Il grido del silenzio

Sento delle voci alzarsi sempre di più. Il tono diventare brusco.
E’ R., non ho bisogno nemmeno di affacciarmi per verificarlo. La riconosco.
R. è in comunità da quasi due anni. Tra tutti i casini che vengono a galla, tutte le problematiche che vanno capite e affrontate, lei, oltre alla droga, ne ha un’altra. Grossa. Il cibo. Il maledetto cibo.
R. è alta, bella, occhi da cerbiatto. Ma pesa poco più di 30 kg. Un complotto contro sé stessa. Continuo. Quotidiano. Tenere un po’ di riso nello stomaco è un sacrilegio. E così la sua volontà può cedere di fronte alle abbuffate.

Sento che alza la voce e mi infastidisco. All’improvviso le parole cambiano, diventano acide. La voce si alza sempre di più, si trasforma. Diventano urla, a momenti distorte. Mi avvicino. La ascolto. Grida di una disperazione che io conosco bene. Picchia i pugni, sbatte la testa nel muro, dice che se ne vuole andare, che non ne può più. Rimango a guardarla. Tutte le parole mi si bloccano in gola. Sono quella che può capirla meglio. La persona che più di tutte sa cosa prova. Ma non so parlare, non oso farlo. La guardo e so benissimo che vorrebbe andarsene per mangiare e vomitare ogni volta che vuole. E’ successo anche a me. La vedo e so che non ne può più perché quei piccoli sacrifici che le si chiedono per farla vivere sembrano insormontabili.

La osservo diventare cattiva e concentrata solo su di sé. E’ come se si trasformasse. Non vede nessun altro. Neanche quelle che la abbracciano, la calmano. Piange, singhiozza. A momenti sembra placarsi e poi ricomincia il suo spettacolo distruttivo. Lei vuole solo che cali il sipario. Essere circondati da persone che tengono alla tua vita a volte è la cosa più pesante, soprattutto quando a te non importa. Perché la serenità degli altri, quando si soffre, ai nostri occhi appare vestita di follia.
Vorrei dirle tante cose ma le parole non diventano frasi. Mi fa male guardarla, mi spaventa. La guardo e ho paura di tornare così, paura che quell’incubo che ora so tenere a bada possa riprendere a gridare. So che nella sua testa non è scattato niente. I suoi sforzi sono per gli altri, non per sé stessa. Lei non ci crede. Lo so. Questa è la differenza tra noi. Vorrei dirle solo che è possibile, che riconosco le sue paure, io che per vent’anni non ci ho creduto. Dovrebbe stringere i denti, usare le unghie perché invece si può riuscire. Vorrei urlarle di guardarmi, che insieme ce la possiamo fare. Ma c’è una regola a cui non si può sfuggire: deve volerlo.

Passa un’ora. Si calma. E’ solo una sosta, lo so. Non vuole scendere a mangiare. La guardo poi esco dalla stanza.
Passa un’ora e rivedo R. a cena. Lo sapevo. Il richiamo del cibo è troppo forte. Ha il vassoio stracolmo di cose da mangiare. E’ una furia nel farlo. La foga si placherà solo nel bagno. Vede quel cibo come vita, lo sente, lo vuole. Sembra sempre poco, ne vorrebbe altro. La guardo da lontano. Oggi non riesco, magari domani le parlo un po’.
Oggi ho solo una domanda in testa: perché si ha più paura di vivere che di morire?