L’opera di Verona

di Matteo Diotalevi

Stefano e Chiara, fratello e sorella, sono seduti uno di fianco all’altro all’Agaras di Verona. Nessuna allegra rimpatriata però. Se si trovano nella casa dell’associazione scaligera legata a San Patrignano, è perché hanno entrambi le figlie, giovanissime, in comunità. Quasi simultanea la scoperta della loro caduta nel dramma della droga. «Mia figlia aveva 15 anni e la cugina 17», racconta con il cuore in mano Chiara. «Qua a Verona la moda dell’aperitivo è molto forte, con il famoso spritz, e così hanno prima iniziato con l’alcool, pur non bevendo nemmeno una goccia di vino davanti a noi, e dopo sono passate alle droghe. Ci hanno poi raccontato che in discoteca trovavano tutto quello che volevano. Presto sono arrivate alla cocaina e all’eroina e l’escalation è stata davvero veloce». Seduti vicino a loro Giorgio e Guido. Nessuna parentela, ma i rispettivi figli erano i fidanzatini delle due ragazze. Anche loro finiti nel tunnel della tossicodipendenza, anche loro a San Patrignano (seppur in sedi diverse).
Quattro vite e quattro famiglie accomunate dallo stesso dramma, un dolore che ora riempie la stanza dell’ “Associazione genitori amici e ragazzi di San Patrignano”. Se Chiara riesce a parlare quasi serenamente di queste cose lo deve a questa realtà: «Non sapevo che fare quando scoprii che mia figlia faceva uso di sostanze. Ci rivolgemmo al Sert, e nonostante fosse appena maggiorenne, la iniziarono a imbottire di metadone. Possibile che non ci fosse nulla di meglio? Per fortuna mio fratello si era già rivolto a questa associazione e così anche io ho fatto». «Pian piano grazie all’Agaras anche mio figlio è riuscito a riconoscere il suo problema. In fondo più volte era stato segnalato dalle forze dell’ordine e l’unica soluzione era la comunità. Per lui non è stato semplice convincersene, ma anche noi abbiamo faticato. Significava ammettere il nostro fallimento educativo», interviene Giorgio.

Un confronto costruttivo
Un intreccio di storie di droga sicuramente singolare, ma che è emblematico della situazione che si trova ad affrontare ogni giorno l’associazione. «Appena una delle nostre famiglie ha scoperto questa realtà, anche tutte le altre vi hanno fatto riferimento», continua Giorgio. «Noi che abbiamo i ragazzi in comunità da meno di un anno ci incontriamo una volta ogni due settimane, mentre chi ce l’ha là da più tempo una volta al mese. In realtà però son sempre disposti ad ascoltarci, 24 ore su 24, tanto che la struttura è aperta tutti i giorni. Ogni tanto ci troviamo anche per una pizza insieme. Così ci confrontiamo e cerchiamo gettare le basi per costruire un nuovo solido rapporto con i nostri figli». Un problema di cui non è facile parlare, ma a sostenerli ci sono i responsabili dell’associazione, fra cui Bruna, Ferruccio, Dasy e Daniela. A guidare questo gruppo è però soprattutto Anna Maria Cosimini, ex maestra delle elementari, con due figli passati anni fa a San Patrignano e ora perfettamente reinseriti nella società. «So cosa significa avere un figlio tossicodipendente e come si è visti dagli altri. Io personalmente lasciai addirittura l’insegnamento. Non potevo più fare la maestra non riuscendo a sorridere ai miei alunni». Da anni però Anna il sorriso l’ha ritrovato ed è sempre lì a dispensarne ai genitori, nonostante ripeta continuamente che presto si farà sostituire dai giovani. «E’ una madre che ha vissuto il nostro stesso problema e per noi è davvero importante», spiega un’altra signora, Teresa. «Nel periodo più brutto, prima che mio figlio entrasse, mi affidai del tutto a lei. Mi diceva “fai così che è giusto”. Io mi comportavo come mi suggeriva e andava bene. Era ciò che mi serviva in quel momento. Ero svuotata, disperata e arrabbiata. Mi sentivo sbattuta qua e là e il suo aiuto fu essenziale. E’ impossibile immaginare l’associazione senza di lei».

