La droga? Fa male anche all’ambiente

L’allarme per la deforestazione selvaggia legata alla produzione di coca e oppio è stato lanciato a San Patrignano dal responsabile Onu

di Laura Battisti

Come tutti gli allarmi ambientali, anche questo è ‘globale’ e giunge da più parti del mondo, tra le quali spicca – altro dato frequente nelle problematiche ecologiche – l’America Latina. L’unica particolarità è che, nonostante il tema generale molto trattato dai mass media e dagli opinion leader, la deforestazione, la questione specifica di cui stiamo parlando sembra avere suscitato meno indignazione e mobilitazione del solito.
A suonare l’allarme è stato però un personaggio di primo piano: Jorge Rios, responsabile dei Progetti di sviluppo sostenibile dell’UNODC (l’Ufficio antidroga dell’ONU), che durante il convegno su ‘Il cibo sociale di goodFOOD’, svoltosi a San Patrignano nell’ambito di Squisito!, ha trattato l’aspetto della dannosità ambientale della produzione di droga.

Impatto sul territorio
La coltivazione della cocaina, in particolare, causa un enorme impatto sul territorio, mettendo a rischio un patrimonio naturale di vitale importanza per il pianeta. “Nel corso degli ultimi 20 anni, sono stati abbattuti almeno 2,2 milioni di ettari di foresta tropicale solo per far posto alle piantagioni di coca. Una superficie equivalente alle dimensioni della Slovenia e alla metà della superficie di Olanda o Svizzera”, spiega l’esperto delle Nazioni Unite. “Per ogni ettaro di piantagione di coca bisogna abbattere dai 2,5 ai 4 ettari di foresta. In altri termini, per ogni grammo di cocaina consumata vengono tagliati quattro metri quadrati di foresta”.
I coltivatori di piante da droga nella regione andina e nel sud-est asiatico generalmente scelgono le zone più remote delle foreste tropicali dove però, a causa della scarsa fertilità e della necessità di nascondersi, i campi vengono abbandonati dopo due o tre raccolti per spostarsi in aree più interne. Tale pratica si è diffusa soprattutto dalla seconda metà degli anni ’80 in Colombia, dove i trafficanti hanno concentrato la produzione a seguito dell’azione di contrasto avviata in Bolivia e Perù (dove i campi vengono sfruttati più a lungo). La coltivazione di coca in Colombia è così aumentata, soprattutto nelle regioni di Putumayo e Caqueta e nelle pianure orientali, tanto che nel 2000 è giunta a 136.000 ettari. Dal decennio in corso, però, il governo colombiano ha intrapreso un’intensa campagna di irrorazione con erbicidi nelle regioni della Caquesta e del Putumayo, sradicando circa 20.000 ettari.

Il grosso del dramma si consuma in Sudamerica. Dal progetto ‘Responsabilità condivisa’, realizzato da vicepresidenza della Repubblica di Colombia, Direccion nacional de estupefacientes e UNODC, giungono altri dati emblematici: la deforestazione è la prima fonte di inquinamento atmosferico locale, con 380 tonnellate di biomassa distrutte per ogni ettaro abbattuto e incendiato per far posto ai campi di coca, che sono ottenuti mediante il ‘taglia e brucia’. In Bolivia, nel Chapare, dalla metà degli anni ’80 fino agli anni ’90, tale sistema ha provocato la distruzione di quasi 40.000 ettari di foresta.

Cocaleros ‘chimici’
Questo per non parlare delle sostanze chimiche massicciamente impiegate nel processo, in ragione dell’inadeguatezza del terreno alla coltivazione: ben 150 kg. e circa 215 litri per ettaro. “Per ottenere un chilo di pasta di coca sono necessari tra gli altri 1,9 litri di acido solforico e 1,25 litri di ammoniaca. E si contaminano ben 194 litri di acqua, oltre a produrre 625 chilogrammi di rifiuti vegetali tossici, che vengono riversati nei fiumi e sul terreno, uccidendo pesci e altre forme di vita e inquinando le fonti di approvvigionamento idrico dell’uomo”. Secondo un rapporto dell’Università di Lima, nel solo 1986 i trafficanti della Valle Superiore dell’Huallaga hanno scaricato oltre 100 milioni di litri di residui tossici (gasolio, kerosene, acido solforico e toluene) nel bacino del fiume Huallaga, un affluente del Rio delle Amazzoni, numerosi immissari del quale sono stati quasi completamente depauperati di numerose specie vegetali ed animali. I coltivatori, peraltro, non usano protezioni nell’uso dei prodotti chimici, esponendosi a gravi danni per la loro salute.

La questione non è però un’esclusiva sudamericana. L’esperienza in Thailandia, dove la lotta alla coltivazione dell’oppio data a ormai 40 anni fa e ha conseguito un notevole successo, conferma il dato. “Bisogna sfatare la credenza che i coltivatori di papavero guadagnino bene, inoltre sono costretti a un regime di vita pessimo: la deforestazione necessaria per seminare il papavero danneggia gravemente l’ambiente e gran parte dei contadini, un tempo, fumava l’oppio, con conseguenze pesanti per la salute”, spiegano Phinjada Atchatauivan e Kunnaja Wimooktanon della Mae Fah Luang Foundation, anch’essi ospiti dell’ultima edizione di GoodFood a Squisito!. “Con le nocciole, il caffè, la lana, e con i lavori artigianali, ora i contadini guadagnano dieci volte più di prima, quando coltivavano il papavero da oppio”, ribadiscono i due operatori tailandesi.
L’alternativa? Convincere i coltivatori a passare alle colture alternative, redditizie e sostenibili dal punto di vista ambientale: la strada che l’UNODC sta perseguendo con significativi successi in tutti i maggiori paesi produttori.

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