Droga in rosa

I dati quantitativi sono inequivocabili ed eclatanti. Almeno cinque milioni di italiane sono schiave della nicotina. L’8 per cento delle ragazze soffre di disturbi alimentari. L’alcolismo femminile fa oltre 7.000 vittime all’anno e il consumo tra le giovanissime è in rapida ascesa: il 16,8 per cento delle 14-17enni beve fuori pasto. Per non parlare del consumo di cocaina, anch’esso esploso soprattutto tra le ragazze: la sniffano il 2,5 per cento delle teenager e l’1,9 tra i 25 e i 34 anni.
Si tratta però di una realtà poco considerata e ulteriormente complicata dal fatto che le ‘tossiche’, subendo maggiormente la riprovazione sociale, soffrono in silenzio, si nascondono. Solo una donna ogni sei uomini, per esempio, si rivolge a un centro pubblico per farsi curare, spesso dopo lunghi anni di solitudine e vergogna.

La malattia del secolo
Difficile, pertanto, identificare le cause con precisione. Lo psichiatra francese William Lowenstein e la giornalista Dominique Rouch, in ‘Femmes et dépendances. Une maladie du siècle’, attribuiscono la colpa ai ritmi frenetici e all’infinità di ruoli che la moderna figura femminile deve ricoprire nello stesso tempo: moglie, madre, amica, figlia di genitori dei quali prendersi cura e lavoratrice. Le si richiedono prestazioni sempre maggiori, fonte di stress e frustrazioni talvolta insostenibili e considerate dagli altri senza riconoscimento né riconoscenza, quasi fossero una routine inutile.
«Il rapporto con gli altri costa sacrifici, si ha sempre paura di non essere all’altezza. Così si ricorre a sostanze o comportamenti coatti che alleviano la fatica di vivere, che offrono un’iniezione di autostima, un momento di euforia dopo tanto sfinimento», spiega Lowenstein. Il problema può presentarsi e aggravarsi proprio tra le sposate e le pensionate, che nel momento in cui si allenta il rapporto si allenta con i figli e il marito si sentono meno desiderate e utili, vittime di abbandono e incomprensioni.
Tuttavia, la vulnerabilità delle donne alle dipendenze non ha solo ragioni socio-psicologiche. «Esistono anche cause biologiche» prosegue lo psichiatra. «Il loro umore, il ritmo del sonno, la fame sono influenzati dagli ormoni e dai loro sbalzi nel corso della vita: durante il ciclo mestruale, la pubertà, la gravidanza la menopausa. Le tempeste ormonali spesso provocano depressione e ansia, che nel sesso femminile sono tre volte più frequenti».
La scelta “tossica” può a volte configurarsi come una sorta di “doping”, confinata nel privato e mediante il ricorso a sostanze socialmente più accettate. Ed ecco che le donne, in generale, consumano il doppio delle medicine degli uomini, ricorrendo spesso a cocktail auto-somministrati. E che il numero delle alcoliste corrisponde ormai a un quarto di quello degli uomini, ma con variazioni notevoli tra i vari paesi, tanto che negli Stati Uniti alcune ricerche parlano di un etilista su due di sesso femminile.
Come si diceva, però, la situazione appare seria soprattutto per le specifiche caratteristiche della dipendenza femminile. L’esordio dell’abuso di alcol è più tardivo e la quarta decade è il periodo a maggior rischio, poiché si tratta dell’età in cui la donna può smarrire con più facilità ruoli e speranze. D’altro canto l’organismo femminile è più vulnerabile nei confronti dell’alcol e quindi la donna impiega meno dell’uomo per diventare alcolista e, date le diverse modalità di assorbimento, sviluppa rapidamente complicanze epatiche e psichiatriche. Non per nulla, la percentuale di ricoveri fra le etiliste è triplicata.
In Italia la situazione appare particolarmente seria soprattutto per le donne e ragazze che passano dal tradizionale consumo durante il pasto al modello “nordeuropeo” dell’ubriacatura, che determina un‘incidenza tre volte superiore di alcolismo e morte precoce nel genere femminile rispetto agli uomini. Che dire poi degli incidenti stradali? Tra le guidatrici abituali fino ai 24 anni e oltre i 44 emerge una stretta relazione tra abuso di alcol e frequentazione di discoteche o locali per la quale le bevitrici a rischio che si mettono al volante passano dal 3,9 a un pericoloso 16,7 per cento.

