‘A da passà a nuttata

Panoramica Sanpa

Nella città della camorra, c’è chi non si arrende al degrado e alla disillusione. La storia di Assunta e delle altre “mamme coraggio”. In lotta contro tutto e contro tutti per salvare i ragazzi dalla droga

di Carlo Forquet

Da’ vint’anne fa a guerra / all’ignoranza de’ famiglie / all’indifferenza di chi parla e scrive / all’insicurezza delle autorità / ca comme ‘e sempe quando ce sta a’ guerra / ce campano buono senz’e se ne curà… A Marzano Pasquale sono sempre piaciute le poesie. Così, quando Massimo è tornato a casa dalla comunità, ha preso carta e penna e fatto ciò che sentiva di dover fare: dedicare dei versi alla donna che lo aveva aiutato “a salvare il figlio”, tirandolo fuori dalla siringa e dalla strada.

Via Antonietta De Pace, patriota mazziniana, è un vicolo come tanti tra il Rettifilo e piazza Mercato, cuore antico di Napoli. La poesia è lì, appesa al muro dello scantinato – ex bagno pubblico dell’era fascista – che ogni giorno fa da confessionale a decine di madri e padri disperati in cerca di aiuto. Vengono dalla città ma anche dai paesi intorno, come in una processione laica fatta di volti di gente semplice: persone che vivono drammi enormi, difficili anche solo da immaginare.

La sede dell’Associazione genitori lotta alla droga (Anglad) è una stanza di sì e no venti metri quadri, con le pareti dipinte di giallo e una grande foto di Vincenzo Muccioli al centro, riscaldata da una lucina.
Di immagini, ce ne sono anche altre: un gruppo con striscioni e cartelli, ragazzi che sorridono, titoli di giornale. Alcuni sono incorniciati: ‘Soltanto Napoli resta sorda all’appello delle mamme antidroga’, ‘Le mamme del Mercato continuano il digiuno’, ‘Muccioli a Bassolino: ‘Aiuta l’Anglad’’.

“Otto anni fa”, racconta Assunta Esposito, la ‘donna della poesia’, “siamo riusciti dopo decine di proteste, sit–in, blocchi stradali, manifestazioni, ad ottenere dal Comune questi locali. Li abbiamo rimessi a posto, intonacando e dipingendo le mura. Al piano di sopra, abbiamo anche ricavato un bagno. Autotassandoci. Non ci hanno mai fatto un regolare contratto, perché siamo un’associazione senza scopo di lucro, ma il mese scorso è arrivata una lettera: vogliono 50 mila euro di arretrati e un canone di 800 euro al mese. Sono pazzi? Aiutano così chi fa qualcosa contro lo spaccio e la camorra su cui si poggia la nostra disgraziata città?”.

Dire che Assunta sia una donna combattiva è dire poco. Da quando, nel 1985, diede vita al movimento delle ‘mamme coraggio’ – che arrivarono a denunciare i propri figli per strapparli a un futuro segnato – non si è mai fermata. “Come quella volta che bloccammo via Marittima per un’intera mattina. Anche allora un assessore ci aveva sommerso di promesse: non vi preoccupate, lasciate fare a me, presto avrete una sede”. Chiacchiere: dovettero occupare un sottoscala, e non fu la prima volta.

La storia dell’associazione e di Assunta è un continuo calvario di incomprensioni, quando non di vero e proprio ostracismo da parte delle istituzioni locali. Il Comune e la Regione non hanno mai appoggiato la loro opera, anzi… La stessa Iervolino, sindaco della città, si è limitata a firmare un’anno fa la richiesta di intitolare una strada a Muccioli, come hanno fatto molte città italiane, “ma, al di là di questo, non ci ha neanche ricevuto. Ci siamo sempre scontrati con un muro di indifferenza, insensibilità, disimpegno: qualche attestato di solidarietà, ma fatti concreti zero”.
Eppure, spiega Assunta, “di ragazzi ne abbiamo tolti tanti agli spacciatori. Oggi a San Patrignano ce ne sono centodieci e più di mille si sono salvati in questi ultimi dieci anni”.

L’Anglad si finanzia con una quota d’iscrizione di pochi euro. Ogni giorno si svolgono i colloqui con i tossicodipendenti e le loro famiglie. Quelli che vogliono intraprendere un programma di recupero sono invitati a frequentare gli incontri almeno due volte alla settimana. Raffaele, ad esempio, ha 55 anni, una moglie e due figli, tre condanne da scontare. “Tu adesso vai al Sert e ti fai fare la diagnosi”, gli raccomanda Assunta, “poi prendi il metadone a scalare. Solo per venti giorni, sennò non ce la fai”. Raffaele è sfuggente: ha paura che, se va in comunità, gli arrivano altri anni di carcere da fare. “Devi pensare a recuperarti, il giudice ne terrà conto. Ué, Rafè, vuoi smettere una volta per tutte con la droga? Allora fai quello che ti dico, io so’ vent’anni che faccio questo volontariato. Ti aspetto domani con tua moglie, voglio parlare anche con lei”, dice ancora Assunta.

