Manteniamo accesa la fiamma di San Patrignano

Ragazzi San Patrignano

Scelta di valori
Umiltà, spirito di servizio e passione per la vita: ne parla Andrea Muccioli in questa intervista che fa parte di un libro in uscita*. La anticipiamo

Intervista ad Andrea Muccioli
di Luigi Offeddu

La prima preoccupazione di ogni giorno, dice Andrea Muccioli è controllare che resti alta “la passione per la vita e per gli altri, e lo spirito di servizio e di volontariato. Dare per scontata una qualunque di queste cose, sarebbe sbagliato”.

Uno dei valori più importanti di San Patrignano, prosegue, “è l’umiltà: e uno dei rischi più gravi, quello di sentirsi i migliori. Perché quando ti capita, allora non riesci più a servire. E noi, questo siamo: i servi di chi ha bisogno”. “Chi ha bisogno”, in questo caso, sono tutti coloro che negli ultimi ventotto anni hanno trovato un approdo nella comunità di San Patrignano, in Romagna, la più nota in Europa, fondata da Vincenzo Muccioli e oggi diretta da suo figlio. Quanti? Oltre ventimila. Le loro vite fanno parte di una storia tutta italiana, ma già studiata come modello di approccio terapeutico e sociale in altri paesi, che ha calamitato speranze e polemiche a non finire: da quando Vincenzo Muccioli finì in tribunale perché accusato di violare la libertà dei suoi ospiti, impedendo loro con la forza di tornare alla siringa; ai tempi più recenti, in cui San Patrignano – con i suoi campi e i vigneti, i suoi allevamenti di cavalli e di cani, la sua tipografia, i laboratori di alto artigianato, tutte le sue piccole e grandi attività gestite dagli stessi ex tossicodipendenti – è diventata anche un modello laico di impresa sociale fondata sul recupero umano (e sul reinserimento nella società) di persone che erano ormai considerate “perdute”.
Dopo tanti anni, la domanda di fondo resta sempre la stessa, quella che all’inizio suscitò tante polemiche: è la vera cura, quella della comunità che offre accoglienza e lavoro chiedendo in cambio un impegno totale di vita, o può trasformarsi nel tempo in una nuova forma di dipendenza, anche se certo non mortale per l’individuo e non velenosa per la società? E quanti sono coloro che si possono considerati guariti davvero?
“In media, il 72 per cento” risponde Andrea Muccioli, “ma non siamo noi a dirlo, è l’indagine indipendente appena svolta da ricercatori delle università di Urbino e di Pavia, su un progetto
ministeriale durato due anni.

Noi non vi abbiamo preso parte attiva, ma abbiamo messo a disposizione tutti i dati che avevamo: e i risultati parlano da soli”.
È andata così: i ricercatori hanno avuto accesso libero e incondizionato agli archivi della comunità, e hanno selezionato con il metodo del sorteggio un campione di 511 uomini e donne che avevano lasciato San Patrignano nel triennio 2000–2002; e che, prima, vi erano rimasti per un periodo di almeno tre anni. Non ci si è limitati
naturalmente alle interviste, o agli esami clinici generici: i soggetti prescelti su sorteggio sono stati sottoposti all’analisi tossicologica
del capello, il metodo considerato più sicuro dalla comunità scientifica internazionale per accertare l’effettivo uso di droghe, anche di quelle considerate leggere. E il risultato è stato appunto quello citato: il 72 per cento dei giovani, trascorsi almeno 36 mesi dalla fine del loro percorso in comunità, non ha usato e non usa sostanze stupefacenti. Tra di essi, un centinaio erano stati tossicodipendenti per più di 11 anni; quindi, erano ‘irrecuperabili’ secondo gli attuali parametri delle ricerche scientifiche italiane e internazionali. Ebbene: di questi ‘irrecuperabili’ più del 60 per cento non solo non si droga più ma si è perfettamente reinserito nella società.

Ragazzi sempre più giovani
Gli ospiti di San Patrignano sono oggi circa 1800. E la loro età, spiega Muccioli, “è in forte abbassamento”.

