I figli violenti della droga

(Il Resto del Carlino – giugno 2002)

di Chino Pezzoli
Fondazione Promozione e Solidarietà Umana

Di tanto in tanto, il ministero della Sanità ha espresso preoccupazione per l’aumento dei pazienti borderline: è una dimostrazione di attenzione, cui ci auguriamo seguano iniziative concrete. Cosa fare d’altro? Le istituzioni, i mass media, devono pubblicizzare, far conoscere a tutti, i danni terribili che queste droghe provocano: devono inculcare nei ragazzi e nei giovani il valore irrinunciabile della salute, il rispetto del proprio corpo in qualsiasi contesto di divertimento o di competizione in cui vengano a trovarsi. Lo si gridi, per favore, da tutte le parti: prevenire significa educare.

Ma, se mantenere i ragazzi lontano da tutte le sostanze è un dovere di tutti, curarli non lo è da meno. Il recupero fa parte della lotta alla droga e coloro che vi dedicano tempo, competenze, energia e sensibilità non vanno isolati o ignorati, come spesso accade. Aiutare una persona a ricostruire se stessa e la propria vita è un processo lungo e complesso, che coinvolge molti attori: comunità, servizi pubblici, operatori, famiglie, Stato. Comporta un impegno per promuovere un cambiamento profondo dei comportamenti e far acquisire al soggetto specifiche capacità comunicative e sociali che, a loro volta, saranno utili nella definizione della sua personalità, delle capacità estensive nel contesto familiare, sociale, lavorativo. Non è poco, in una situazione in cui la cronicità e la irrecuperabilità di queste persone è stata voluta e pianificata, a scapito della loro emancipazione. Eppure, le comunità si sentono sole, abbandonate e, soprattutto, non tutelate giuridicamente. Ciò accade, sempre più spesso, quando esse prendono in carico tossicodipendenti con doppia patologia o bipolarità, pericolosi per se stessi e per gli altri. Le famiglie non hanno risposte adeguate per contenere e curare queste situazioni; sono rimaste sole e disperate di fronte a un figlio spesso violento e imprevedibile, che ha bisogno di strutture idonee che vadano oltre l’immediato ricovero ospedaliero: strutture che garantiscano l’accompagnamento della persona verso un certo equilibrio e una possibile autonomia.

Queste famiglie si rivolgono alle nostre comunità, con la speranza di trovare una risposta ad un disagio che mette a rischio gli stessi genitori, fratelli e sorelle. E noi non ci sottraiamo. Anche gli ultimi studi scientifici, infatti, sottolineano la necessità di dare ai ragazzi alterati dall’ecstasy, dalla cocaina e dall’alcol, luoghi sereni di contenimento, di attività, di convivenza, per garantire l’esito positivo di qualunque trattamento psicoanalitico e farmacologico. Noi, accogliendoli, diamo loro un ambiente educativo stimolante e dei percorsi di recupero reali, atti a riportarli a quell’equilibrio psichico di base che permetta loro una vita attiva e dignitosa. Ma siamo, d’altro canto, coscienti che possono avere, in qualunque momento, crisi involutive di difficile controllo, con episodi anche gravi. Gli stati psicotici, maniacali ed ossessivi congiunti a sintomi depressivi con idee di suicidio, mettono le nostre strutture in difficoltà. Che facciamo allora: li lasciamo soli, emarginati, esposti a gesti auto–lesivi? Giro questa domanda alle istituzioni, aspettando una risposta concreta. Le autorità politiche e giuridiche devono riconoscere il nostro ruolo di comunità anche in situazione come queste. Stiamo sopperendo, senza alcuna tutela, ad una terribile emergenza sociale.