Dietro le tende

Cammino per strada, e mentre tengo le mani nelle tasche per riscaldarle, mi guardo attorno. La città ha messo il suo miglior abito invernale, le luminarie di un Natale appena trascorso si riflettono sui mucchi di neve ai margini delle strade, mentre le vetrine annunciano i primi saldi di questa stagione.

Che freddo, mi stringo nel piumino e affondo il viso nella sciarpa, e assaporando questo nuovo tepore intanto continuo a passeggiare e a guardarmi attorno, la mia attenzione è rapita principalmente dalle finestre delle case, dalla luce che filtra dalle tende che nascondono attimi di calda intimità. Nel pensare a questo mi rendo conto che è una cosa che ho sempre fatto, osservare le finestre delle case e viaggiare con la testa, pensando a cosa ci potrebbe essere dietro quelle tende purpuree, salotti, cucine o stanze che racchiudono degli attimi di tenera intimità famigliare.

Non posso fare a meno di pensare al luogo dove sono cresciuto, nella periferia, alle porte della zona industriale, con un balcone che si affaccia su quello che oggi chiamano termovalorizzatore e l’altro con un’ottima vista sulla ferrovia. È il classico quartiere dove i condomini sono tutti uguali, fatti in serie come le automobili, scatole di cemento armato di colore sgargiante per contrastare la cupezza della scenografia in cui sono inseriti e le finestre, di misura standard 120×140, non offrono nessuna emozione, non demandano nulla. Le tende spesso, sono solamente dei sipari per racchiudervi dietro i problemi.

Il freddo inizia a penetrare dentro gli strati di vestiti. Ma io intanto continuo a curiosare nelle finestre di questa nuova città che mi ospita già da molto tempo: è una città avvolgente, ospitale ma non la sento ancora mia. Ero già scappato dal cupo posto in cui sono cresciuto, avevo affittato un appartamento assieme alla mia ragazza dell’epoca, avevamo scelto una casa a due passi dal mare, con un’enorme finestrone che dava su di uno spazioso terrazzo. Le tende erano speciali, io avevo scelto la stoffa, trovata a Parigi nel mercatino di Porte de Clignancourt, e lei figlia di sarti, le aveva cucite costruendo così la quinta di una ritrovata armonia.

Armonia che però si interrompe nuovamente all’arrivo di un ospite inatteso, la droga. Che mi ha fatto perdere tutto quanto, il lavoro, l’amore e la casa, quella grande finestra venne chiusa, come si chiuse il cuore di chi mi ha visto giorno dopo giorno morire dentro ad una fialetta rotta. Tolte le tende e lasciata la casa non ho mai più sentito quel senso di completezza che vissi in quel periodo anche perché l’unica cosa che contava era farsi, farsi e ancora farsi.

Distolgo lo sguardo un attimo da quei lontani pensieri ed il freddo inizia a farsi insostenibile, batto le mani e i piedi più per vedere se sono ancora al loro posto che per scaldarli, e mi convinco che quello che sto cercando non sia dietro quelle finestre, ma attorno a me. Mentre faccio quest’ultimo pensiero mi accorgo di avere accelerato il passo, mi volto e vado: torno verso casa, al caldo. Quello vero.