Il vaccino che non c’è

di Elena Fornero

In futuro basterà un’iniezione per sconfiggere l’oscura potenza delle droghe? Un vaccino come quello contro l’influenza o il morbillo, in grado di immunizzare il cervello dagli effetti perversi degli stupefacenti? Gli esperti del Gruppo Pompidou, organo di cooperazione sulla lotta alla tossicomania che raccoglie i rappresentanti dei 37 Stati del Consiglio d’Europa, sono scettici. In particolare a riguardo del presunto vaccino anticocaina in studio da vari anni negli Stati Uniti, che è in fase avanzata di sperimentazione prima della messa in commercio. Il 3 novembre scorso, a margine della conferenza ministeriale nella quale sono state definite le strategie di lavoro 2011-2014, il Gruppo ha emesso un comunicato dai toni chiari: «Vaccino è un termine infelice che può far nascere malintesi sui meccanismi in gioco e rischia di generare false speranze». Il farmaco in questione, infatti, impedisce alla droga di raggiungere il cervello e provocare euforia, ma «non immunizza da una malattia dunque non è un vero e proprio vaccino. Se un consumatore è incapace di resistere alla sua voglia di cocaina perché ricerca il suo effetto eccitante, può essere tentato di aumentare la dose per neutralizzare gli anticorpi o usare altri stimolanti come anfetamine e alcol».

A prescindere dall’efficacia, c’è un altro rischio in agguato. Quello di considerare la tossicodipendenza alla stregua di una qualunque malattia, come il diabete o i reumatismi: basta la medicina giusta e il problema è superato. Così facendo si toglie importanza al fondamentale lavoro di prevenzione del disagio e di riabilitazione innanzitutto umana dei «pazienti», per superare i fallimenti affettivi ed esistenziali, le solitudini, i percorsi sbagliati che possono aver spinto a drogarsi. Ma facciamo un passo indietro. Su vaccini antidroga e antifumo si lavora ormai da diverso tempo. Le prime notizie risalgono agli anni Settanta. Alcuni ricercatori dell’Università di Chicago riuscirono a far produrre a una scimmia anticorpi contro l’eroina, iniettandole delle molecole di droga «assemblate» a una proteina ricavata dal sangue bovino. Dai primi anni Novanta negli Stati Uniti si conducono studi sistematici al riguardo sotto l’egida ufficiale del Nida, il National Institute for Drugs Abuse, che nel 1996 ha inaugurato un programma di ricerca investendo milioni di dollari.
Nel 2000 l’Università di Yale ha cominciato a testare sugli esseri umani una sostanza immunizzante contro la anticocaina.
Nel 2004 è però la Xenova, azienda britannica di biotecnologie, che produce per prima un «vaccino» in grado di stimolare nell’organismo umano la formazione di anticorpi contro la droga. Il meccanismo è semplice. Le molecole degli stupefacenti possono essere assunte per anni senza provocare reazioni immunitarie perché sono particolarmente minuscole e dal sangue passano velocemente nel cervello. I ricercatori inglesi legano dunque la molecola di cocaina a una proteina inattiva del bacillo del colera. Iniettato nel corpo umano, questo grosso complesso mette in allarme il sistema immunitario. Vengono prodotti anticorpi specifici che non distruggono le megamolecole di cocaina, ma si legano ad esse rendendole ancora più grandi, incapaci di passare nella massa cerebrale e scatenare il loro effetto stupefacente. La voglia di drogarsi rimane. Ma se lo si fa non si prova più lo sballo e quindi si spezza la catena della dipendenza. Almeno nella teoria degli scienziati da laboratorio.

