La fabbrica della cocaina

Di Marco Ferrazzoli

Nel microonde usato per la fase finale dell’essiccazione della pasta di coca sono rimasti ancora alcuni pacchetti. Un blitz dell’antinarcotici deve aver costretto i cocaleros alla fuga, in cerca di un nuovo rifugio nella fitta boscaglia che ricopre le montagne di questa zona.
È solo una messinscena ma molto efficace, degna di un set di Cinecittà, questo “Villaggio Narcos” realizzato all’ingresso dello Spazio Experience del WeFree Day 2010. Una raffineria della cocaina trapiantata nel mezzo di San Patrignano dalla Direzione nazionale antinarcotici colombiana, una delle circa tremila che ogni anno questi poliziotti anti-droga individuano e distruggono.
I dati dell’Unodc attestano che nel 2009 la coltivazione di coca è scesa del 16 per cento rispetto al 2008 e del 60 per cento rispetto al decennio precedente. La produzione di cocaina è calata a 410 tonnellate, il 9 per cento in meno rispetto all’anno precedente. Un concerto di «campagne di riduzione delle coltivazioni illecite, maggior presenza dello Stato e programmi di sviluppo nelle regioni produttrici precedentemente isolate», nota con soddisfazione Antonio Maria Costa, direttore esecutivo della sezione Onu contro la droga e il crimine, aiutato anche da qualche fattore occasionale come «le condizioni climatiche e la siccità del 2009».

Carlos Enrique Robledo Solano, vicedirettore della Dne-Direcciòn nacional de estupefacientes, definisce come «azione integrale», una strategia che, spiega, «mira a colpire tutte le fasi della filiera, dalla produzione al traffico, fino al consumo. Ogni anno, ad esempio, contattiamo, attraverso una campagna di informazione su alcol e droghe, circa cinquemila persone tra imprese, scuola, università».
Non si tratta solo di Rambo pronti a infilarsi nella boscaglia, insomma. Poi, certo, «ci sono la vera e propria interdizione, condotta dalla polizia giudiziaria, le operazioni di contrasto condotte dal “comando jungla”, l’azione di sradicamento delle coltivazioni».
Quest’ultima fase viene condotta «principalmente mediante fumigazioni aeree», specifica Luis Fernando Serna, capitano dell’antinarcotici, mostrando con un pizzico di malcelato orgoglio lo stemma sul giubbotto da pilota. «I nostri velivoli operano sempre in stretto contatto con i militari che operano nella jungla».
«La nostra vita normale consiste in uno stato continuo di allerta, come viene richiesto a chiunque per mestiere combatte la criminalità», conferma il comandante dell’ “equipe jungla”, Garcia Borman, anch’egli presente con i suoi colleghi al WeFree Day per portare la sua testimonianza diretta ai ragazzi e agli operatori. «La nostra esigenza è soprattutto stare sempre un passo avanti a loro e in questo è essenziale la fase di intelligence, le informazioni che riceviamo dalle nostre fonti. Poi serve un’operatività costante: in un solo giorno possiamo eseguire anche quattro operazioni».
Un lavoro duro, pericoloso. Solo quest’anno il gruppo guidato da Borman ha avuto una dozzina di uomini feriti e tra il 2005 e il 2010 l’antinarcotici colombiana ha contato 72 vittime e 246 feriti, tra cui vittime di amputazioni. «La resistenza armata è frequente, la maggior parte delle azioni comportano questo tipo di rischio», ammette senza enfasi il comandante, mentre il collega Serna rimarca che il livello di pericolosità dipende molto da una differenza: «Quando intercettiamo una raffineria di “semplici” narcos, produttori singoli che tendono a scappare preoccupandosi solo di portar via tutto il possibile, mentre i guerriglieri delle Farc sono pronti a sparare». Per questo, dal punto di vista tattico, le forze di polizia cercano di lavorare sempre per accerchiamento.

Farc isolate
Una delle ragioni che ha determinato il successo della strategia antidroga colombiana è proprio la perdita dell’appoggio “ideologico” di cui in passato hanno goduto i guerriglieri, causata dalla spietata violenza di cui le Farc si sono rese protagoniste e dal rifiuto di tutti gli accordi di pace loro proposti: «Anche i casi di costrizione dei contadini alla coltivazione di coca ora sono molto rari e limitati alle regioni in cui i guerriglieri sono più presenti, mentre sentiamo molto forte l’appoggio dei cittadini e delle istituzioni alla nostra lotta», prosegue Serna.
L’isolamento delle Farc, ormai ridotte «a un gruppo esclusivamente terroristico, la cui azione finalizzata solo al denaro trova nel narcotraffico uno strumento fondamentale», è solo un elemento dell’evoluzione strategica dell’antinarcotici. Un altro è il supporto della tecnologia. La Dne utilizza un sistema satellitare, il Simsi, che consente di individuare le diverse colture grazie alle differenze di colore. Altra avvertenza su cui la Direcciòn si è affinata è quella ambientale, per cui nei parchi naturali che aiutano a preservare lo straordinario ecosistema di questa parte di Sudamerica non viene più effettuata la fumigazione e si procede con lo sradicamento manuale: nel 2009 le aree trattate con glifosato, la sostanza chimica più impiegata, ammontano a 105 mila ettari, quelle dove si è operato manualmente a 60 mila.
Ma l’elemento fondamentale di quella che Robledo Solano chiama «la strategia colombiana dei cinque pilastri, un modello per tutti i paesi latino-americani» sta nel colpire «il primo interesse dei narcos, quello economico: il sequestro dei beni è quindi un passaggio fondamentale». Ogni laboratorio intercettato e distrutto dalla Dne ha un valore di 250-300 mila euro, soldi che però solo in minima parte finiscono in tasca alla manovalanza: gli “stipendi” di una persona che lavori per i narcos vanno da un dollaro al giorno a 150-200 euro al mese, contro i 250-300 euro mensili di un salario medio colombiano. «Chi accetta lo fa solo perché si tratta di un lavoro “facile”, che non comporta orari né cartellini», spiega Serna.

Il guadagno non è qui
Il grande guadagno del narco-traffico, insomma, non è qui, ma laddove la coca comincia a girare, finendo per essere tagliata fino a sette volte il suo peso originario. Sul luogo di produzione il prezzo medio della base di coca è di 956 dollari al chilo e quello della cocaina di 2.147 dollari al chilo. «La coltivazione di coca in Colombia è diventata più rischiosa ed economicamente meno vantaggiosa per il crimine organizzato», commenta il ‘Censimento delle coltivazioni di coca in Colombia’ dell’Unodc. Il valore totale della coca nei luoghi di produzione è sceso del 21 per cento, arrivando a 496 milioni di dollari, lo 0,2 per cento del Pil del Paese (il 3 per cento del Pil del settore agricolo).
«Le partite di coca sono sempre più piccole e disperse e meno produttive, incrementando così la richiesta delle comunità locali di alternative legali e sostenibili di sviluppo, tra cui il programma “Famiglie guardaboschi e progetti produttivi” che ha già coinvolto 110 mila nuclei familiari», prosegue il documento della struttura Onu guidata da Costa. «La lotta frontale della Colombia contro la coltivazione di coca e la produzione di cocaina coincide con le politiche antitraffico: il sequestro di cocaina nel Paese nel 2009 ha raggiunto le 200 tonnellate, una percentuale significativa del totale di quella prodotta (tra il 25-50 per cento a seconda della purezza)».