sia sempre una prima volta, mi sorride chiedendomi quanti anni ho, penso di mentirgli il più rapidamente possibile non devo perdere tempo altrimenti se ne accorgerebbe. Gli dico la verità, 12, ma me la tengo per me.
Si avvicina di un altro passo convinto che abbia più di 14 anni, so che lui sa, ma so anche che agli uomini piace l’idea. Guarda il barista e gli fa cenno con la mano, un piccolo cerchio dell’indice su se stesso, -Un altro-.
Cerco di deglutire velocemente il primo, il tempo che me ne si presenti un altro di fronte, ancora ondeggiante dalla forza dell’urto, verde, assenzio.
Dicono che sia buono.
Ne bevvi una metà subito, mentre lui continuava a parlarmi, finche non cominciò a farmi complimenti sul mio viso, dicendo che ero molto carina e che era un peccato che fossi lasciata lì, conosceva Valentina e secondo lui era proprio una brava ragazza.
Bevvi l’ultimo sorso che mi infiammò lo stomaco, sembrava esserci una guerra là sotto, ma da fuori si intravide solo un lieve soffio d’alcool uscirmi dalla bocca.
-Non sei abituata a bere?-
-No ma figurati, è solo che oggi sono un po’ stanca- Mentire, mentire dal primo all’ultimo istante, agli altri e in primis a se stessi.

Le parole si spandono per quel bancone, comincio a parlare più libera, a volte la lingua mi si incastra su se stessa, le guance mi si fanno rosse dall’alcool, lui continua a dirmi che sono bellissima, le sue parole sembrano così dolci e sincere.
Faccio pensieri, Valentina si sta dirigendo in bagno con un altro tizio mi guarda e mi sorride, inciampa sui tacchi accompagnando il tutto con un -Wuo! Che sbadata- si piega a rimettersi il tacco e ride.
Gli apprezzamenti sul mio viso sono finiti, comincia a complimentarsi anche di altro.
Mi guarda languido, io continuo a guardare il bicchiere di assenzio vuoto, noto che gira vorticosamente, capisco di essere ubriaca, non capisco però perché stia così bene, perché mi piaccia così tanto essere considerata, mi sento inverosimilmente amata.
Mi prende per mano, lo guardo rapido negli occhi, per poi seguire il tatto della sua pelle tirarmi su dalla seggiola.
Il suo sorriso continua a proseguire fino alla porta del bagno, si accorge che è occupato, c’è Valentina, allora si dirige verso l’uscita, verso il parcheggio.
Lascia 15 euro sul bancone indicandoglieli al barista dicendogli –Tieni il resto- lui acconsente.
Sembrava mio padre quando mi portava per i boschi, io non ero abbastanza grande per superare le siepi o le radici troppo grosse, allora lui mi prendeva per mano in quella maniera e mi trascinava per i boschi, forse ho confuso il tipo di amore.
Lasciamo il bar dietro le nostre spalle con un tintinnio che mi ricorda l’assenzio bevuto un attimo fa.
La sera è fresca, dopo essere stati lì dentro quel parcheggio sembrava un’ immensa distesa, come se fossimo usciti da una fortezza, io e lui in mezzo al tutto. Francesco.
I suoni dei bicchieri vanno perdendosi tra le targhe lontane, ci avviciniamo alla sua macchina, un gruppetto di ragazzi e ragazze sta ridendo di un qualcosa una cinquantina di metri da noi, uno di quelli è ubriaco e casca tra una macchina e l’altra, gli altri ridono.
Continua a portarmi tra i boschi, il tipo mi casca di fronte, Francesco mi aiuta a superare la grossa siepe.
Ha una Golf parcheggiata nell’ultimo rettangolo del lato destro, lontana abbastanza, secondo lui, per cominciare a toccarmi.
Mi sento così voluta.
Non è vero che valentina è più bella di me infondo
Mi sento desiderata come non mai, mi piace, mi spaventa.
La prima volta.
Finisce tutto,
Non sono innamorata, non c’entra nulla con quelle storie che mi ero immaginata.
Vorrei dirgli qualche cosa, spero che mi chieda se mi sia piaciuto, se mi sento bene, che per lui è stato indimenticabile e per me pure, ma so bene che si mente agli altri ed in primis a se stessi.
Capisco di non essere più la bella ragazza di prima, quella dagli occhi dolci e dalle bevute offerte.
Qualcuno lì con me, lo vedo allontanarsi, mi sono già dimenticata, penso facesse giurisprudenza o cose simili.
Prendo la borsetta che avevo appoggiato di fianco alla ruota destra.
Mi viene da piangere.

Mi sento già diversa, pensavo che sarei stata più grande, che sarei cresciuta in quella maniera, anche io potevo essere come tutte le altre, per un attimo ho pensato all’uomo che mi ha fatto crescere e mi accorgo che non sa nemmeno il mio nome.
Per anni, da quella sera in poi, ho continuato a cercare l’uomo delle accortezze, quello che mi avrebbe dovuto dare l’affetto voluto.
L’ho cercato in ogni parcheggio, tra le mille marche di macchine, tra le centinaia di università.
Si, infondo ero diventata come Valentina, niente di più niente di meno, come una delle tante. Amata, voluta, desiderata, cercavo solo quello in una maniera o nell’altra, solo affetto.
Mi sono accorta, forse troppo tardi, magari mi sono fatta abbindolare troppe volte, magari ho sentito ciò che non c’era, ho visto ciò che non esisteva, sicuramente è questo.
Le città sono piene di ragazze e ragazzi persi, carenti ognuno di un qualcosa che tutti dovremmo avere, ognuno di noi lo cerca, in qualche posto con qualche cosa.
Poi lo trovi, e ti sta bene, qualunque sia la forma, droga, sesso, alcool basta che ci sia.
Mi sarebbe piaciuto fare questi ragionamenti quella sera.
Invece pensai che ora ero anche io una di loro, non più sola, non più verginella, come tutte le altre, che non mi dovevo vergognare.

Spesso mi capita di pensare al passato, delle volte mi ritrovo a capire che tante delle cose fatte le ho consumate troppo in fretta, senza una motivazione ben precisa.
Tante mi sono scivolate dalle mani prima di poterle sentire veramente, mi ripetevo sempre la stessa cosa in testa…… così fan tutte.

KIDANE