Non sono più la generazione degli anni ’80, devastata dalla seduzione – non solo chimica, ma anche ideologica – dell’eroina: la generazione che nessuno sapeva bene come curare, e che lo Stato silimitava a mantenere in vita, quando pure ci riusciva, con la ‘pezza’ del metadone. Le loro erano storie lunghe, che cominciavano spesso dallospinello e si prolungavano poi per tutta una giovinezza e la maturità, a stadi, in una spirale terribile ma graduale, con tappe diverse di decadenza fisica, mentale e spirituale. Oggi, spiega Muccioli, è diverso: “E i tempi della dipendenza sono molto più complessi, e rapidi.
Quando io ero ragazzo, in classe a scuola quelli che si facevano le canne erano tre, al massimo quattro, ed erano identificati in partenza. E poic’era la stigmatizzazione sociale e morale, che comunque svolgeva un suo ruolo. Oggi la stigmatizzazione non c’è, nella gran parte dei casi, e questa assenza è funzionale a una rimozione collettiva del problema. Si inizia già a 13 anni con spinelli e psicofarmaci, se non si trova un punto di attracco nella vita. E in tre anni si passa rapidamente all’ecstasy o agli acidi, alla cocaina e all’eroina o agli steroidi o ai funghi, si prende di tutto, in alternativa o insieme a tutto il resto: inutile stare a raccontarci favole, per i ragazzi più fragili e senza punti di riferimento il percorso è fisso, dalla droga cosiddetta ‘leggera’ alle pasticche a quelle ‘pesanti’, cocaina in primis”.
Eppure, molto più di oggi, il post Sessantotto sembrò un’epoca di sradicamento e di vuoto ideale, talvolta riempito dalle ideologie estreme e dal deragliamento esistenziale nel terrorismo di ogni colore.
Come mai adesso è ancora più difficile, trovare il punto di attracco nella vita?
“Sono venuti a mancare anche quegli esempi educativi solidi che ancora pochi anni fa esistevano. La scuola? Un banco fatto per distribuire nozioni, dov’è stato abolito perfino il voto di condotta: e se non serve a educare, a che cosa serve? La famiglia? Non se ne parla neppure più, se non in ambienti ristretti, si è disgregata in gran parte, davanti a un’accozzaglia di falsi modelli di successo.
Ti raccontano che oggi vince solo chi è bello, magro, con tanti soldi in tasca, e la possibilità di apparire in televisione. Se a 16 anni non ti hanno preso nel ‘Grande Fratello’ o ad ‘Amici
miei’, sei perso: ti senti morto. La vita viene svuotata di ogni significato reale: c’è il bene, c’è il male?
E dove cominciano, dove finiscono? Nessuno lo dice più, ai giovani: anche il padre è una figura incoerente con i principi che in teoria dovrebbe comunicare, oppure non c’è mai. Così si è
creata una distanza siderale fra generazioni, un baratro educativo: e questo porta solo alla solitudine, allo smarrimento, all’incapacità
di progettare la propria vita, alla paura di affrontare qualsiasi dialogo”.

L’esempio che manca

Qui, dunque, si arriva al bivio tragico: “È a questo punto, che ti serve l’aiutino’. Meglio se chimico. E se vedi tua mamma che già s’impasticca, tutto è ancora più facile. E poi, tutt’intorno nel mondo che ci circonda, è già dipendenza, o incitamento alla dipendenza: il doping nello sport, il Viagra nel sesso, il gioco d’azzardo o le pastiglie nel tempo libero, il denaro o l’automobile…e potremmo continuare per pagine e pagine. La droga è questo, la scelta di drogarsi è tutto questo: i giovani più intelligenti e sensibili, che avrebbero tanto bisogno di ideali, trovano solo il vuoto; e non conoscono neppureil dolore, quello vero, che fa male ma è un’opportunità per crescere e maturare; così deragliano. Nelle droghe, o nella malattie: l’anoressia, la bulimia, la depressione, la dipendenza ossessiva dal lavoro, non sono certo problemi estranei a tutto questo”.
La diagnosi generale fa paura: “La maggior parte degli adolescenti usa qualche droga, e non se ne parla. Perché è un fenomeno più nascosto, perché è meno visibile di un tempo?
No, e lo ripeto perché non lo si ripete mai abbastanza: non se ne parla, perché la nostra società ha compiuto ormai un atto di rimozione totale del concetto droga. Abbiamo spostato verso il basso l’asticella della salute, sia fisica che mentale e spirituale; e anche dei comportamenti morali. Abbiamo una coda di paglia pazzesca.
C’è un sentimento di paura che aleggia nell’aria, fingiamo di non accorgercene, ma sta soffocando la nostra società: è il massimo dell’angoscia, perché ci ritroviamo allo stesso tempo vittime e autori–responsabili, come autori della rimozione. E dire che, con la televisione e il computer che va su Internet, non ci sarebbe più l’imbarazzo del silenzio: eppure, si è mai visto un momento in cui la società occidentale è stata più infestata dalla droga, dalle dipendenze, rispetto al momento presente? Ed è lo stesso momento storico in cui tutti noi viviamo di confini, di timori: Nord e Sud, religioni, intolleranza ideologica e razziale. Io spero di sbagliarmi, naturalmente: ma l’impressione è che la nostra società stia implodendo in modo irreversibile”.