Il recupero
Mentre i genitori continuano a raccontarsi, Giada sale le scale della palazzina di via Goffredo Mameli 1. Calzoni della tuta indossati a vita bassa, scarpe da ginnastica, piumino fucsia e la bellezza di qualcosa come undici piercing sul viso, fra orecchie, labbra, naso e sopracciglia. Forse un semplice vezzo, forse l’esternazione di un disagio nascosto. A 16 anni vanta già un’ottima esperienza in fatto di droga. Ad accoglierla Bruna, altra figura storica dell’Agaras. «Arrivano ragazzi sempre più giovani che faticano a definirsi tossici, nonostante sniffino cocaina o fumino eroina. A noi basta guardarli per capire che qualcosa non va. Li prendiamo per mano, cerchiamo di farli ragionare, facendoli riflettere su quella che è la loro situazione. Quando intuiscono quale potrebbe essere il loro futuro, allora molti scelgono la comunità. Sono tutti giovani che cercano amicizie in ragazzi più grandi di loro e così bruciano le tappe. Tanti partono dal bere, altri dalle canne e alcuni con le pastiglie, molto diffuse soprattutto in discoteca. Anche per questo non sono pochi quelli che scopriamo essere affetti da doppia diagnosi, cioè che oltre a problemi di tossicodipendenza nella persona presentano anche problemi psichici». Il lavoro di accoglienza è la principale attività dell’associazione, tanto che nei 20 anni di attività ha indirizzato verso Sanpa quasi 700 persone. Attualmente in comunità sono 38 i ragazzi di Verona e provincia, con un’età media di 26 anni. In associazione ognuno di loro fa colloqui personali con gli operatori che, come visto, cercano di coinvolgere i genitori. «Per noi è molto importante che la madre e il padre prendano coscienza della realtà dei loro figli anche se non è sempre semplice. Alcuni sono a loro volta tossici, altre volte ci troviamo di fronte a genitori separati che litigano in continuazione, anche in associazione, di fronte al figlio, che invece viene qua per trovare tranquillità e mettere ordine alle sue idee. Ma il problema principale è che molti padri e madri sono incapaci di dire un no al loro eterno bambino».

Il reinserimento
A dimostrare ai ragazzi che è possibile lasciarsi alle spalle una storia di droga, anche Silvia. Da poco tempo ha terminato il suo percorso a San Patrignano e, pur essendo di Asti, ha scelto Verona come città da cui ripartire. «Non mi andava di tornare nella mia città, e qua avevo tutte le possibilità per un perfetto reinserimento grazie all’Agaras». L’associazione da qualche anno si preoccupa infatti anche di chi dopo la comunità sceglie di tornare ad affrontare il mondo esterno. Due case, una maschile e una femminile, per dargli un tetto da cui ripartire, e la costituzione di una cooperativa, “Amici di Andrea”, per offrirgli un lavoro. La cooperativa infatti eroga servizi per la provincia di Verona, il comune, la Ulss 20, il comune di Grezzana e altre piccole aziende private, dando la possibilità ai ragazzi di guadagnarsi i primi soldi: «Lavoriamo tutti presso la Residenza sanitaria assistenziale di Manzana, ma anche al centro di riabilitazione del Cerris. Così possiamo pagarci un affitto simbolico e mettere da parte i primi soldi per poterci rendere sempre più indipendenti», continua Silvia. E’ così che i 42 ragazzi della cooperativa si dividono fra varie occupazioni: «Io nello specifico faccio attività si svago per gli ospiti del centro. Andiamo da lavoretti manuali come collanine e braccialetti, a lavoretti di sartoria o di falegnameria. Ma gli altri si occupano di assistenza sanitaria, domiciliare, segreteria, sono educatori, fisioterapisti, magazzinieri, addetti lavanderia, operatori di pet therapy, consulenti informatici. Intanto io seguo anche il corso per diventare operatrice sociosanitaria, per rendermi sempre più indipendente». Chi invece ormai si è reinserita da un po’ è Daniela. E’ lei ad occuparsi della sartoria del centro: «Ma ho ottenuto anche due lavatrici e due asciugatrici», rivela soddisfatta, in ricordo degli anni trascorsi in lavanderia a Sanpa. «L’aiuto che mi ha dato questa cooperativa è stato essenziale. Non è facile passare dalla comunità, dove ad ogni passo c’è qualcuno che si preoccupa di come stai, all’indifferenza del mondo qua fuori. Inoltre io avevo 40 anni e un bambino è così sono riuscito a ricostruirmi una vita». L’attività però forse più particolare che cura la cooperativa è la pet therapy. Non passa giorno che alcuni ex ragazzi di Sanpa non facciano vivere momenti di gioia ai pazienti del centro. Ivan è arrivato due settimane fa dalla comunità trentina di San Patrignano. E’ là che ha imparato a guidare i cani per questa pratica ed ogni giorno si divide fra i pazienti del centro e gli anziani di una casa di riposo. Dopo esser stato lui ad aver bisogno degli altri, eccolo pronto ad allungare la sua mano a chi ha più bisogno di lui.

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