Un quadro inquietante
Non meno inquietante il quadro sugli stupefacenti reso noto nella ‘Relazione al Parlamento’ di quest’anno. Nell’ambito del (peraltro contestato) calo generale di consumo per cento rispetto al 2008, le donne si collocano nella categoria delle forti consumatrici di cannabis, soprattutto tra i 15 e i 24 anni. E anche in questo caso, le conseguenze socio-sanitarie sul genere femminile appaiono più pesanti.
Intanto, nonostante la diminuzione dei decessi droga-correlati, si nota un aumento delle morti tra la popolazione femminile. Inoltre, benché le donne rappresentino solo il 9 per cento delle persone coinvolte nelle 23.000 azioni di contrasto del traffico di stupefacenti, il loro aumento viene considerato con particolare preoccupazione, così come quello di stranieri e minori, da autorità giudiziaria e forze dell’ordine.
Inquieta in particolare, però, il dato rilevato tra i pazienti in trattamento presso i Servizi che hanno sviluppato infezioni, dove si riscontra una crescita tendenziale delle donne: costituiscono il 18,7 per cento di quelli affetti da Hiv, il 57,3 per cento dei malati di epatite B e addirittura il 65,7 per cento dei positivi al test da virus Hcv. Le percentuali di malate tra le nuove utenti dei Sert sono inferiori ma giungono fino al 24,3.

Cattive abitudini
Per tornare alle dipendenze con un maggiore grado di approvazione sociale, il fumo conferma come le donne segnino una negativa “controtendenza” anche nei trend di consumo in diminuzione progressiva. Le tabagiste nel mondo sono una realtà in crescita che già rappresenta circa il 20 per cento.
In Italia – lo dice il ‘Rapporto annuale sul fumo’ dell’Osservatorio fumo alcol e droghe dell’Istituto superiore di sanità – vi sono oltre 5 milioni di fumatrici accanite, numero che si avvicina sempre più a quello degli uomini. L’inizio avviene attorno ai 17 anni. Fortunatamente, emerge dallo studio presentato al ‘Convegno nazionale tabagismo e Servizio sanitario nazionale, aumenta anche la presenza di coloro che hanno avuto la forza di dire addio alle ‘bionde’, quasi 3 milioni.
Tra le cattive abitudini che stanno crescendo tra le donne, infine, il gioco d’azzardo. Ad attestarlo, uno studio condotto dall’Istituto di fisiologia clinica del Cnr di Pisa nell’ambito del progetto ‘Il gioco è una cosa seria’ della Asl Torino 3. La tendenza è a un forte aumento di giocatrici spesso giovani, molte in età scolare, nonostante i divieti imposti dalla legge.
“Dal 2008 al 2009 la percentuale di studenti tra i 15 e i 19 anni che dichiarano di aver giocato in denaro almeno una volta negli ultimi dodici mesi è aumentata dal 40 al 47 per cento”, spiega la ricercatrice Sabrina Molinaro, che precisa: “L’aumento maggiore è fra le ragazze, passate dal 29 al 36 per cento”. Gratta e vinci e altre lotterie istantanee, lotto e superenalotto sono le maggiori attrattive per il circa 32 per cento delle giovani adulte che dichiarano di scommettere almeno 50 euro al mese.
Si potrebbe osservare in chiusura che anche nelle forme di dipendenza da cibo tradizionalmente femminili, dunque anoressia e bulimia, si riscontra un’incipiente presenza maschile. Se ne potrebbe trarre la conclusione che, all’interno di un fenomeno di mescolamento generale che contraddistingue la nostra società, le differenze di genere nei comportamenti si vanno assottigliando. Ma non è certo una consolazione, visto che la “parità” viene raggiunta spesso imitando i comportamenti e gli atteggiamenti peggiori dell’altro sesso.

Emanuele Grimaldi

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