Ridurre il danno. ma di chi?

La lotta alle dipendenze è anche una sfida potenzialmente piena di opportunità, per tutti, ma quando le opportunità vengono mancate sono tutti a pagarne le conseguenze. Soprattutto, inutile ripeterlo, i più deboli. “Lo Stato”, dice ancora Muccioli, “ha una coda di paglia pazzesca, proprio come molti singoli cittadini. Questo spiega –almeno in parte, perché poi c’è anche la malafede
ideologica o l’interesse economico– tante chiacchiere sulla cosiddetta ‘riduzione del danno’: vendere la droga in farmacia per non favorire il vizio, permettere legalmente la canna per non indurre alla tentazione illegale della siringa, e via dicendo. Tutte chiacchiere, appunto: ‘riduzione del danno’, ma a chi? Ai genitori più pigri o indifferenti, forse, e a tutte quelle figure della società che così trovano il modo per non agire, per non assumersi alcuna responsabilità. È più facile dire al ragazzo: ‘ma sì, fatti pure una canna…’, oppure dargli un esempio, con fermezza e coerenza? Ridurre il danno significa in verità: narcotizziamo, rimuoviamo, non parliamone. E alla fine, noi che operiamo in questi campi, generalmente, siamo soli. Io sono spesso solo, noi di San Patrignano ci sentiamo spesso soli, nella nostra battaglia. Questa è la verità. Ma non per questo, ci arrendiamo: anche perché, per fortuna, non tutti i giorni sono uguali, e c’è anche chi crede profondamente nella serietà del problema, proprio come noi, e ci aiuta, e aiuta i giovani in difficoltà, e questo basta a tenere la fiamma accesa”.
È dura, però: “Sento dire in giro: le comunità non servono più, i giovani ormai sono diversi…Falso, tragicamente falso. Come è falso il preconcetto di comunità come luogo chiuso, sbarrato al resto del mondo, alle persone e anche alle idee di fuori: al contrario, la comunità è un mondo aperto, diversamente muore. È un mondo in continua osmosi. Noi, e mio padre l’ha provato sulla sua pelle, siamo stati oggetto di un vero assedio, proprio per via di certi pregiudizi: quell’uomo, Vincenzo, non era un despota come certi lo descrivevano, ma un gigante educante, cioè che educava. E questo lo ha dimostrato in tanti anni. Io sono cresciuto in mezzo a migliaia di giovani che tutti consideravano irrecuperabili, bollati da quel marchio indelebile: la tossicodipendenza, si diceva e si scriveva,è una malattia, è cronica, è inguaribile, è un problema di esclusiva competenza del medico, si può solo arginare ma non debellare. Lo si dice ancora oggi, da parte di certuni. Così, da grande, quando dal 1997 San Patrignano era ormai divenuta una Ong (Organizzazione non governativa) ho dovuto affrontare le platee dell’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità, per cercare di spiegare con la nostra esperienza che era ed è vero l’opposto: la tossicodipendenza non è una malattia, non è cronica, e può e deve essere guarita.
Io posso portare come esempi oltre diecimila casi, per dimostrarlo: eppure, ancora oggi, secondo la definizione ufficiale dell’Oms, la tossicodipendenza è una ‘malattia cronica recidivante”.
Ma perché? “Forse perché non si vuole scoprirla in tutta la sua profondità, perché così alcuni servizi di assistenza sovvenzionati con fondi pubblici o estremamente costosi perderebbero dei clienti e invece sembra meglio, molto meglio, fare il business. Ma la verità è che, se c’è educazione – che per noi vuol dire crescere, diventare persone autonome e responsabili – non c’è alcuna irrecuperabilità, e ognuno ha la possibilità di guarire, per quanti possano essere gli errori che ha fatto”. E le ricadute, i fallimenti per strada? “Non dico che non ci siano, tutt’altro. Ma spesso il momentaneo fallimento non è altro che una tappa del recupero. Mi spiego: a volte i ragazzi che svolgono il programma in comunità si convincono, per fretta, presunzione, mancanza di equilibrio, di aver risolto definitivamente i loro problemi.
Quando succede, i discorsi diventano inutili. Bisogna che si confrontino e si scontrino con la realtà. Capire perché si è fallito ed essere abbastanza umili per riconoscerlo è, spesso, ciò che ti manca per tornare in comunità, completare il percorso di recupero e ritornare a testa alta nella società.