Chi lavora a contatto con chi si droga sa bene che non è un meccanismo così semplicemente deterministico, ma che le variabili umane in gioco sono milioni. È pericolosamente ingenuo pensare di far smettere un tossicodipendente solo eliminando il piacere immediato che dà la sostanza, se non si risolvono i problemi che stanno a monte.
Nel 2008 il vaccino, chiamato TA-CD (Therapy for Addiction-Cocaine Dependence), viene testato su 115 eroinomani-cocainomani inseriti in un programma di recupero. Conduce lo studio il neuropsichiatra Thomas Kosten, l’ideatore della sostanza. La metà del campione riceve un placebo, 55 persone completano invece il programma di vaccinazione su 12 settimane (cinque iniezioni, test del sangue e delle urine tre volte alla settimana) e vengono seguite in tutto per sei mesi. «L’idea alla base del vaccino anticocaina è senz’altro geniale: creare una risposta immunitaria del corpo nei confronti della sostanza stupefacente», commenta Felice Nava, tossicologo psicoterapeuta e direttore del comitato scientifico della FederSerD (Federazione italiana operatori dipartimenti e servizi delle dipendenze). «Ma i risultati non sono stati poi così brillanti. Solo il 38 per cento dei soggetti vaccinati ha sviluppato anticorpi sufficienti per bloccare l’azione della cocaina. L’effetto di protezione è comparso dopo qualche settimana ed è durato per meno di tre mesi». Per la precisione, solo il 53 per cento degli immunizzati (in tutto undici persone) ha interrotto la propria consumazione di droga. Di quelli con anticorpi deboli, solo il 23 per cento è rimasto pulito.

Sono cifre un po’ esili che raccontano sì di un effetto del farmaco, ma molto aleatorio. Il risultato non è l’astinenza ma una riduzione della consumazione. Anzi, a volte l’esatto contrario, come ammettono con imbarazzo i curatori della sperimentazione. Perché alcuni cocainomani vaccinati erano così frustrati dalla mancanza d’effetto della polvere bianca che ne hanno assunte quantità enormi, alla disperata ricerca del flash. «Nessuno è andato in overdose», ha dichiarato Thomas Kosten, «ma nel sangue di alcuni pazienti abbiamo trovato dieci volte più cocaina del normale». Proprio perché non riduce la voglia della sostanza (craving), un ipotetico utilizzo del TA-CD sarebbe limitato a casi molto specifici, come prevenzione di ricadute: «Quel ristretto numero di tossicodipendenti che sono già inseriti in un programma di recupero, che sono altamente motivati e che soprattutto ricevono un sostegno psicologico», elenca il dottor Nava. Nonostante questo, l’entusiasmo sollevato dal vaccino anticoca è stato enorme, in particolare in certi ambienti clinici statunitensi. C’è chi ha cominciato a ipotizzare di vaccinare in maniera preventiva i bambini a rischio, come i figli dei tossicodipendenti. Chi, come la stessa direttrice del Nida Nora Volkow, sogna addirittura campagne a tappeto su tutta la popolazione giovanile.

«La vaccinazione a tappeto mi sembra un’assurdità. Se una persona vuole alterare il suo stato mentale, anche davanti a una campagna preventiva imposta per legge, troverà sempre un’altra sostanza per farlo», dice lo psicoterapeuta Riccardo Gatti, direttore del Dipartimento Dipendenze della ASL di Milano. «Perfino se si inventasse un’immunizzazione polivalente per più droghe si potrebbe creare una rincorsa alla produzione di nuove smart drugs in grado di avere comunque effetto, aggirando la risposta anticorpale». Ma l’esperto mette soprattutto l’accento sui presupposti: «Ogni nuovo strumento di cura è benvenuto. Ma non può assolutamente sostituire i percorsi individuali di crescita, emancipazione e ri-abilitazione che restano indispensabili». La tossicodipendenza non deve essere considerata una malattia in senso univoco né si potrà mai escogitare una cura uguale per tutti. Conclude Riccardo Gatti: «Molte persone con problemi di droga hanno bisogno di cure in relazione al loro stato, di cui la tossicodipendenza può essere a volte causa, a volte sintomo. Ci sono troppe variabili in gioco che rendono estremamente differenti situazioni all’apparenza simili». Intanto il TA-CD continua la sua strada. Attualmente è in fase 3b di sperimentazione, con condizioni di utilizzo molto vicine a quelle della reale pratica clinica. I partecipanti, tutti cocainomani volontari, stavolta sono circa trecento, di sei diverse città americane, tra cui Houston e Cincinnati. Vengono testati per 18 settimane con modalità simili al trial del 2008. I risultati potrebbero portare a un via libera della messa in commercio.