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Farmaci sostitutivi e percorsi comunitari come risposta alla dipendenza da oppiacei

Un trattamento integrato fra la risposta farmacologica e i percorsi comunitari come risposta al problema della dipendenza da oppiacei. Questa la sintesi a cui si è giunti al termine del convegno online “Dipendenza da oppiacei: epidemiologia e trattamento” organizzato da San Patrignano e da Weill Cornell Medical College, NewYork – Presbyterian Hospital.

A confrontarsi con l’esperienza italiana dei servizi e quella più specifica di San Patrignano, medici e ricercatori statunitensi che stanno vivendo un’epidemia di abuso/dipendenza da farmaci antidolorifici oppiacei, derivante da un’indiscriminata e facile prescrizione degli stessi. Una situazione a cui ha fatto seguito una nuova diffusione dell’eroina e di sostanze oppiacee sintetiche, molto potenti e letali. “L’overdose da oppiacei negli Stati Uniti è diventata la prima causa di morte nella fascia di età tra i 20 ed i 40 anni – ha spiegato Jonathan Avery, M.D. Director of Addiction Psychiatry Weill Cornell Medical College, NewYork – Presbyterian Hospital – In Usa abbiamo avuto oltre 70mila morti solo nel 2017”.

Da qui l’interesse nel capire come offrire un valido aiuto ai tossicodipendenti alla luce del fatto che negli Stati Uniti la principale soluzione finora adottata per contrastare la dipendenza è il trattamento farmacologico.  “Le dipendenze sono una malattia del cervello – ha spiegato Lipi Roy, direttore medico dell’Housing Works di New York –  e c’è uno stigma sociale molto elevato rispetto la tossicodipendenza. Il primo problema negli Stati Uniti è che solo il 10 per cento ha accesso al trattamenti da oppiacei. Nonostante io sia sempre a favore dei farmaci, riconosco che la dipendenza colpisce tutti gli aspetti della vita e questi vanno tenuti in conto. In alcuni casi i farmaci possono essere molto efficaci, ma in altri credo che servano sia trattamenti con farmaci e psicoterapia. Serve un approccio multidisciplinare come quello usato da San Patrignano ma assieme ai farmaci e personalizzare il trattamento di ogni singolo individuo”.

A sollevare dubbi Roger Weiss, M.D. Professor of Psichiatry, Harvard Medical School: “Secondo i nostri studi ha avuto un maggiore outcome di successo chi assumeva farmaci sostitutivi e il counselling non ha migliorato gli esiti. Scoprendo l’esperienza di San Patrignano invece emerge quanto sia importante un trattamento psicosociale. Ma come fare per chi non ha modo di accedere ad una comunità così ben strutturata o non può seguirla per così tanto tempo?”.

A rispondere lo stesso Luigi Stella, professore incaricato di Farmacologia, Tossicologia e Teratogenesi dell’Università Federico II di Napoli e Presidente Società Italiana Tossicodipendenze: “Deve esserci una stretta connessione fra i servizi per le tossicodipendenze e le comunità come abbiamo in Italia. Siamo noi servizi a selezionare i pazienti e inviarli alle comunità e oggi quasi nessuno di loro entra in comunità senza farmaci. L’approccio medico e quello della comunità terapeutica è un tutt’uno perché abbiamo visto che il trattamento multidisciplinare può portare a risultati molto importanti”.

A sottolineare l’importanza di un percorso psicoeducativo di lunga durata Antonio Boschini, responsabile terapeutico di San Patrignano: “Tre anni di percorso di recupero sono tanti, ma è altrettanto vero che nella seconda parte i ragazzi si impegnano negli studi e in una formazione professionale. Inoltre, se ragazzo di 18 anni affronta un problema di dipendenza da oppiacei con una terapia agonista, la seguirebbe per un periodo più breve? Dato che le droghe dirottano il cervello, dopo 20 anni un farmaco agonista non rischia di cronicizzare una situazione di dipendenza? Capisco che il mondo del trattamento farmacologico è distante da quello del recupero, ma devono trovare modo di comunicare. Il problema della dipendenza va esaminato non solo nella prospettiva neurobiologica, ma anche in tante altre, Dobbiamo ragionare in maniera molto elastica e scandagliare tutte le possibilità per aiutare le persone, perché spesso la tossicodipendenza nasce da un disagio precedente”.

A provare a trovare un punto di contatto fra gli interventi Phaedon Kaloterakis, assistant director of  Kethea, importante realtà di recupero in Grecia: “Il trattamento farmacologico e il recupero sono due approcci anche molto distanti, ma dobbiamo iniziare a trattare il problema della tossicodipendenza come problema psicologico, biologico e sociale. E’ necessario che si formi una sinergia fra noi che lavoriamo nel campo e dobbiamo istituire dei forum per discutere e ascoltare gli uni e gli altri condividendo quanto più le nostre esperienze”.

A sottolineare l’importanza di questi confronti anche Gabriele Manella, professore associato in Sociologia dell’ambiente e del territorio, Università di Bologna: “Abbiamo l’esigenza di avere programmi comunitari efficaci e misurabili. Per poter sostenere l’importanza di andare oltre al solo trattamento farmacologico, è fondamentale che le comunità facciano ricerche di follow up, per capire a distanza di tempo come stanno le persone, come è stato il reinserimento sociale e il tasso di riuscita del percorso”.

A chiudere gli interventi Letizia Moratti, cofondatrice della Fondazione San Patrignano: “Seguendo la comunità dal ’79 negli anni ci siamo convinti di una cosa: la tossicodipendenza non è una malattia cronica e recidivante, ma una situazione da cui la persona può essere recuperata completamente”.


20 Novembre 2020
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