Il crollo di un mito

Il potere dei narcotrafficanti minaccia l’isola e la cattura del loro capo ha scatenato scontri tra popolazione e forze armate. Connivenze e corruzione minacciano la stabilità dell’ex “paradiso” della cannabis, oggi un grande mercato della cocaina

di Fabio Bernabei

Bob Marley e la musica reggae che echeggia in un’atmosfera idilliaca di sole e spiagge. Era, fino a ieri, l’immagine di Giamaica… Fino a ieri. Oggi l’isola mostra il volto di un narco-regime dove la legge e il sistema politico sembrano succubi di sanguinarie bande di trafficanti che tengono testa a polizia ed esercito.
La battaglia scatenata dai narcotrafficanti contro esercito e polizia a fine maggio nei sobborghi della capitale, Kingston, con 73 morti tra civili e militari, ha sollevato un inquietante interrogativo su chi davvero detenga l’autorità sull’isola. L’entità di questa minaccia è apparsa improvvisamente chiara a tutto il mondo con l’esecuzione del mandato di arresto per Christopher “Dudus” Coke, al fine di estradarlo negli Stati Uniti dove lo aspetta una condanna all’ergastolo come capo della Shower Posse, organizzazione criminale protagonista del commercio di droga e armi verso gli Usa.
Snodo del commercio illegale
La Giamaica, situata geograficamente tra le due Americhe, con 600 miglia di costa che si affacciano sull’Oceano aperto e più di 100 piste aeree, è infatti ritenuta dalla Drug Enforcement Administration (Dea) uno dei maggiori punti di transito per il traffico di sostanze illegali verso la sua “terza frontiera”, gli Stati Uniti.
La produzione locale e la successiva esportazione di cannabis, attiva a partire dai primi anni ’70, all’inizio faceva leva su organizzazioni criminali relativamente modeste e le operazioni di contrasto delle forze dell’ordine ottenevano riscontri positivi, in termini sia di sequestri sia di aree di coltivazione distrutte.
L’allarme sociale sorge con la connessione tra i trafficanti di marijuana giamaicani e quelli stranieri di cocaina, e sulla fornitura di marijuana in cambio di armi e denaro. È allora che le dimensioni e l‘influenza delle gang crescono tramite la corruzione e la violenza e che si costituisce l’organizzazione più cruenta: il Jamaican Shower Posse (shower, doccia in inglese, sta a indicare la pioggia di piombo destinata ai nemici), ritenuto responsabile di mille omicidi nei soli anni ’80.
La richiesta di estradizione di Coke da parte degli Usa, in realtà, risale a quasi un anno fa, ma aveva finora incontrato la resistenza del primo ministro di Kingston, Bruce Golding. La ragione ufficiale del diniego era la protezione dei diritti costituzionali del cittadino giamaicano, che per di più è ritenuto un rispettabile imprenditore e un munifico filantropo, oltre che uno dei più importanti sostenitori del Jamaica Labour Party, oggi al governo.
In difesa di “Dudus”
Il premier Golding aveva anche assoldato un importante studio legale statunitense, il Manatt, Phelps & Phillips, per un’azione di lobby che convincesse gli americani a ritirare la richiesta di estradizione. Lo scandalo suscitato da tale difesa d’ufficio è stato però cavalcato dall’opposizione giamaicana, che il 16 maggio scorso ha convinto il Primo ministro a procedere all’arresto.
Una decisione che, da una parte, ha evitato le dimissioni del capo del Governo, ma dall’altra ha portato la Giamaica sull’orlo dell’abisso, con la discesa in armi di tutta la criminalità decisa a impedire l’arresto del gangster-benefattore. L’area metropolitana di Kingston, che concentra ben un milione di abitanti, si è in breve trasformata in un enorme campo di battaglia, a partire dal popoloso sobborgo di Tivoli Gardens, dove i residenti considerano “Dudus” una sorta di santo patrono, per via degli ingenti aiuti economici dati alla popolazione.
Oltre alla complicità dei suoi sodali spacciatori, Coke ha così potuto cavalcare il diffuso malcontento popolare contro i politici e l’inefficienza delle istituzioni. Esplosioni e sparatorie echeggiate per giorni, hanno marcato le imboscate dei criminali contro l’esercito e la polizia, impegnati in una caccia all’uomo casa per casa. Scontri cruenti al punto che il Governo, in alcuni quartieri, ha dovuto decretare il coprifuoco e in altri ha fatto evacuare donne e bambini.
«La nostra risposta sarà un punto di svolta per il Paese nei confronti del “potere del male”, che ha fatto di Kingston una delle capitali con l’indice di criminalità più alto al mondo», ha solennemente ribadito il primo ministro in un discorso alla nazione, all’inizio dello stato di emergenza. Alla fine l’arresto del quarantaduenne Dudú è avvenuto ad un posto di blocco della polizia, uno tra i tanti intorno alla capitale. Coke, nel cuore della notte, cercava di fuggire travestito da donna, in compagnia del reverendo Al Miller, già mediatore in passato tra la banda e polizia, il quale sostiene si stessero recando all’ambasciata degli Stati Uniti per consegnarsi. Solo tre giorni prima, il governo jamaicano aveva messo una taglia di ben cinque milioni di dollari per chiunque avesse dato informazioni utili alla cattura del narco boss. Il ricercato, che non ha opposto resistenza, il giorno dopo è stato portato in giudizio davanti ad un tribunale locale dove, a sorpresa, ha rinunciato ai suoi diritti di un giudizio in Patria chiedendo egli stesso di essere estradato negli Usa. Naturalmente é stato subito accontentato.
Al tempo stesso però, la cattura di “Dudus” ha creato un sentimento di avversione per l’autorità costituita, alimentato dai numerosi “danni collaterali” causati dalle Forze speciali impiegate durante la perigliosa “caccia all’uomo”, ai danni della popolazione civile e delle abitazioni. Non bastasse questo, diverse organizzazioni umanitarie, come la Human Rights Watch e Amnesty International stanno chiedendo a gran voce commissioni indipendenti di inchieste per verificare le segnalazioni ricevute, di esecuzioni sommarie e altri abusi avvenuti durante lo stato emergenziale.
Rimane l’inquietudine di fondo che suscita la “conquista”, palese od occulta, del potere da parte dei narcotrafficanti. Dopo Afghanistan, Colombia, Guinea Bissau, Pakistan, Messico, ora anche la Giamaica.

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