Meno punizioni, più recupero

Di Francesca Ronchin

Meno carcere, più trattamenti. Potrebbe essere riassunta così la direzione che gli Stati Uniti intendono prendere nei confronti del problema droga.
In sostanza sembrerebbe arrivato il momento di ripensare alle strategie da attuare nel prossimo futuro, viste che quelle attuali non hanno riscosso un numero di successi direttamente proporzionale ai miliardi di dollari spesi (12 solo in questo 2009). L’amministrazione Obama è convinta che quella della droga sia una piaga troppo grande e radicata per essere affrontata solo “manu militari”.

Nello Stato di New York, che funziona un po’ da barometro dell’intero Paese, verso la fine di aprile è stata presa una decisione storica. Il governatore democratico David A. Paterson, in accordo con i leader del Parlamento a maggioranza democratica, ha deciso di abrogare le norme solo punitive introdotte nel ’73 dall’allora governatore, Nelson Rockfeller, per contrastare l’esplosione del consumo di eroina e cocaina nella Grande mela. L’alternativa è quella di puntare maggiormente sul recupero delle persone tossicodipendenti, rafforzando il ruolo delle drug courts (tribunali della droga), già da anni in prima linea per offrire agli imputati non violenti programmi di riabilitazione alternativi al carcere. “Con la nuova legge” spiega Jeffron L. Aubrey, membro dell’assemblea legislativa che si è battuta per l’abrogazione della normativa precedente, “i giudici non saranno più costretti a disporre il carcere per una durata minima di un anno a tutti coloro che detengono anche piccole quantità di sostanza illegale, ma potranno emettere verdetti valutando caso per caso senza dover applicare per forza una sentenza minima di condanna”.

Di pari passo con la decisione di puntare sulla cura del tossicodipendente, inteso come persona che ha bisogno di aiuto prima che criminale, arriva anche la presa di coscienza, da parte degli USA, che il problema della droga non può prescindere dagli sforzi per la riduzione della domanda. Specialmente a fronte di un inasprimento della violenza causata dal narcotraffico che minaccia di trasformare i confini con il Messico in una polveriera. “La richiesta insaziabile di droghe illegali da parte del mercato statunitense e l’incapacità delle autorità americane di fermare il traffico di armi verso il Messico – ha detto il Segretario di Stato americano Hillary Clinton lo scorso 26 marzo nel corso del suo viaggio a Città del Messico – contribuiscono ad alimentare la violenza che sta minando in modo allarmante America Latina e sud degli Stati Uniti”.
Parte dunque da New York l’idea che la soluzione del degrado che minaccia i sobborghi delle metropoli così come i confini con il Messico, si nasconde dietro l’angolo, in quell’ufficio in fondo all’isolato che esiste da tempo ma su cui, finora, non si era investito abbastanza.
Su tutto il territorio USA le drug courts sono quasi 2000 e le storie di successo molte di più.
In Vermont, a poche miglia dall’Empire State, i risultati positivi delle corti della droga sono già documentati da uno studio realizzato nel 2004 nella contea di Rutland.

In base al sondaggio, tra coloro che non hanno optato per la riabilitazione, il rischio di essere nuovamente arrestati nel giro di 36 mesi dall’uscita dal carcere è altissimo, con un tasso di recidività 6 volte più alto rispetto a chi ha aderito al programma di recupero che di solito ha una durata non inferiore ai 12 mesi.

“La prigione non serve – sostiene Karen Gennette, coordinatrice delle drug courts del Vermont – di solito chi entra ne esce cambiato in peggio. Far si che i tossicodipendenti combattano le proprie debolezze, diventando cittadini che pagano le tasse, è interesse di tutti. Meno tossicodipendenti significa anche meno crimini e meno violenza. L’insaziabilità dell’America ha trasformato le nostre strade in scenari del crimine e paesi come il Messico in terreni di guerra. Le drug courts stanno dimostrando di essere una delle armi più efficaci che abbiamo nel combattere la guerra alle droghe”.