Cremisan, il vino che unisce

“Coltivare la pace attraverso la vite” si legge nel loro volantino, e questa non è una semplice aspirazione ma un’attività molto concreta, che va avanti da 125 anni nel luogo della separazione per eccellenza, dove si scontrano drammaticamente religioni e culture. E dove sorge, terrificante, il muro che divide lo Stato di Israele dai territori occupati della Cisgiordania, retti dall’Autorità palestinese. A due passi da Betlemme, simbolo della Cristianità, sorge la cantina Cremisan, che produce “vino che abbraccia il Medio Oriente”. «L’ uva in Palestina ha una storia millenaria, come la pianta della vite che si dice sia nata qui – spiega Emanuela Chiang, coordinatrice del progetto per VIS, organizzazione non governativa attiva nell’ambito delle opere salesiane.

La vinificazione vera e propria nasce a fine Ottocento grazie allo spirito d’iniziativa di un missionario e, da allora, è sempre stata finalizzata al sostegno della attività di solidarietà della Congregazione di don Bosco, che aveva in gestione il terreno dal patriarcato latino. Ancora oggi i proventi si trasformano in borse di studio per i ragazzi svantaggiati e in una scuola di formazione, che ha sostituito il vecchio orfanotrofio. I terreni coltivati a vite ammontano a 15 ettari nella tenuta di Bet Jamal, in territorio israeliano, e a 10 ettari a Shaffa, 15 chilometri a Sudest di Betlemme, in area palestinese. Altri cinque, che presto diventeranno 10, sono proprio sulla collina di Cremisan, accanto alla cantina. Difficile a spiegarsi, ma quest’ultima è letteralmente spaccata a metà dal confine . «Il muro non è stato ancora completato, ma è questione di tempo – dice Chiang – per ora c’è un posto di blocco con i militari e attraversarlo è sempre un problema». Ogni giorno le persone che lavorano nei campi e nella struttura, circa una ventina, sono costrette ad attraversare il checkpoint e come loro i macchinari, i materiali e le uve. «Immaginate l’estate, quando fa molto caldo e i camion sono bloccati per ore in attesa di un’autorizzazione», dice Emanuela.

Oltre a ciò esistono problemi di visto e di autorizzazione al lavoro per i tecnici italiani che partecipano al progetto: un agronomo, un enologo, un responsabile della cantina e un addetto amministrativo,m oggi temporanei ma presto sostituiti da due ragazzi palestinesi che si stanno specializzando all’Istituto agrario ndi San Michele all’Adige. E’ un grande progetto di solidarietà e inclusione sociale quello di Cremisan, che si avvale della sensibilità di un wine maker di fama internazionale come Riccardo Cotarella, consulente storico anche per i vini di San Patrignano. La sua equipe collabora stabilmente e in modo gratuito con Cremisan nell’ottica di elevare la qualità dei vini prodotti, diminuendone il numero che, fino a qualche anno fa, sfiorava la ventina. Oggi i vini su cui si punta sono quattro, due rossi e due bianchi, rigorosamente ottenuti da vitigni autoctoni palestinesi che Cotarella intende valorizzare. «Le persone che lavorano con noi sono molto legate– dice Emanuela Chiang – c’è la tradizione contadina dell’attaccamento alla terra, che va avanti da generazioni. Coltivandola, siamo riusciti a non farla confiscare dallo Stato israeliano. E poi, contadini e addetti della cantina provano una grande gratitudine verso i salesiani, che li hanno sempre aiutati». A Cremisan, spaccata dal muro, fiducia e rispetto non sono solo parole.

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