La comunità e il mondo

Gli anni dei pregiudizi, per San Patrignano, sembrano comunque lontani: “Sì, ormai l’assedio l’abbiamo superato: come si dice, ciò che non ti uccide ti fortifica. Oggi, circa cinquantamila persone all’anno, in gran parte ragazzi delle scuole, vengono in visita a San Patrignano, parlano con i nostri giovani, vedono e toccano quello che loro creano. Ogni anno ospitiamo decine di eventi, congressi, raduni di esperti eno–gastronomici, di architetti, di medici, di avvocati e giuristi. È il mondo intero che viene a San Patrignano. Per questo, diciamo ‘oltre la comunità’: perché in realtà non ci occupiamo di lotta alla droga, o non esclusivamente di questo, ma di educazione, di vita. Basti dire che, negli ultimi due anni, abbiamo raggiunto mezzo milione di ragazzi in tutta l’Italia con incontri e spettacoli dedicati alla prevenzione del consumo di droghe”.Altri, in altri paesi, hanno sperimentato negli ultimi anni strade ancora diverse, e a volte dicono di aver avuto successo.

Negli Stati Uniti, per esempio, esistono i ‘tribunali della droga’: a chi viene arrestato per qualche reato, e risulta aver fatto uso di sostanze di stupefacenti, viene direttamente comminata una pena sostituiva del carcere, da trascorrere in una comunità terapeutica o in una organizzazione del volontariato. E questo lo decide una legge, non la bonomia o la saggezza
di un singolo giudice: “Anche qui da noi potrebbe funzionare”, dice Muccioli, “ma solo come anello di una catena più complessa di prevenzione e recupero, non come unica soluzione. Una cosa è
certa: il carcere, com’è oggi, non cura e non recupera. Molti, come tossicodipendenti accertati, avrebbero il diritto di uscire per tentare una cura e il recupero, ma non possono: o le loro condanne cumulative, magari per diversi piccoli e medi reati, hanno superato i termini previsti dalla legge, oppure viene disposto un generico affidamento ai servizi sociali che può condurre a strutture inadatte o inefficienti. Un problema enorme, per i ragazzi che escono dal carcere, è che molti di loro non hanno alcuna motivazione: allora ricadono, vengono rimandati davanti al giudice, e l’affidamento viene revocato; devono ricominciare tutto da capo, ma questo periodo intermedio non fa altro che facilitare i comportamenti destabilizzanti. Perciò non è facile occuparsi di loro. Varrebbe la pena di scegliere caso per caso, di testare attentamente le singole motivazioni al recupero: ma sono pochi, quelli che riescono a ottenerlo, e sono poche le comunità sempre disposte all’accoglienza.
Noi, possiamo parlare solo per l’esperienza di San Patrignano: abbiamo già sostituito quasi quattromila anni di carcere con i percorsi di comunità. E non ci siamo mai pentiti di averlo fatto”.

DROGHE E DIPENDENZE