La cicatrice

Il gorgoglio dell’acqua che scendeva dalle grondaie ricordava il piccolo corso di un fiume di montagna. La città, assente e desolata, dava voce al suo silenzio di una sera di fine autunno. Non c’erano macchine, nemmeno signore intente ad accompagnare docili cani per i loro ultimi bisogni giornalieri. Nelle case, i televisori, unico mezzo per spezzare una monotonia disegnata nelle serrande chiuse delle strade, trasmettevano le ultime notizie:
“Buona sera dal tg 24. Gelo record. Termometri in picchiata. La prima vera ondata di freddo di quest’anno proveniente dall’antartico toccherà la nostra penisola nei giorni di lunedì e martedì. Sono previste nevicate anche a bassa quota e gelate su tutta la parte settentrionale del paese facendo scendere anche di 10 gradi le astine dei termometri…”
Melanie, seduta sul divano del salotto, con i piedi coperti dalla dolce e calda coperta di lana della nonna, ascoltava attenta la voce del giornalista.
Lo sapeva quanto fosse freddo l’inverno da quelle parti, non c’era bisogno che qualcuno glielo dicesse. Lei, quell’inverno ce l’aveva cicatrizzato nel cuore, come una macchia di vecchi ricordi.

Ricordi brutti, ricordi dolorosi che solo ora riusciva a guardare in faccia.
“ Mamma, mamma guardiamo qualcos’altro che questo telegiornale è palloso.”
Alice, occhi azzurri, di un azzurro cielo di una mattina d’estate. Capelli sciolti, lunghi appena sotto le spalle. Le sue piccole lentiggini, sulle guance paffutelle di una undicenne, ricordavano il perfetto dipinto di Melanie da bambina.

“Si Alice, tieni il telecomando metti dove vuoi.”
“Mamma, ma perché continui a toccarti la cicatrice? ti fa ancora male?”
“No piccola, non mi fa più male.” No, ora non più, ora non le bruciava più quella spalla, era riuscita ad accettarla come una parte di sé, come un tatuaggio che col passare del tempo scompare all’occhio, ma che a volte si fa rivedere per ricordare il passato o l’attimo in cui ci è rimasto impresso nell’animo con tutto il suo inchiostro.

Un inchiostro fatto di degrado e solitudine, di menzogne e di giornaliere iniezioni di morte. Gettate a piccole dosi solo per non farle rendere conto che l’eroina, amica e compagna di una vita, la stesse uccidendo. Melanie se lo ricorda come se fosse ieri.
– Alice era piccina, i suoi quattro anni la facevano essere quella bimba tranquilla di sempre, quella che bastava mettere a letto per far si che piombasse in un dolce riposo.
In cucina la luce spenta ricordava che anche questa volta, i soldi per la bolletta gli aveva spesi per la roba. Sul tavolo, quello basso in vetro una candela illuminava la piccola stanza regalando l’immagine di spalle di Melanie in ginocchio davanti a quel tavolo imbandito dai suoi fedeli attrezzi. Era pronta, aveva preparato tutto, si stava sistemando la cintura intorno a quel braccio magro, segnato dai buchi della solitudine, fatta della consistenza di un urlo, lanciato nella notte su una distesa di manto nevoso. Un urlo che non le faceva sentire la voglia di fermarsi ora che, anche questa volta, si era riempita le vene sentendosi leggera e coccolata. Talmente coccolata da lasciarla cadere nel suo delirante sonno appannato.

-Quando collassi, qualsiasi dolore viene cancellato, vieni sopraffatto dall’effetto della sostanza. Ti fa credere che tutto ciò che ti circonda sia dall’altra parte di una campana di vetro. E’ come un antidolorifico dell’anima, ti illude che non ci sia più alcun dolore, nè fisico, nè mentale.
Un sonno che lentamente la lasciò accasciare con la sua spalla, sotto il peso di un respiro ovattato, sulla fiamma calda e viva della candela.
Fuori i fiocchi di neve scendevano leggeri colorandosi di un giallo caloroso, riflesso dalle luci dei lampioni, un giallo caloroso come la fiamma che ora pian piano bruciava.
L’odore nauseante impestava ogni singolo centimetro della casa, una puzza di carne bruciata, come il ricordo di una bistecca dimenticata sul fuoco di un campeggio, come l’odore di chi ancora una volta aveva lasciato che la sostanza la risucchiasse in un baratro di dolore. Dove il bisogno di farsi ancora una volta, era stato più forte del richiamo di Alice che dal suo lettino, piangendo con forza, cercava il risveglio di sua madre.
Ogni cicatrice ci rimane impressa nella pelle e nell’anima come un vecchio tatuaggio pronto a farci ricordare tutto il nostro passato.
“Mamma ma perché ogni volta che fa freddo ti massaggi sempre la cicatrice? ma sei sicura che non ti fa male?”
“No amore, non mi fa più male è solo che a volte mi fa ricordare… Ora andiamo a nanna che domani c’è scuola, e poi hai sentito il telegiornale, domani ci sarà la neve” (Andrea)