La guerra dell’oppio

di Alessandra dell’Orefice«Senza risolvere il problema della droga, nulla può essere fatto in Afghanistan: né lotta alla corruzione, né sicurezza interna e tutela per gli Stati confinanti»: a dirlo con forza, nelle scorse settimane, Anatoly Safonov, responsabile russo per la cooperazione internazionale contro il terrorismo la criminalità organizzata. Mosca ha ripetutamente criticato le forze a guida Usa in Afghanistan per la mancata eradicazione del papavero da oppio, avvertendo che il traffico di droga mette in pericolo la sicurezza nazionale della Russia. Lo stesso presidente Medvedev, in un forum internazionale organizzato dall’ente di controllo sugli stupefacenti russo, ha parlato di «grave minaccia alla pace internazionale, anche per l’Europa e il Nordamerica». Una minaccia che si riflette sullo stesso paese. Uno studio sulla tossicodipendenza in Afghanistan, pubblicato a giugno di quest’anno dall’Ufficio contro la droga e il crimine delle Nazioni Unite (UNODC), ha stimato in circa un milione gli afghani (età 15-64 anni) dipendenti da oppiacei, l’8 per cento della popolazione: un tasso doppio rispetto alla media globale. Molti di essi, spiegano gli esperti, assumono droghe come forma di automedicazione contro «le avversità della vita», il che rappresenta quantomeno un eufemismo.

C’è poco da illudersi
Sul fronte del mercato, invece, qualcosa si muove. Antonio Costa, fino a settembre direttore esecutivo dell’UNODC, aveva segnalato a maggio una contrazione della produzione. Un dato, questo, confermato recentemente proprio dall’agenzia antidroga Onu: per il 2010 si calcola una produzione di oppio in Afghanistan pari a circa 3.600 tonnellate, con una riduzione del 48% rispetto al 2009 quando le tonnellate prodotte furono circa 6.900. Gli esperti delle Nazioni Unite sottolineano che la notizia non deve suscitare particolare ottimismo, in quanto essa è dovuta principalmente al diffondersi di una malattia delle piante iniziata scorsa primavera, in particolare a Helmand e Kandahar. La malattia è stata diffusa dagli afidi, piccoli insetti che possono trasportare i funghi e virus. I ribelli talebani accusano le forze internazionali di spruzzare sostanze chimiche sconosciute nel sud dell’Afghanistan e, in effetti, un tentativo era stato fatto nel 2002 con il “Fusarium oxysporum”, un fungo capace di distruggere gli arbusti di coca, i campi di papaveri e le piante di marijuana. Ma l’estensione delle colture è rimasta invariata, anzi è aumentata fino al 2007 (193 mila ettari) per poi stabilizzarsi a 123 mila ettari nel 2009/’10. Di essi, il 96 per cento è concentrato nell’Ovest e nelle province meridionali, dal 2007 le zone più violente, soprattutto perché gli insorti e i talebani si finanziano principalmente attraverso questo business. La contrazione dei livelli di produzione con tutta probabilità resterà un dato temporaneo, in quanto il conseguente aumento dei prezzi costituisce un forte incentivo per i coltivatori ad aumentarne la coltivazione. «Il mercato, – commenta alla Bbc il neo direttore di UNODC, YuryFedotov – può diventare particolarmente appetibile per i coltivatori di oppio; la situazione va quindi monitorata attentamente».

Un business multimiliardario
Le Nazioni Unite calcolano che le vendite al dettaglio di eroina afghana a livello mondiale sfiorano i 200 miliardi di dollari l’anno, secondo molti un numero troppo elevato. Altri calcoli, infatti, quantificano in 20 miliardi di dollari la spesa per l’Europa occidentale, mentre nel 2001 l’agenzia antidroga statunitense (ONDCP) aveva misurato in 12 miliardi il consumo di eroina negli USA. Nel 2005, secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite sulla Droga e il Crimine, il valore totale del mercato di oppio ed eroina sarebbe ammontato a 65 miliardi di dollari, con circa 11 milioni di consumatori in tutto il mondo. Negli ultimi due decenni, il totale della produzione di oppio è di circa 5.000 tonnellate ogni anno, da cui derivano 500 tonnellate di eroina. Circa il 20% viene sequestrato dalle forze dell’ordine, lasciando 400 tonnellate ai consumatori. Esse varrebbero, ai prezzi di strada europei, tra i 30 e i 40 miliardi, mentre negli Stati Uniti si arriverebbe agli 80 miliardi di dollari.

La sfida della riconversione
Circa due terzi dell’oppio, di cui con il 93 per cento l’Afghanistan è il produttore esclusivo, vengono convertiti in eroina o morfina prima dell’esportazione. Negli ultimi anni, infatti, è aumentato il numero di laboratori in movimento e l’intera regione è diventata un importante centro anche di trasformazione, un procedimento che necessita di grandi quantitativi di precursore chimici, difficilmente reperibili nel paese. Ma i narcotrafficanti non sembrano avere grossi problemi: da almeno 20 anni il reddito della produzione di oppio va nelle casse dei signori della guerra ed è utilizzato per finanziare le loro milizie private e per l’acquisto di armi da importare. La povertà è il principale motivo che spinge gli agricoltori a dedicarsi al papavero. Tuttavia, le regioni del sud del paese consentono colture alternative, un’azione di riconversione complessa a causa della guerra ma che sta iniziando a decollare.