Il giorno della riunione con gli associati lo stanzone di via De Pace non basta a contenere tutti: madri, padri, bambini si disputano le ultime sedie libere; altri stanno in piedi sul fondo. Arriva pure il garzone del bar con l’acqua minerale. “Sono i parenti dei ragazzi in comunità”, spiega Assunta, “vengono il venerdì pomeriggio per discutere come comportarsi con i figli quando arriva una loro lettera o come fare se vogliono mandargli vestiti, un pantalone, delle scarpe per l’inverno”.

C’è chi è contento e chi preoccupato: “Marcello mi ha scritto che sta facendo un sacco di cose: l’elettricista, l’assistenza nell’ospedale di San Patrignano, poi gioca a pallacanestro e fa anche il responsabile degli accompagnatori, quelli che stanno insieme agli studenti in visita. Una volta era uno sfaticato. Non sarà troppo?”. Da dietro, interviene una ragazza. “Mio figlio Paolo ha solo sedici anni. E’ partito da due mesi. Gli ho scritto che gli voglio bene, ma non gli ho detto che mi manca, sennò lui scappa e torna in questa merda. Ho fatto bene?”. Un’altra: “Da quando Franco si è deciso a provare a smettere sto male, non riesco a dormire, sono sfiduciata”.

Assunta risponde a tutti. Alza la voce: “Ve lo ricordate come erano prima i vostri figli? Giovà’, ti ricordi com’era Pasquale? Io sì: tu e lui eravate due bestie feroci. Quando c’è la droga in casa entra il tumore maligno. Oggi, però, dovete essere felici, perché loro si stanno recuperando. Abbiate fiducia nei vostri figli e non buttategli addosso le vostre angosce; quando sarà il momento torneranno”.

Intorno al tavolo della ‘presidentessa’, un uomo in tuta da carrozziere si dà da fare. Ha preparato tanti bicchierini di caffè e li porta a tutti: “Se volete un altro po’ di zucchero lì ci sono le bustine”. Teresa, invece, mette a posto l’archivio. E’ una donna minuta di mezza età, i capelli corti, il viso segnato, non parla mai. “Guardate lei”, continua Assunta rivolgendosi a tutti, “li sapete i guai che ha passato: la figlia è morta di overdose tre anni fa, il fratello sta a Poggi Poggi (Poggioreale, ndr) e hanno buttato la chiave. Ma non si lamenta come voi. Va avanti, fa… Bisogna essere contenti. Fra tutti i disgraziati noi siamo il meglio perché abbiamo qualcuno che ci dà una mano”.

E’ un attimo. L’atmosfera nello scantinato si fa più serena. Qualcuno ride. “Assu’, Giuseppe fra qualche giorno entra in comunità. Ha paura che la fidanzata gli mette le corna…”. “Manue’, se glie frije a’ ciaccutella non c’è niente da fare. Carmine, ora, deve pensare a se stesso, non alla ragazza. Ha tutta la vita davanti. Parliamo, invece, di cose importanti. Domani, andiamo a dare i volantini a Forcella: se ci sono ragazzi per strada, bisogna aiutarli. Chi ha paura è meglio che non viene”.
“Io vengo”, dice Manuela. “Anch’io”, fa Giovanni, “ci vediamo all’angolo di Corso Umberto alle nove”. Teresa si gira verso il cronista. Ha un viso che commuove. “Noi, quando siamo in difficoltà pensiamo ad Assunta. Nessuno è capace di fare le cose che fa lei”.

Dalla piazza alla vita
“Parliamoci chiaro. Io, a dieci anni, ho iniziato a fumare le canne, a dodici tiravo cocaina, poi a quattordici l’eroina. Ho avuto un passato bbbruciante…”. La dice proprio con tre b, Leonardo, la parola bruciante, e riesce a fartela vedere. Vico Santa Maria del Pozzo, quartiere Sanità, Napoli.

“Già quando ero un bambino di cinque anni, scendevamo in strada e andavamo al mare, una quindicina di noi. Graffi alle macchine, ruote bucate, fuoco ai cassonetti della monnezza: sai i danni che facevamo. Ma, per noi, era normale”.

Si interrompe. Da dietro, gli altri ragazzi lo prendono in giro. “Non fate bordello che sto facendo l’intervista!”, li zittisce. Poi si volta e gli scappa da ridere: “La mia famiglia? Come gli scavi di Pompei. Papà aveva delle conoscenze all’Inps e faceva prendere prima le pensioni. Mamma aveva il tumore. Ho due fratelli più grandi, di nove e undici anni, ma non li tenevo come ideali. Vivevamo nella stessa casa ma, onestamente, ci passavamo davanti e non ci salutavamo nemmeno”.

“Napoli è una bellissima città”, continua, “ma c’è poco lavoro. Le pizzerie ti prendono a fare il cameriere solo il fine settimana: cercano sempre di spendere meno. E c’è la camorra, che chiede il pizzo ai commercianti. Il rione Sanità è pieno di queste cose: scippi, rapine, droga. E poi… Alle ragazze piace il guappo”. Chi? “Il guappo, il prepotente. Può sembrare una cavolata ma è così: se non vai a rubare, se non ti droghi, se non fai le rapine, sei un battiroccio, un babà. Di stronzate ne ho fatte anch’io. E ci ho messo tanto tempo a capire che il vero stronzo ero io”.

