Il risveglio e i ricordi

Quando scegliamo di tornare a questa vita, un tempo maltrattata dalla nostra stessa incapacità di viverla, ne scopriamo la bellezza e la meraviglia attraverso cose semplici. Gesti, pensieri, azioni quotidiane a cui non abbiamo mai rivolto la nostra attenzione perché trovare il nostro ‘pane’ quotidiano era in cima alla lista delle priorità. Famiglia, amici, amori si dissolvevano ogni mattina, perché ad ogni risveglio la droga era lì, ci chiamava all’appello e noi rispondevamo all’istante. Poi, con fatica, mettiamo un punto ad una vita senza aria, e come per magia, le emozioni riaffiorano e con loro, si riaffacciano anche i ricordi.

Ci sono persone che ci hanno insegnato tanto e che sentiamo vicine, anche quando non ci sono più. Ricordo che ogni volta che litigavo con mio babbo, mi rifugiavo da mia nonna. Scendevo le scale di corsa, entravo in casa sua, mi sedevo nel divano e cominciavo a sfogarmi. Buttavo fuori tutta la rabbia che avevo in quel momento, il non sentirmi capita, il nervoso per una punizione che, come al solito, mi aveva dato. La nonna mi ascoltava e poi restavamo lì, sedute, con la coperta sulle ginocchia a guardarci una puntata del tenente Colombo o di Derrick.

A me quei telefilm non piacevano tanto, mi piaceva starle vicino e quindi andavano bene. Erano i nostri momenti, io volevo essere come lei. Mi avevano sempre detto che da giovane era bellissima, ma quello che le invidiavo di più e che cercavo di imitare, era il suo carattere, la sua forza, la determinazione con cui diceva e faceva le cose. Non l’ho mai vista titubante, sempre convinta e anche io volevo essere così sicura di me. Mi ricordo quando la sentivo urlare al nonno per qualcosa che aveva combinato, quando la guardavo cucinare: i profumi si espandevano per tutta casa, per me migliori della cucina di qualsiasi ristorante al mondo. Ho ancora nel naso l’odore delle crostate che preparava. Ricordo quando ci riuniva tutte, me, la mamma e le zie a passare i pomodori e a preparare le conserve per l’inverno e quanti rimproveri alle mie cugine quando giocando al pallone le rompevamo tutti i suoi amati gerani. E poi, tutte le favole che ci raccontava. Era talmente brava nel farlo che ti sembrava di essere esattamente in quel posto, di respirare quegli odori, di avere accanto i personaggi di cui ti parlava. Sapeva rendere magico ogni racconto tanto da volerlo riascoltare ogni giorno.

Quando la malattia l’ha presa, anche se ero già grande, pensavo che la sua forza le avrebbe permesso di sconfiggere ogni cosa. Forse la pensava così anche mio nonno perché quando è mancata ogni volta che scendevo le scale lo sentivo che le parlava, che le raccontava quello che faceva, dove andava, come se lei potesse ancora rispondergli. Lo sentivo piangere e lo vedevo scriverle lettere lunghissime. IO mi sedevo in un angolo a guardarlo, indecisa se ridere o piangere con lui di quelle scene.
Sono passati un po’ di anni da quel giorno, ora i miei nonni sono di nuovo insieme. Io non sono una persona che ne parla tanto, però spesso mi tornano in mente i momenti e le giornate passate insieme. Sono i miei ricordi e nessuno li può toccare, graffiare o rovinare. Sono i ricordi di una bambina, un po’ cresciuta, ma che ogni tanto vorrebbe ancora la sua nonna vicino, sedersi su un divano, guardare insieme una puntata del Tenente Colombo con una coperta sulle ginocchia, sfogarsi per una brutta giornata. So che è solo un sogno, ma come una bambina, ogni tanto mi piace credere che tutto sia possibile.