Forse un giorno

Non ci tornava da una vita Gabriele. L’erba ora è cresciuta sul campetto. Ormai non si vedono più nemmeno le righe. Le avevano fatte loro, una vita fa, con quella calce rubata dal cantiere vicino.
Del resto non si poteva andare avanti così. Da anni il comune andava proclamando ai quattro venti che l’avrebbero sistemato quel vecchio centro sportivo. Ogni volta però si rivelavano solo promesse mancate. Ma per loro non era un problema. Gabriele ricorda bene, erano abituati a farsi giustizia da soli.

Oggi i bambini non giocano più lì. Hanno costruito un nuovo mega-impianto qualche km più in là. A dirla tutta l’avevano già finito quando loro erano ancora adolescenti. Ma un po’ per orgoglio verso quel comune parolaio e soprattutto perché al cuor non si comanda erano rimasti fedeli alle vecchie abitudini. Di campetto ce n’era uno solo. Il loro San Siro, il loro Olimpico e addirittura il loro Bernabeu quando al mercoledì sera, in tv, c’era la Coppa Campioni. Bastava non soffermarsi troppo sui particolari: le porte con le reti bucate, la tribunetta di legno che stava in piedi per miracolo. Tutte cose che la fantasia faceva passare in secondo piano. Del resto quando si sogna non si ha il tempo per guardare i dettagli. E poi lì ci andavano per giocare chi se ne frega del nuovo impianto. C’andassero i figli di papà.

Giocare. Già. E forse anche per non pensare. Quando il pallone cominciava a rotolare i problemi rimanevano a bordo campo. Non osavano entrare nel rettangolo di gioco. Stavano lì, in attesa, spettatori discreti di quell’inno alla spensieratezza. Con pazienza attendevano che la partita finisse per riattaccarsi alle loro vite.

Gabriele tutto questo se lo ricorda. Ognuno aveva i suoi di problemi.
C’era Davidino. Non vedeva il padre da anni, da quando se n’era andato sbattendo la porta di quello squallido appartamento delle case popolari dove viveva. L’aveva sbattuta talmente forte che per un attimo Davidino credette che crollasse tutto il palazzo. In realtà era qualcosa dentro di lui che si stava frantumando. Rimase da solo con la madre. Lei fece del suo meglio ma il vuoto lo ha sempre accompagnato. Davidino non sapeva proprio giocare, uno dei peggiori che Gabriele avesse mai visto. Ma con quel sorriso e quella risata contagiosa si faceva perdonare tutto. Anche quella volta che li fece perdere contro quei quattro bulletti del paese vicino. Sorrideva anche mentre raccoglieva il pallone dalla rete. Erano delusi ma a Gabriele e agli altri piangeva il cuore nel vederlo felice. Avrebbero voluto che non calasse mai la sera, fuori e dentro di lui.
Gabriele sorride amaro.

Poi c’era Ale. Piedi da campione e grinta da vendere. Fin da bambino gli prospettavano un futuro luminoso nel calcio. Peccato per il fisico. Basso e mingherlino. Un limite che ha tarpato le ali ad una carriera pronta a spiccare il volo. Tanti provini ed un’unica risposta: “Sei troppo piccolo! Ripassa fra qualche anno”, ma gli anni passavano e solo gli altri crescevano. Fine dei sogni.

Gabriele passeggia fino all’altezza del dischetto. Finta il tiro. Li calciava sempre lui.
Gli viene in mente Cristiano. Il fratello più grande di Ale, il quarto moschettiere. Zazzera riccioluta, stile Maradona e stesso piedino fatato del fratello. Lui si che l’aveva il fisico per sfondare. Ma del calcio non volle fare la sua professione. Sognava la divisa Cri. Quella da militare però. E così a 19 anni si è arruolato volontario ed è ancora lì, nell’esercito. Adesso si è sposato con Martina. Gabriele è andato a trovarlo qualche mese fa. Non si vedevano da una vita. Cri ha messo su la pancetta e gli brillano gl’occhi quando parla del suo piccolino.
Brillano anche a Gabriele quando quel pargoletto lo chiama zio. Un luccichio che diventa lacrima quando sente che è Cristiano ad invitare il bimbo a chiamarlo così. L’amicizia vera sa ancora scaldare il cuore di Gabriele, nonostante quel dolore, quella tristezza. Perché da quel campetto alla mano di quel bambino che reclama le attenzioni dello “zio” ne son successe troppe.

Davidino è sparito. Risucchiato dal vortice dell’eroina. Nessuno sa più dov’è, ne se sia ancora vivo. Ma tutti sanno il perché di quella fine. Quel vuoto non l’ha mai abbandonato.
Alessio invece adesso beve. Lui che di calcio era un dipendente adesso ti aggredisce al solo sentirne parlare. Le delusioni gli bruciano ancora. Per lui quella passione faceva rima con ossessione. Gabriele ha incontrato anche lui una sera. Hanno parlato un po’dei bei tempi andati. L’alcool ha amplificato la sensazione la malinconia. Gabriele gli ha detto di aver visto Cristiano, suo fratello qualche tempo prima. Alessio non ci parla da anni. Gli ha raccontato di quanto sia stato bello sentirsi chiamare zio. “Non lo vorresti anche tu?, in fondo è tuo nipote”, gli ha chiesto Gabriele. Per un attimo, alla parola zio, Gabriele ha visto negli occhi di Ale lo stesso luccichio che lo aveva attraversato qualche giorno prima. Ma il bicchiere successivo gliel’ha spento in un batter di ciglia.

E così Gabry è tornato in quel campetto. Perché? In fondo la sua vita ha preso il verso giusto. Niente a che vedere con Davide e Ale. Ha un lavoro sicuro e ben retribuito, una bella famiglia. Eppure è lì in mezzo al campo, sdraiato e non si sente granchè bene. Sdraiato a chiedersi perché per esempio Cristiano non abbia mai sentito il bisogno di tornare lì. Anche lui adesso ha una bella vita.

Mentre pensa tutto questo all’improvviso ha come una visione. Vede Davide in mezzo ai pali . Lo vede sorridere. Lo mettevano sempre in porta perché fuori faceva i danni. Gli viene da ridere. Da ridere con Davide, come se lui fosse veramente lì. Sghignazza come un pazzo, finchè una voce non lo interrompe.
“Cos’hai da ridere matto?”
E’ Cristiano, con il suo bimbo.
“E tu cosa ci fai da queste parti?”, gli risponde stupito Gabriele. “Credevo non ci venissi più qui.”
“Cosa ci faccio, beh, penso la stessa: cosa ci fai tu qui? vengo a salutare i vecchi amici”.
Scoppiano a ridere insieme. Ridono a tal punto che dopo un po’ il bambino, quasi indispettito reclama di giocare lanciando il pallone in aria…
Forse un giorno anche Alessio e Davide avranno voglia di salutare i vecchi amici.
Intanto il campetto riprende vita. La tribunetta è sempre lì, le porte pure. Le righe. Beh, per le righe c’è sempre il cantiere vicino.