Il risveglio

Un filo di luce attraversa la finestra. Neanche a farlo apposta arriva diretto al mio viso. Quasi a destarmi da quel torpore e da quel sonno che a fatica riesco a scacciare. Guardo la sveglia. Sarebbe suonata dopo qualche minuto. Tanto vale alzarsi. E’ una mattina come tante. Guardo dalla finestra. Tira un po’ di vento, ma non è freddo. Ancora si sta bene. Ma io sono stanca, stufa. Come buon giorno non è il massimo. Nessun sogno mi ha fatto compagnia questa notte. Niente incubi. Nessun principe azzurro. Niente che abbia movimentato in qualche modo la nottata. Calma piatta, su ogni fronte. Mi lavo la faccia. A fatica. L’acqua mi sembra più fredda del solito. Mi fa venire un brivido. Fortunatamente passa subito. Evito accuratamente lo specchio. Non sopporto di vedermi quando mi sento così. Mi sembra che faccia trasparire la mia insofferenza più di ogni altra cosa. Ho l’impressione di non potergli nascondere come mi sento. Preferisco ignorare tutto. Far finta che non ci sia. Mi asciugo. Mi sistemo e esco. Mi viene in mente che da bambina a casa facevamo i turni per andare in bagno. Non so nemmeno perché oggi mi ricordo questa cosa. Eppure mi fa sorridere. Dovevamo prepararci io e i miei fratelli per la scuola. Mio padre doveva andare in ufficio, mia madre ci accompagnava. Forse le cose non cambiano poi così tanto. Siamo sempre in tanti. C’era solo un po’ più di caos, di movimento. Non questo silenzio, non questo buio. A dire il vero erano caotici quei risvegli. Un urlo perché era tardi. Perché non mi piacevano i panni che mia mamma aveva preparato o perché mi faceva male mentre mi pettinava. Vorrei tornare indietro. Sputare di nascosto il latte che odiavo senza farmi vedere, spingere mia sorella per andare in bagno, guardare mio padre far colazione. Sentire mia mamma che sbraita che arriveremo tardi. Avere il suo bacio prima di lasciarci a scuola e augurarci buona giornata. Vorrei avere ancora nove anni. Essere contenta per aver trovato i testi delle canzoni di San Remo. Portare quegli elastici coi fiori in testa che mi facevano sentire così carina. Sentirmi importante quando entro in un posto. Ridere, come se non potessi farne a meno. Vorrei fare ancora dei sogni. Magari nuovi. Ero convinta che sarei stata un grande avvocato o una cantante lirica magari. Sicura di diventare qualcuno. Le cose sono un po’ cambiate crescendo. Le scelte sono state diverse. Tanta le strade non prese. Troppe le frasi taciute.
Mi vesto, ormai è ora di andare. Ho gli occhi aperti e una giornata mi aspetta. Indugio un po’, ma poi vado. Comincio la giornata con un desiderio, come quelli che si fanno di fronte alle stelle cadenti: sarebbe bello stanotte fare un bel sogno. Uno nuovo. Uno di quelli da coltivare. E in cui poter credere.