Il mio maestro

Dove c’è musica non può esserci nulla di cattivo – Miguel de Cervantes.

Con questo pensiero, inizia il racconto scritto da una ragazza dei Mozartini. Parole che esprimono cosa rappresenta questa realtà per lei, e per molti altri.

Sono tremendamente annoiato. E quando è così l’unica cosa che posso fare è ritrovarmi con questi ragazzi – che non ho nemmeno il coraggio di chiamare amici – in questo squallido seminterrato abbandonato. Non facciamo niente di male. O meglio era questo che credevo. Tutto in questo posto mi fa venire voglia di fuggire via. Ma adesso sono qui, come potrei scappare?

Mi giro un po’ intorno e vedo che la vecchia caldaia perde acqua in parecchi punti. Scivola via lungo il tubo e poi cade sul pavimento in minuscole gocce. Uno, due, tre… sembra scandisca un ritmo ben preciso. Improvvisamente mi torna in mente il mio maestro. Un gran cuore, una bella persona. Sorrido perché è come un padre per me. Ma nessuno tra questi ragazzi conosce il mio piccolo segreto, sono certo che riderebbero di me. Mi chiedo se sia proprio la mia continua preoccupazione di quello che gli altri pensino ad avermi portato qui. Scuoto la testa cercando di allontanare questi pensieri da me.

“Ehi tu, perché non vieni qui?”
Giacomo, il leader con gli occhi rossi e lo sguardo perso, mi ha chiamato. Una volta avrei dato tutto per essere come lui, ma adesso? No, adesso non più.
Mi alzo svogliatamente e mi avvicino.
“Che c’è?”
Glielo domando in modo brusco, strafottente. Ghigna ma non risponde. Ormai quello che stava fumando ha avuto il suo effetto. Guardo gli altri e non sopporto più tutto ciò che è lì dentro. Esco sbattendo la porta, cercando di lasciarmi tutto alle spalle.

È una sera afosa, troppo calda per essere i primi di settembre. In strada c’è qualcuno in cerca di un po’ d’aria fresca. Anziani sulle panchine del parco e mamme con i loro figli. Passo per un vialetto che mi condurrà all’ingresso del parco in cui abito da un anno quando mi arriva un pallone dritto sui piedi.
“Ehi scusa!” mi urla un bimbetto “Me lo passi?”
Do un calcio netto che restituisce la palla al legittimo proprietario. Il piccoletto mi sorride e mi saluta con la mano. Non sono dell’umore adatto, ma ricambio e mi avvio verso casa. Prendo le chiavi dalla tasca e all’improvviso, il cellulare vibra nella tasca dei jeans.

Strano, di solito non mi cerca mai nessuno. La busta gialla lampeggia senza sosta, impaziente che io prema il tasto verde per accedere al testo. E’ un sms.
Sarà il gestore telefonico. E invece no! Leggo il messaggio. Corto, sintetico. Come sempre. E’ il mio maestro. Rileggo ciò che è scritto ancora una volta per essere sicuro di non aver preso un abbaglio. Contento che la serata abbia preso una piega diversa, salgo le scale a due a due. Giro le chiavi nella toppa della porta ed entro in casa. Come previsto non c’è nessuno che mi possa interrogare su dove sono stato e su cosa ho fatto. Sono stranamente euforico, pieno di energie, pronto a tuffarmi nel mondo. Mi chiedo se la mia musica non sia una droga ben peggiore di quella che assumevo prima che la mia vita cambiasse. Ma indietro non si torna, si può andare solo avanti. Mi fiondo nella mia stanza.

Non voglio fare aspettare nessuno. Né il maestro né i miei soci d’orchestra.
La mia camera è un caos, tanto per cambiare. Ma mi guardo intorno ed ecco che trovo quello che cerco.
E’ la cosa migliore che abbia mai posseduto e, ogni volta che lo tocco o che lo suono, c’è in me una sorta di timore reverenziale. Lo custodisco con gelosia, non permetto a nessuno di accostarcisi, nemmeno a mia madre.
La custodia è celeste, rigida, proprio come quella che si vede nei film. Ho dovuto mettere da parte i soldi per un sacco di tempo prima di riuscire a comprarla. Ma alla fine ce l’ho fatta e ne vado orgoglioso. E’ bellissima ed è perfetta per custodire questo oggetto prezioso: il mio violoncello.

E’ cominciato tutto per gioco. Poi, inaspettata è arrivata la passione.
C’è stato un tempo in cui non credevo possibile che suonare mi avrebbe mai potuto interessare, addirittura emozionare.
C’è stato un tempo in cui non avrei mai creduto che ci si può esprimere anche senza parole.
C’è stato un tempo in cui non avrei scommesso un euro su nulla, tanto meno su di me.