Il nostro orto

Come coltivavano i nostri nonni. In agricoltura si registra un ritorno al passato. Diminuisce l’uso di pesticidi e trattamenti chimici, mentre le stagioni tornano ad essere protagoniste nello sviluppo delle coltivazioni. E’ la cosiddetta agricoltura biologica, che necessita sicuramente di più maestria nella cura degli ortaggi, visto il ricorso minimo ad agenti esterni, ma che garantisce una qualità del prodotto senza ombra di dubbio superiore. Non è un caso quindi, che anche San Patrignano abbia scelto da qualche anno di seguire questa strada.
Le ‘coltivazioni’ sono un settore da sempre presente in comunità, in cui oggi sono impegnati 9 ragazzi. Per loro sveglia alle 6 e dalle 7, dopo la colazione, sole o piaggia che sia, si occupano dei 2,2 ettari di terreno in cui in estate, puntualmente, si registra il trionfo degli ortaggi. Cetrioli, zucchine, zucche, insalate, melanzane, peperoni, pomodori, fagioli, fagiolini, fave, piselli, meloni, cocomeri, ravanelli, prezzemolo, basilico, cipolla: non manca quasi nulla.
Da ormai due anni, ad accompagnare quotidianamente i ragazzi nella scoperta dei segreti dell’agricoltura biologica, oltre ai loro responsabili, è Andrea Asirelli. E’ grazie a lui che l’orto di Sanpa sta diventando biologico. “Abbiamo iniziato con un approccio soft”, ammette Andrea. “Adottiamo tutte le tecniche di agricoltura biologica, ma non abbiamo ancora la certificazione. Se tutto va secondo i piani, dovremmo ottenerla nell’agosto 2010”.
Manca la certificazione, ma il settore segue con attenzione le regole dell’agricoltura biologica, utilizzando i pesticidi nelle quantità concesse e ritrovandosi a monitorare continuamente le coltivazioni che sono esposte maggiormente al rischio insetti. Problema che però non spaventa Asirelli: “Quando si lavora con la natura è normale avere come avversari il vento, la pioggia, il freddo e gli insetti, anche nel biologico si possono utilizzare alcuni pesticidi, ma qua, fin quando è possibile, cerchiamo di fare sviluppare i cosiddetti insetti ausiliari, insetti nostri alleati che hanno il compito di attaccare quelli nocivi. Per fare un esempio se le zucchine iniziano ad essere infestate dagli afidi, meglio conosciuti come pidocchi, aspettiamo l’arrivo delle coccinelle, che sono delle predatrici, perchè ripuliscano la coltivazione. Piuttosto che dare l’aspirina dopo che è scoppiata l’influenza, cerchiamo le vitamine giuste per prevenirla. Facendo questo è facile perdere qualcosa in quantità, ma dicerto la qualità del prodotto alla fine sarà migliore”. Altra tecnica importante è la rotazione delle colture: “Direi che è la principale. Si tratta di una rotazione quadriennale, in base a cui se un anno pianto le melanzane, per i tre successivi in quell’apprezzamento non pianterò altre solanacee. Oltre a questo pratichiamo anche il sovescio. Si tratta di una coltura a perdere, visto che piantiamo delle leguminose per poi distruggerle e reinterrarle, permettendo così al terreno di rigenerarsi”. Un aiuto viene anche dalle serre, o meglio dai tunnel di copertura per le colture: “In un anno siamo passati da uno a cinque e la loro funzione è duplice: riparano le coltivazioni dagli insetti e le proteggono dall’irradiazione diretta del sole”.
Coltivazioni di qualità che rimangono comunque solo e soltanto uno strumento per i ragazzi ospiti della comunità per riuscire a lasciarsi alle spalle storie di droga, come racconta Andrea: “Non appena arrivano in settore, i ragazzi sono un po’ spaventati dai repentini cambi di attività. Capita che al mattino gli si spieghi un lavoro e che dopo due ore si ritrovino a farne un altro a causa del cambiamento delle condizioni atmosferiche. Quando capiscono però che tutto dipende dalla natura, accettano di buon grado l’imprevedibilità del nostro lavoro. Qua si prendono probabilmente le loro prime responsabilità, vedendo crescere mese dopo mese il frutto loro impegno. E’ soprattutto grazie a loro che mi trovo così bene qua. Ho sempre nuovi stimoli e la loro voglia di conoscere e sapere per me è un continuo ripartire. In più è interessante seguire un orto con una presenza così eterogenea di colture. Su una superficie come questa, solitamente al massimo vengono coltivate tre o quattro cose. Qua non ne manca quasi nessuna”.