Disagio o malattia

Nella percezione delle sostanze stupefacenti, un ruolo fondamentale lo gioca il lessico che ne individua gli effetti. I mass media svolgono un ruolo di traino, come sempre, ma anche le voci di carattere tecnico-scientifico e le terminologie mediche rilasciano il loro imprinting sul comune sentire. E il rischio è che puntino l’attenzione esclusivamente sulle conseguenze di natura fisiologica, tralasciando altre problematiche spesso alla base del cammino che porta alla dipendenza. Il ‘Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders’ (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), noto con l’acronimo Dsm, è uno dei punti di riferimento più autorevoli e influenti per diagnosticare i disturbi mentali. Si tratta del manuale più utilizzato dalla classe medica in tutto il mondo: attualmente raccoglie e categorizza più di 370 patologie psichiche e psichiatriche.
Sbirciando le anticipazioni
La pubblicazione della quinta edizione del manuale è prevista e attesa per il 2013 ma sono già disponibili gli stralci di una prima stesura. Sbirciando i draft sul sito ufficiale del Dsm V, che riporta lo stato dell’arte delle revisioni in corso, è possibile rilevare alcune importanti e sostanziali novità per quanto riguarda la classificazione dei disordini da uso di sostanze stupefacenti. Nella descrizione dei principali steps che caratterizzano l’uso di sostanze il conseguente disordine psicofisico, prevale la presenza di termini quali “astinenza” e “assuefazione”. La “bibbia della psichiatria” pare insomma privilegiare queste definizioni di “disordine” che indicano generalmente carenze e disagi di carattere fisico-fisiologico, rispetto a “dipendenza”, termine riferito prevalentemente a disturbi psicologici. Se è vero che il linguaggio utilizzato per descrivere il mondo delle sostanze stupefacenti può incidere sulla consapevolezza della loro pericolosità, la novità terminologica introdotta dal manuale costituisce un messaggio dalle conseguenze imprevedibili, ma sicuramente di forte impatto. Stabilire la priorità di “astinenza” e “assuefazione” sulla “dipendenza”, circa l’uso di una sostanza, incide sull’individuazione della sostanza stessa. Se la marijuana o la cocaina vengono considerate sostanze che provocano principalmente un effetto di carenza a livello fisiologico, ad esempio, questo potrebbe portare in secondo piano gli aspetti di natura psicologica, le carenze emotive ed esistenziali che avvicinano all’uso. A questo si aggiunga che dal ‘Dsm V’ dovrebbe essere anche definita una nuova scala di “priorità”, in cui l’alcol e il tabacco saranno definite come sostanze più nocive rispetto alla marijuana, che a sua volta viene prima di lsd ed ecstasy. Il problema non è certo la prima parte dell’espressione. Già da molti anni è in corso una campagna contro il tabacco, che vede l’Italia in leadership mondiale, e un altro segnale deciso nei confronti dell’abuso di alcol non può che sancire una verità già ben conosciuta e sperimentata. L’effetto potenzialmente più preoccupante riguarda però la scelta di considerare questi due abusi più pericolosi delle droghe prettamente dette. Se questa impostazione verrà confermata, a pagarne le spese potrebbe essere l’impegno teso a contrastare l’uso di eroina, cocaina, anfetamine, etc… Dalla valutazione che alcol e tabacco vengono consumati abitualmente, pur essendo sostanze più dannose, ad un approccio più facile alle sostanze considerate in questa prospettiva di secondo piano, il passo sarebbe breve.
La prima edizione ‘Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders’ risale al 1952, a cura dell’American Psychiatric Association, e nel corso delle successive edizioni il testo ha raggiunto un ‘approccio multidisciplinare’ nella definizione delle malattie mentali. Considerato, soprattutto nel mondo anglosassone, uno degli strumenti più attendibili per la diagnosi, non ha però mancato di suscitare numerose critiche da parte di chi lo considera inaffidabile. A non tutti gli addetti ai lavori, infatti, un manuale sembra adeguato per descrivere la situazione clinica di una persona. La categorizzazione specificamente statistica dei dati raccolti, secondo molti, spesso impedisce di individuare le caratteristiche soggettive del paziente, il suo vissuto e le sue esperienze. Proprio Allen Frances, presidente della task force che ha curato l’edizione corrente (il Dsm IV) è diventato il più implacabile critico delle modifiche proposte alla prossima edizione, che ritiene troppo promiscua, sottolineando che alcune modiche tassonomiche rischiano di ridurre il concetto dii normalità. Certo, il Dsm è rivolto agli addetti e non all’opinione pubblica, tuttavia messaggi del genere potrebbero filtrare anche al grande pubblico, data l’autorevolezza della fonte e tramite i medici che dal manuale potrebbero assumere un diverso atteggiamento metodologico e terapeutico verso i pazienti affetti da dipendenza. La discussione in corso per la revisione del testo è di ampio raggio e per prevedere in modo più puntuale le implicazioni epistemologiche toccherà aspettare il 2013. Il dibattito, intanto, è aperto.

Marco Milano