L’economia positiva

L’economia positiva è quell’economia che riorienta il capitalismo verso obiettivi di lungo periodo. La generosità nei confronti delle generazioni future è un incentivo molto più potente dell’egoismo, che si presume regga l’economia di mercato. L’economia positiva mira a promuovere le relazioni di lungo periodo, la condivisione della conoscenza e gli approcci collaborativi. È urgente che le generazioni contemporanee adottino azioni volte a tutelare la vita delle generazioni future. Oltre alla dimensione morale, è fondamentale anche l’interdipendenza generazionale poiché ampi settori dell’economia dipendono dalle generazioni future (multiservizi, pensioni, produzione, salute, ecc.).
Esistono già numerose iniziative positive: dall’imprenditorialità sociale agli investimenti socialmente responsabili, dal commercio equo e solidale alle aziende con responsabilità sociale, passando per buona parte dei servizi pubblici. Eppure, rimangono fenomeni di piccola scala, mentre per poter avere successo l’economia positiva abbisogna di una vera e propria rivoluzione copernicana. La crisi attuale può essere spiegata per lo più mediante gli aspetti non positivi dell’economia: il predominio di una mentalità orientata sul breve termine ha schiacciato ogni altro ambito dell’economia, a cominciare da quello finanziario. Da trent’anni a questa parte in molti paesi la missione originaria della finanza –quella di trasformare i depositi a breve termine dei risparmiatori in investimenti di lungo periodo– è stata totalmente trascurata, mentre sono aumentate la deregolamentazione, la disintermediazione e l’informatizzazione. La finanza è così diventata un settore a sé, in parte isolato dal resto dell’economia e troppo spesso desideroso di dominarla, anziché disostenerla e servirla. Per poter affrontare le sfide che ci attendono da qui al 2030 –siano esse ecologiche, tecnologiche, sociali, politiche o spirituali– dobbiamo trasformare il nostro sistema economico in modo tale da prendere in considerazione un’ottica di lungo periodo. Altrimenti, verranno superati dei punti di non ritorno e il mondo piomberà in un clima di sommosse estese che potrebbe alimentare un’economia illegale e criminale.
Fare nostra l’economia positiva, invece, ci consentirà di superare la crisi attuale e di evitare tali disastri. Uno dei prerequisiti consiste nel costruire un capitalismo paziente, basato sulla finanza e che recuperi il proprio ruolo di sostegno dell’economia reale. L’economia positiva è un mezzo per generare crescita, ricchezza e lavoro di qualità. Numerosi studi dimostrano che le aziende positive non sono meno efficienti o redditizie delle altre, anzi, proprio il fatto di mettere al centro delle proprie strategie temi di lungo periodo le rendono sostenibili. Trasformare il nostro attuale sistema economico in un’economia positiva scatenerebbe un meccanismo tale da trascinare la Francia fuori dalla sua crescita fiacca, la quale a sua volta alimenta il pessimismo e la sensazione che il paese si sia impantanato, che sia bloccato a un punto morto. Per conseguire questa rivoluzione copernicana ci dobbiamo dotare di strumenti che ci consentano di misurare i progressi fatti e quelli ancora da fare. L’indice della positività dell’economia è stato messo a punto per tracciare un quadro di quanto l’economia nazionale di un paese possa essere considerata positiva. Per poter avere un’economia positiva, un Paese deve affrontare una serie di cambiamenti strutturali e deve creare un contesto (giuridico e fiscale) tale da favorirne la crescita. È importante sapere che cosa conta e che cosa viene contato. Tra le 45 raccomandazioni espresse dal gruppo di riflessione guidato da Jacques Attali, Presidente del Movimento per un’economia positiva, figurano alcuni gruppi di misure il cui obiettivo è quello di scatenare una (ri)(e)voluzione.
Una prima serie di misure è rivolta alle aziende, che sono incoraggiate a cambiare i propri obiettivi e ampliare la propria mission tenendo in considerazione aspetti exra-finanziari e lungimiranza, per il bene delle generazioni future ma anche per la propria sopravvivenza. Il capitalismo deve essere paziente e si deve sapere differenziare dalla dittatura del mercato, improntata su una visione miope e di breve periodo degli azionisti. Sono necessarie modifiche allo status giuridico delle aziende per consentire l’accesso alla proprietà di tutte le parti interessate, non solo dell’azionariato. Un’altra misura è volta ad assegnare diritti di voto in seno alle assemblee generali agli azionisti di lungo periodo in modo da favorire la stabilità dell’azionariato. Circa 10 misure chiave si incentrano sulla finanza –e più in particolare i finanziamenti– tramite una serie di azioni. Innanzi tutto, bisognerebbe suggerire al G20 o al G8 di creare un fondo economico globale. Ciò comporta una rivalutazione della struttura del sistema fiscale in base a esternalità positive o negative, in modo da incoraggiare o scoraggiare certi comportamenti. Sono necessarie anche riforme istituzionali: la nozione di lungo termine dovrebbe essere sancita per legge e riconosciuta dalle istituzioni. A livello nazionale, andrebbe dedicata un’istituzione al benessere delle giovani generazioni (il Consiglio del Lungo Termine). Al fine di diffondere il pensiero di lungo periodo a livello internazionale, un’alternativa potrebbe consistere nel redigere una Carta internazionale sulle responsabilità universali, in cui definire i doveri delle generazioni attuali nei confronti di quelle future. Infine, ma non meno importante, l’economia positiva mira a promuovere la creazione di una società positiva. La relazione “Il percorso verso l’economia positiva” sostiene l’idea di creare un’istituzione del lungo termine il cui obiettivo sarebbe quello di dare voce alle generazioni future e di promuoverne i punti di vista. In tale contesto, è suggerita anche una revisione approfondita dei modelli educativi e degli approcci pedagogici. È infatti innegabile che l’istruzione sia la chiave per promuovere lo sviluppo di cittadini generosi e rispettosi dell’ambiente.