Donne da costruire

Più o meno sono sempre state il 20% degli ospiti della comunità, impegnate in settori a loro dedicati, come la lavanderia o la tessitura, o in altri misti come le decorazioni o la cucina.
Lina Balzani, responsabile della lavanderia, le ha viste passare tutte: «In lavanderia ne abbiamo avute anche 90, ma oggi siamo poco meno della metà dato che non è più pensabile accoglierne così tante. Una volta il lavoro da fare con loro era più semplice. Le donne che entravano in comunità avevano un’età maggiore rispetto a quelle con cui abbiamo a che fare oggi e lavorandoci trovavi qualche valore o principio positivo a cui aggrapparti e da cui ripartire. Si parlava di ricostruire la loro vita, mentre oggi è più corretto dire che le aiutiamo a tutti gli effetti a costruirsela».

A che età oggi il primo approccio con le droghe?
«Qua in settore l’età media è di 24 anni, ma la maggior parte di loro è entrata che aveva 20 anni con almeno 6 anni di storia di droga alle spalle. Iniziano quindi da piccolissime, spesso ben prima dei maschi. E per loro l’utilizzo di stupefacenti, va di pari passo con qualsiasi altro tipo di abuso. Più sono piccole, meno hanno paura di provare nuove forme di sballo».
Ad iniziare dai problemi alimentari?
«Spesso sono il primo sintomo di irrequietezza. E’ il modo più semplice che trovano per farsi notare da famiglie poco attente alle loro esigenze ».
Quale il carattere di queste ragazze?
«Difficile parlare di carattere. In loro c’è arroganza, rabbia, ma la loro sicurezza era figlia del farsi. Senza la droga non sono nulla. Bisogna fargli scoprire i sentimenti. Il loro benessere lo vedi quando tornano a emozionarsi. Per questo siamo chiamati a stimolarle continuamente. Al di là dell’impegno in settore, c’è chi studia, chi fa sport, chi canta, chi partecipa agli eventi aperti all’esterno. Quella di oggi purtroppo è una generazione che ha molto più bisogno di attenzione e di affetto della precedente».
E quando decidono di chiedere aiuto?
«Quando non ce la fanno davvero più. Le donne spesso nascondono meglio questo disagio, forse perché hanno meno difficoltà rispetto agli uomini. Attraverso la prostituzione o più semplicemente perché sono carine, spesso trovano un protettore, un fidanzato che gli fa sembrare tutto più facile. Sono sempre meno le ragazze che arrivano a Sanpa dopo aver avuto problemi con la giustizia».
Quali le difficoltà del reinserimento?
«Quando una ragazza è recuperata è difficile che ricada in errore. Il reinserimento è comunque una fase delicata e per questo le seguiamo con ancora maggiore attenzione. Devono avere molta grinta e tanto entusiasmo per affrontare il mondo esterno. Detto questo, per me è sempre una festa quando se ne vanno perché significa che ce l’hanno fatta».