Il Fosso e la Vela Bianca

Come potersi dimenticare quella notte.
Ricordo, con sin troppa chiarezza, la gelida brezza che intorpidiva ossa e carne, impedendomi in quei pochi movimenti necessari per consumare il mio solito, sporco rituale.

Napoli. Secondigliano. E alle 22.40 si verifica un evento alquanto insolito: all’improvviso, come magari avevi sempre sognato da bambino, cominciarono a scendere i primi fiocchi di neve che, vista la loro scarsissima consistenza si riuscivano appena ad intravedere e svanivano appena toccavano terra. Perché qui, manco la neve resiste.
Il tempo passava, la neve continuava a scendere e presto le strade avevano perso il loro frastuono. Sparito anche il grande via vai che ogni giorno movimentava quella fetta di città. Tutto scomparso nel nulla, come se tutto e tutti fossero stati inghiottiti da qualche essere malvagio e spietato.

Niente più fuochi in strada, niente pali agli angoli per annunciare l’arrivo delle guardie, niente mariuoli a portata di vista.
Incominciava a fare davvero freddo e poi, con tutto quel vuoto intorno mi sentivo ansioso, angosciato. Più del solito.
Per un istante mi aveva sfiorato l’idea di avviarmi verso casa, se così si poteva chiamare quel fetente e lurido buco dove abitavo. Loculo 23, Torre 1, Vela Bianca. Una volta sotto casa ho alzato lo sguardo, l’azzurrino delle televisioni illuminava le finestre, il vociare sguaiato scendeva giù dai balconi, il rumore di piatti e posate annunciava la cena. Tutto mi ricordava la normalità di una serata trascorsa davanti al televisore con in mano una buona tazza di latte caldo.

All’ultimo piano la mia abitazione, un terrazzo inghiottito dall’oscurità. Niente cena lì, niente divano e tv. Niente e nessuno.
Ho deciso di non salire e sono andato al solito posto, il fosso, come lo chiamavamo noi. Sarà stato l’umido del nevischio sciolto, ma quella sera c’era un fetore di morte, lo stesso che senti quando sei ragazzino e ti portano a visitare le catacombe. Tutto quello che mi circondava era privo di vita. Le panchine del parchetto deserte, per terra, insuline, fazzolettini sporchi, bottigliette di plastica dove si fuma il crack, lattine tagliate e pezzi di carta stagnola per il cobrett, fiale e cucchiai per squagliare la roba e lacci emostatici. Poco lontano una fogna a cielo aperto e due, forse tre topi ogni tanto sguizzavano di qua e di là per trovarsi un pezzo di qualcosa da rosicare. O per leccare i fazzolettini sporchi. I topi si leccano pure il sangue qui. Che schifo. Che vuoto.

E in quel vuoto mi sono guardato intorno. Era sicuro, certo, matematico. La mia vita stava per scomparire in quel ‘fosso’.
Come potersi dimenticare di un topo che mangia avanzi di vomito?
Come potersi dimenticare di una notte come quella?
So che non c’è molto in questo racconto. Ma mi va di dedicarlo a tutti quelli che come me hanno vagato per anni ai margini della propria esistenza, talmente tanto da non credere possibile nessun’altra vita. Credetemi, non è così. A proposito, mi chiamo Mauro, ho 28 anni, faccio l’odontotecnico e il prossimo mese divento papà.
Da quella notte nell’appartamento 23, Torre 1, Vela Bianca, non ci sono mai più tornato.