La via dello zafferano

Ma è necessario sconfiggere i signore della guerra e la diffidenza della popolazione. San Patrignano in Afghanistan per un progetto di riconversione.

intervista ad Andrea Muccioli

«Basterebbero qualche centinaia di migliaia di euro e una semplice tecnologia per impiantare un primo centro di processo per i coltivatori del comprensorio», spiega Andrea Muccioli, responsabile di San Patrignano, al ritorno da una serie di incontri con organizzazioni non governative e coltivatori nella provincia di Herat, in Aghanistan . «E’ un progetto di cui ho parlato ho, nelle scorse settimane, con il ministro degli Esteri Frattini. Noi siamo disponibili a dare un contributo per la realizzazione pratica e speriamo che ciò sia possibile attraverso la cooperazione italiana, che è già presente in Afghanistan con uffici, tecnici e personale».

Da dove nasce questa proposta?
Abbiamo intrapreso, attraverso il progetto GoodGoods, un percorso difficile: costruire una rete internazionale attraverso cui combattere in maniera più efficace la droga. Il nostro obiettivo è valorizzare potenzialità e talento di quelle popolazioni che pagano un altissimo prezzo, anche a livello di vite umane, ai trafficanti di droga. Parlo, in particolare, da un punto di vista di sviluppo alternativo e di produzione agroalimentare. Terreni aridi come quelli dell’Afghanistan sono molto adatti a coltivare, con profili di eccellenza lo zafferano, e quest’attività può dare redditi da tre a cinque volte superiori di quelli dell’oppio.

Quale potrebbe essere il nostro contributo?
Paesi consumatori di droga come l’Italia hanno vocazioni e caratteristiche di altissima artigianalità, non solo nella produzione ma anche nella trasformazione dei prodotti alimentari. L’obiettivo è mettere insieme tutti questi talenti, questa intelligenza, questa cultura, per aiutare le popolazioni minacciate dal business della droga e lasciate per anni nell’ignoranza e nella schiavitù. In Afghanistan, sono nate, e si stanno sviluppando cooperative di agricoltori che hanno deciso di abbandonare le coltivazioni illegali per dedicarsi allo zafferano.

Stiamo parlando della provincia di Herat, presidiata dal contingente italiano?
Per ora sì. E’ una zona non esente da rischi, ma considerata sufficientemente sicura. Le coltivazioni di oppio, che nel 2005 erano stimate in oltre duemila ettari sono scese a meno di 500. Il prezzo che il talebani pagavano ai contadini per l’oppio era di 3.000 dollari a ettaro. Lo zafferano vale molto di più. Ma esistono degli enormi problemi da risolvere.

Ti riferisci alla guerra?
Nelle province di Kandahar e Helman, dove si concentra la produzione di quasi totalità dell’oppio prodotto, il controllo del territorio è inesistente; a farla da padrone sono i talebani e anche gli afghani hanno paura. Figuriamoci gli occidentali. E’ ovvio che in questi territori la priorità assoluta è che le forze internazionali riescano a entrare in possesso e nella gestione del territorio, per dare sicurezza. Da lì parte qualsiasi progetto di sostenibilità alternativa alla cultura della droga.

A Herat, invece?
Lì, come dicevo, c’è tanto da fare, innanzitutto per colmare un enorme gap di conoscenza tecnica e di dotazioni strutturali e tecnologiche. In particolare, mentre c’è una capacità considerevole di coltivare lo zafferano, manca una conoscenza altrettanto approfondita di molti aspetti agronomici, come le tecniche di coltivazione rispetto alla resa per ettaro. Per non parlare dei problemi legati alla tracciabilità del prodotto e, quindi, alla documentazione necessaria per l’esportazione in Europa. Sono aspetti, questi, che la maggior parte dei coltivatori ignora. Non esistono, poi,centri di processo, cioè luoghi in cui separare e disseccare in modo sterile il prodotto, né macchinari di alcun tipo per il packaging. Lo zafferano molto spesso contiene dei funghi e altri batteri che lo rendono non commerciabile all’estero e deve essere esportato in Pakistan o in Iran per essere impacchettato e spedito. Ciò comporta, per i coltivatori, la perdita di gran parte del margine.

All’interno di questo meccanismo, qual è il ruolo delle istituzioni?
Il problema della corruzione è ben noto e, secondo quello che ci è parso di vedere, manca un collegamento sostanziale e pratico tra tutti gli enti che collaborano a vario titolo: il team provinciale di ricostruzione (PRT), la cooperazione italiana e le tante organizzazioni non governative, afghane e non, le NGO che si agitano in questo mondo convulso e difficile. E’ inoltre difficile mantenere contatti sia a livello locale che nazionale, perché gli interlocutori cambiano continuamente.

Qual è l’atteggiamento che hai colto?
Da una parte c’è una forte tensione emotiva a realizzare progetti alternativi alla droga e, comunque, a valorizzazione risorse e potenzialità che il popolo afghano certamente ha. Dall’altra, c’è secondo me un elemento forte di sospetto e diffidenza nei confronti di questa massa impressionante di organizzazioni profit e non profit che sono arrivate lì, da ogni parte del mondo, qualche volta con con l’idea di arricchirsi che di portare aiuto, in particolare disinteressato.

E l’apporto italiano?
Va benissimo distribuire i bulbi di zafferano, come hanno fatto le valenti forze militari italiane, ma è necessario che essi si trasformino in conoscenze agronomiche, pratico-amministrative, in centri di processo, packaging e commerciale. Noi siamo qui per questo, per dare una mano non solo attraverso un rapporto diretto con i coltivatori ma interagendo con quelle organizzazioni afghane che già da anni stanno cercando di intervenire. L’idea è proprio quella di costruire una piattaforma internazionale portando, come nostro contributo, tutto un patrimonio di saper fare, di conoscenze tecniche e di aspetti formali e amministrativi.
(Ca.Fo.)

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