Cure e cuore

Le testimonianze dei ragazzi che assistono i pazienti del centro medico di San Patrignano. Esperienze che fanno maturare

di Simona Nobili

Il centro medico di San Patrignano è uno dei piloni portanti della comunità, non sono per le attrezzature e le tecnologie impiegate e per le terapie all’avanguardia utilizzate nella cura delle malattie correlate alla tossicodipendenza, ma anche per la presenza di un fattore importantissimo nel favorire la cura dei malati, il calore umano.

Il centro, un piccolo ospedale a tutti gli effetti, negli anni ha consolidato un’esperienza specifica, dal punto di vista clinico e psicologico, nell’assistenza dei pazienti affetti da Aids e dalle patologie associate a questa sindrome.

La struttura assolve alle necessità sanitarie della comunità e nel reparto degenza ospita i ragazzi che, a causa della droga, hanno sviluppato malattie, quasi sempre gravi, per le quali necessitano di ricoveri più o meno lunghi. Niente a che fare con le atmosfere fredde ed asettiche che purtroppo ancora oggi imperversano in molte strutture sanitarie ed ospedaliere del nostro Paese, nonostante si stia comprendendo sempre di più come attraverso il dialogo, l’ascolto del paziente, il cercare di rendere – nei limiti del possibile – la malattia e la permanenza in ospedale simile alla vita di tutti i giorni, si ottengano migliori risposte alle terapie, sia in termini qualitativi, sia in termini di tempo. Senza retorica o facili pietismi, l’amore può davvero tanto. Mettersi nei panni degli altri, capirne bisogni e desideri. Dare e, il più delle volte senza aspettarselo, ricevere. Una lezione di vita in grado di cambiare le persone, di far riflettere.

A San Patrignano fare assistenza, cioè assolvere a tutte le pratiche quotidiane che il paziente costretto a letto non è in grado di adempiere da solo, rientra nel percorso di recupero dei ragazzi, che attraverso il contatto costante con gli ammalati hanno la possibilità di toccare con mano realtà simili e nello stesso tempo diverse dalla loro, di acquisire quel senso di dovere e responsabilità che investe chi si occupa in tutto e per tutto della cura di un’altra persona.

Ci si accorge di essere fortunati, i problemi personali passano in secondo piano, l’importante è aiutare qualcuno che ha davvero bisogno.

Riuscire a reagire

Lina e Tiziana sono due volontarie, da tanti anni in forza al centro medico di San Patrignano, dove sono responsabili del settore dell’assistenza.

Lina accoglie tutti con un sorriso aperto, un abbraccio o una pacca gioviale sulla spalla. Sembra di conoscerla da sempre e mette subito allegria. A Tiziana preme subito dire che “qui non esiste il ‘poverino’ ”, perché tutti, anche quelli più gravi, devono cercare di darsi una scrollata, di fare il possibile per stare meglio. “Abbiamo visto casi davvero disperati, persone che arrivavano qui in barella e non si alzavano, riuscire a reagire, a rimettersi in piedi”, spiega per far capire l’importanza di questo servizio, “anche grazie all’aiuto e al conforto degli amici che hanno trovato”.

I ragazzi vengono a fare assistenza dopo un po’ che sono a San Patrignano, molti di loro lo chiedono espressamente, altri vengono su consiglio del responsabile di settore, che spinge chi ritiene sia portato, per attitudine e carattere, a fare un’esperienza di questo tipo. “Certo, quasi tutti incontrano difficoltà all’inizio”, sottolinea Lina, “ma poi continuano e ottengono risultati”.

La ‘giornata tipo’ comincia verso le 7,30 ed è suddivisa in tre turni: mattina, pomeriggio e notte. Di norma ci sono sette–otto ragazzi per turno assieme ad un referente. Al mattino, quando ovviamente c’è più lavoro da sbrigare (tutte le pratiche legate all’igiene, dalla doccia alla barba), si tiene la riunione per programmare il lavoro, aggiornando tutti sul da farsi. La notte è un momento particolarmente delicato, bisogna assistere chi è in difficoltà e per vari motivi non riesce a dormire.

Massimo, Francesco e Salvatore sono ospiti di Sanpa da alcuni anni. Oltre al loro personale percorso di recupero in uno dei diversi settori lavorativi della comunità, svolgono anche il servizio di assistenza ai malati. Nei loro occhi si legge un equilibrio conquistato gradatemente nel tempo, oltre alla felicità di poter condividere con gli altri l’amicizia, il lavoro, gli affetti. E quello che avevano perso. La speranza.

Si cambia dentro

“Cambia la sensibilità di ognuno, si comincia ad apprezzare le piccole cose, la vita”, dice Massimo, 36 anni, del settore dei chimici (che effettua vari tipi di analisi ambientali, delle operazioni di disinfezione e disinfestazione, oltre alla produzione di detergenti, ndr), che fa assistenza da quattro mesi. “Si impara a sdrammatizzare i problemi e il fatto che ci siano persone che dipendono interamente da te fa riflettere a fondo sulla vita”, spiega Francesco, 34 anni, del settore dei falegnami, da sette mesi in assistenza.

“Ci si confronta con gli altri, ci si accorge di essere stati fotunati”, dice ancora Massimo, mentre Francesco aggiunge: “E” un’esperienza molto positiva, ho scoperto lati di me che non immaginavo di avere, sono nati rapporti di amicizia che continuano nel tempo, siamo partecipi della vita e delle esigenze degli altri”.

E’ una grande conquista riuscire a strappare un sorriso ad una persona che fino a poco tempo prima se ne stava ferma a letto senza avere reazioni.

Momenti di difficoltà? “Sì, ci sono sempre all’inizio”, risponde Lina spiegando che per questo i nuovi ragazzi vengono affiancati da altri che sono qui già da un po’.

Il problema maggiore? Francesco dice che sulle prime non è facile superare l’imbarazzo che si prova nel lavare ed accudire completamente un’altra persona. Ma poi ci si riesce, magari con un po’ di umorismo che aiuta sempre. “Poi prendi confidenza con le persone, ci sono piccoli progressi, miracoli umani, piccole vittorie che diventano di tutti”, spiega ancora Massimo.

Salvatore, 35 anni, prima lavorava nel settore degli idraulici, da qualche anno è fisso al centro medico “Quest’esperienza mi ha dato tanto. Tutti abbiamo dei problemi, ma a contatto con questa realtà ho capito che i miei sono pochi”, dice e riflette sul fatto di essere riuscito “a dare quell’affetto che non ho potuto dare ad altre persone”. Si sente cambiato, ha acquisito maggiori certezze.

L’importanza di questa esperienza è testimoniata anche da altri ragazzi. “Sono felice che mi abbiano offerto questa possibilità e spero che duri il più possibile, perché un domani tutto questo mi mancherà molto”, dice Vanni degli elettricisti. Momenti di affetto, di calore, di amicizia. “……

Sono contenta di poter essere di aiuto, mi fa stare bene, serena”, dice Jenny, “è una delle cose che mi piace di più fare e sono felice di poter regalare dei sorrisi, perché loro ne regalano a me”.

Momenti che fanno affiorare sentimenti e ricordi. “Penso alle prime volte con voi, in me affiorava uno strano sentimento, una sorta di disagio, un misto di vergogna, colpa ed impotenza insieme”, dice Diego degli idraulici, che aggiunge: “era come se in un certo qual modo avessi dovuto darvi il cambio in quel letto di lacrime, conscio che non l’avrei mai fatto, così i miei occhi fuggivano i vostri e in me soffocavo l’imbarazzo di quell’istante, consapevole che sarebbe riemerso al prossimo incontro…”.