Lui, l’hanno preso per i capelli a ventitre anni, Assunta e le altre ‘madri coraggio’ di Napoli. Lo avevano mollato tutti, rubava le macchine e se ne fregava di andare in galera. Una sera, il fratello lo aspettò fuori da una pizzeria: “Ho parlato con quelli dell’associazione. Possono aiutarti, ora tu non ti muovi di qui fin quando non mi dici cosa vuoi fare”. “Ero stanco”, spiega, “gli dissi che volevo provare”. Leonardo, da due anni e mezzo, è a San Patrignano.

Emergenza eterna
Il 7 dicembre è scattato l’ennesimo blitz. 1.500 agenti di polizia e carabinieri hanno setacciato, per tutta la notte, le palazzine del Terzo mondo e i casermoni del rione 167 a Secondigliano, alla ricerca di capi e soldati dei due clan in lotta per spartirsi l’ambìta torta della droga: i Di Lauro e gli scissionisti.

Risultato: quarantacinque arresti, sette provvedimenti di custodia cautelare consegnati in carcere e tredici delinquenti in fuga. Mogli e madri dei camorristi hanno inscenato una protesta, anche violenta, nei confronti delle forze dell’ordine, bruciando cassonetti e lanciando pietre al grido: “Jatevenne”. Il ministro dell’Interno ha parlato di “mazzata alla camorra”. Il presidente Ciampi si è congratulato. Servirà a qualcosa?

Difficile. Il nostro giornale, nel maggio del 1994, aveva descritto nei minimi particolari ciò che accadeva a Secondigliano già da alcuni anni. “Lo squallore di un quartiere ghetto, dove la droga è l’unica risorsa e i camorristi dettano legge”, recitava il sommario. Nel reportage, le testimonianze dei carabinieri con cui avevamo attraversato il quartiere. “Li sente i fischi? Sono per avvertire gli spacciatori: segnalano che ci stanno gli ‘sbirri’ nella zona. Sullo spaccio di droga qui campano tutti e tutti contribuiscono. Quando veniamo, nel migliore dei casi ci tirano bidè, pezzi di mobili, frigoriferi. Nel peggiore, sparano…”. Parole che potrebbero tranquillamente fare un salto di dieci anni ed essere state scritte oggi. Qualcuno ha mai dimostrato la volontà politica di fare qualcosa? Crediamo di no, se tutto è rimasto come prima.

Andare a Vele
Sempre aperto. Anche di notte. Il supermarket della droga di Secondigliano funziona a pieno ritmo da almeno vent’anni. La clientela proviene da tutta la regione e, più in generale, dal Centro e Sud Italia. Diversi i posti dove è possibile trovare la merce al dettaglio: Ciampecavallo, l’Oasi del Buon Pastore, la Iorio (dal nome di una farmacia nei dintorni). Ma il modo più sicuro per procurarsi ‘a’rrobba’ è andare alle ‘Vele’, mastodontici casermoni a forma di triangolo costruiti nel 1964 ed abitati, per il 90 per cento, da pregiudicati e famiglie di detenuti.

Ogni fabbricato è rinomato per la sua specialità: la vela azzurra per la cocaina, la vela bianca per l’eroina, la vela gialla per il ‘kobret’ (scarti dell’eroina) e la marijuana. Una volta imboccato il viale che porta ai palazzoni, sono gli stessi spacciatori ad indicare l’ingresso dove fermarsi. Un ‘palo’ ti segnala a quale piano andare.

Lì trovi la fila: almeno cinquanta ‘tossici’ in attesa della dose. Ad un momento prestabilito, arrivano i pusher. Uno prende i soldi, l’altro dà i pacchettini. La quantità minima costa venti euro, ma ce n’è per tutte le tasche.

L’organizzazione ha regole chiare: chi vende non si droga, i turni sono di sei ore, il guadagno per i soldati semplici è di 100 euro al giorno. Più si va in alto nella gerarchia più soldi si intascano. E’ la legge del mercato.

La droga c’è ma non si vede
Tra gennaio e giugno di quest’anno, sono stati sequestrati solo 166 chili di droga, contro i 1.611 del 2003. Sempre nel primo semestre del 2004 le denunce per reati connessi agli stupefacenti ammontano a 801, le persone arrestate a 706 (1.393 nel 2003) e gli ingressi di minorenni nei centri di prima accoglienza a 234. Il 60,5% dei giovani indagati per reati di camorra ha tra il 16 e i 18 anni e l’8,8% tra i 13 e i 15. Il 40,3% dei ragazzi affiliati alla camorra proviene da famiglie legate alla criminalità organizzata; la maggior parte (43,6 %) possiede la licenza media, il 24,3% quella elementare e solo il 5,1% frequenta le scuole superiori.