Identità e memoria

«Ogni ragazzo a San Patrignano potrebbe dire chi è Vincenzo, anche se non lo ha mai visto o conosciuto. Comincia a farlo nel momento in cui si sente parte della comunità in cui è stato accolto e di cui coloro che lo hanno accolto lo hanno subito sentito parte»

Per me il 19 settembre 2010 ha un significato particolare. Come responsabile della comunità di San Patrignano, come educatore e come figlio. Diciassette anni sono stati quelli trascorsi da mio padre in comunità, da quando l’ha fondata alla sua scomparsa, e diciassette li ho vissuti io. Nel ’93, non pensavo assolutamente che mio padre sarebbe mancato e, quando accade, ero convinto che San Patrignano non avrebbe potuto sopravvivere al suo fondatore. Era una figura così presente, così complessa, così completa, così carismatica, così imprescindibile, e non tanto da un punto di vista pratico-organizzativo ma da quello affettivo, spirituale. Ero certo che, considerando anche le vicende di inaccettabile violenza, i tentativi di delegittimazione e gli attacchi cruenti a cui la comunità è stata sottoposta come a una sorta di bombardamento mediatico-giudiziario fra il ‘93 e il ’98, non ci sarebbe potuto essere presente e futuro senza di lui. Mi sono dunque trovato nella particolare e incomoda situazione di dovere, una volta scelto dalla comunità come suo principale punto di riferimento, di dover confutare o contribuire a confutare la mia stessa convinzione. Da quel momento in poi, nella mia vita hanno cominciato a farsi strada, prima in maniera confusa e, successivamente, sempre più consapevole, articolata e profonda, due parole, due concetti: identità e memoria.

Se questa comunità ha saputo attraversare e superare tanto bui e drammatici, nonché la scomparsa del suo fondatore è proprio perché, quasi senza accorgercene, ciascuno di noi ha avuto la possibilità concreta e la libertà di poter costruire e scegliere la propria identità, ciò che noi vogliamo essere e in cui noi ci riconosciamo, ciò a cui sentiamo di appartenere. Parlo di tutte le persone che hanno voluto essere presenti, in un tempo più o meno lungo, nella storia di questa comunità e dare un contributo attraverso la propria vita e il proprio impegno. Ciascuno di noi sente di essere parte di questo tutto, e questo senso di appartenenza profonda noi lo chiamiamo comunità. Credo che il senso d’identità sia il valore più grande, per quanto immateriale e, alle volte, difficilmente spiegabile, che noi offriamo a ogni ragazzo che accogliamo.

Nel momento in cui arriva, egli non sa chi, cosa vorrà essere e se potrà o vorrà mai essere qualcosa o qualcuno. E, certamente, è convinto che a nessuno gliene importi nulla. Veder trasformare questa sfiducia, questa inconsistenza, questa confusione e questa diffidenza, giorno dopo giorno in un riconoscersi nell’altro, in un sentirsi parte di un tutto è straordinario. Nella consapevolezza sempre più forte che alle persone con cui viviamo interessa ciò che siamo, interessano le nostre sofferenze, le nostre passioni i nostri dubbi, le nostre prospettive e potenzialità, e nel vederli pian piano sentirsi parte di questa comunità, partecipi di quella che diventa la loro stessa identità, io da sempre rivivo mio padre. E lo vivo, senza alcuna interruzione, nonostante siano passati 32 anni, nonostante il fondatore di San Patrignano sia scomparso da 15 e più della metà degli oltre ventimila ragazzi che la comunità ha accolto non lo abbiano mai fisicamente conosciuto.

Ogni ragazzo a San Patrignano potrebbe dire chi è Vincenzo, anche se non lo ha mai visto o conosciuto. Comincia a farlo nel momento in cui si sente parte della comunità in cui è stato accolto e di cui coloro che lo hanno accolto lo hanno subito sentito parte. Ed è in quel momento che l’identità è indissolubilmente legata alla memoria.
E’ come se in un grande albero le ultime foglie nate, che si stanno faticosamente facendo strada, diventassero ad un tratto consapevoli. Se esistono e possono manifestarsi e crescere, questo dipende dalla linfa, dal nutrimento che San Patrignano gli dà. In una realtà educativa come la nostra, è l’esempio, l’ascolto, il confronto, l’esserci di qualcuno quando ne hai bisogno: è il poterti scontrare coi tuoi limiti senza sentirti giudicato o escluso, poter avere una seconda possibilità, poter scegliere chi vuoi veramente essere.
Questa linfa arriva da una radice che non se ne è andata, che anzi diventa sempre più profonda. E così come la forza, il vigore e la bellezza di questi rami e di questo tronco dipendono da quelle radici, allo stesso modo esse diventano sempre più profonde e radicate nel terreno, in funzione di quel continuo sorgere e risorgere, svilupparsi e mettere sempre nuove fronde, nuove generazioni nella sua storia.

Una storia che, come ci ha insegnato mio padre, è talmente vera e densa di umanità, che va condivisa. Mio padre mi diceva di non avere paura di questa famiglia, che andava allargandosi. L’amore non è come una torta che si taglia a fette e a ognuno tocca una parte più o meno grande; quanto più ne dai, tanto più si moltiplica. Ce n’è sempre per tutti. Credo sia questo il ruolo, o comunque un contributo che San Patrignano può dare alla società e non solo ai pochi e privilegiati che è in grado di accogliere direttamente. Come diceva mio padre, noi non siamo “la” risposta, ma una risposta a un problema di disagio, emarginazione, solitudine. A distanza di molti anni, continuiamo ad essere questa risposta vera, concreta, efficace, messa al servizio di chiunque abbia bisogno non da uomini infallibili, senza pecca o con curriculum particolari, ma da persone che nessuno voleva, che erano considerati scarti sociali, ormai marchiati come irrecuperabili. Vincenzo Muccioli era ben consapevole di non essere stato solo lui l’artefice di San Patrignano, ma di avere contribuito a realizzare questa grande realtà educativa con ciascuno di loro e per tutti coloro che, anche quando lui non ci fosse più stato, avrebbero avuto necessità del suo calore, della sua accoglienza, della sua umanità.