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La mia solitudine

Ad un certo punto della mia vita, la ribellione sembrava l’unica risposta….
Canne, alcol, avevo anche cambiato il look. A Giulia questo non piaceva. Di lei ero innamorato, ma non riuscivo a rinunciare a quello che facevo per stare con lei. Iniziai ad andare ai primi rave e a spacciare. Mi sentivo cercato, importante, figo. Mi illudevo di avere trovato la mia dimensione, la mia identità.
Ormai avevo preso la mia strada.
Fui bocciato un’altra volta così andai a lavorare. Lì conobbi alcuni ragazzi francesi e con loro iniziai a usare la coca. A settembre, finita la stagione, andai in Francia con loro. Dopo qualche mese me ne tornai a casa perché non riuscivo più ad andare avanti e a mantenermi.
La mia vita era tutta sballo e divertimento, senza impegni, senza responsabilità.
Una sera un amico portò l’eroina e senza pensarci la presi e la usai. Mi svuotò di tutto. Non sentivo niente. E quella sensazione di nulla, di vuoto mi piaceva. Non sarà solo quella volta. Non sarà solo quella sera.
Ogni tanto vedevo il mio amico di sempre.
Con lui avevo un bellissimo rapporto. Provava a dirmi che stavo sbagliando tutto, che avevo mollato tutto, che avevo buttato via le persone che mi volevano bene davvero e che stavo rovinando la mia vita.
Era uno dei pochissimi che ancora ascoltavo e le cui parole riuscivano ogni volta a entrarmi dentro come lame. A un certo punto incomincio a vederlo sempre meno. Altri amici mi dicevano che non stava bene. Io mi preoccupai, ma ero troppo preso dalle mie cazzate. Un giorno lo incontrai. Era distrutto. Aveva iniziato a bere, tanto. E a fumare. Questa cosa mi spiazzò. Si rinchiuse in casa. Passò un mese. Lo ritrovai in giro. Lui mi disse che quella vita fa schifo, che io dovevo smetterla, dovevo tornare ad essere quello di prima. Il suo amico di sempre.
Per l’ennesima volta gliela raccontai, me la raccontai. “Tranquillo, non ti preoccupare. Mica ho intenzione di vivere così per sempre. E’ solo un periodo, poi smetto” Ci salutammo.
Il giorno dopo in piazza incontrai un ragazzo che mi disse che il mio amico si era sparato.
Mi crollò tutto. Era l’unico vero amico per me. Aveva sempre cercato di aiutarmi, di parlarmi e di farmi cambiare vita. Lui c’era sempre stato e ora non c’era più. E quello che mi fece soffrire da morire era che quando lui aveva bisogno di me, io lo avevo lasciato solo.
Ero a pezzi. Non mi sballavo più per divertirmi, ma per non stare più in questo mondo.
Non sapevo più cosa fare. Provai a reagire e mi iscrissi in una scuola privata, dove conobbi altra gente che mi tranquillizzo un po’. Fui promosso.
Giorgio, uno dei miei nuovi amici, mi propose di andare via con lui e di fare un’esperienza a Londra.
Ci pensai, ma restai a casa. Feste, nottate, sballo, droga, eroina. Ero uno straccio. Sembravo un fantasma.
Una sera mia madre mi affrontò dicendomi che non potevo più andare avanti così e che dovevo farmi aiutare entrando in una comunità. Io andai fuori di testa. Assolutamente non era per me, non serviva! Avevo 19 anni, una vita davanti e ancora l’illusione di riuscire a fermarmi, così andai Londra, da Giorgio.
Superai l’astinenza e trovai un lavoro. A Natale avvertii nostalgia di casa e ci tornai, mollando il lavoro. Quando ritornai a Londra non avevo più lavoro. Per un mese mi arrangiai, ma poi i soldi incominciarono a scarseggiare. Incontrai una persona che conoscevo. Si faceva. Gli chiesi una mano, lo seguii e mi trovai a vivere in un appartamento abbandonato pieno di tossici. Stavo con lui e ricominciai con l’eroina.
Non ci stavo più dentro e stavo male di nuovo. Stavo precipitando un’altra volta.
Era come se non riuscissi mai a trovare un posto mio, un luogo dove stare. Tornai a casa di nuovo.
La mia famiglia l’avevo allontanata. Mi sentivo frustrato, perché in fondo avrei voluto renderli orgogliosi di me. Ma avevo fatto tutto l’opposto. Non avevo più niente e non ero più nessuno. Avevo perso la famiglia e Irene, la ragazza con cui stavo e che di me non ne voleva più sapere. Ero solo. Solo!
Un giorno mia madre mi richiamò a casa e mi disse che mio padre stava male.
Gli restavano solo sei mesi di vita. Aveva un tumore.
Tornai da loro. Restai con lui. Non c’era più tempo per rimettere a posto le cose tra noi. Un giorno rimasi da solo con lui.
“Io avrei voluto essere un buon padre” Mi disse ”Fare di più per te. Sappi che sono orgoglioso di te”. Lui se andò il giorno dopo.
Avrei voluto scappare un’altra volta e glielo dissi a mia madre. Scoppiò a piangere e mi disse di restare, di cambiare, di reagire. La guardai e capii che la mia vita in quel momento era tutta lì.
Aiutami, le dissi.
Insieme decidemmo che dovevo entrare in comunità e per fortuna, quel giorno, ho deciso di entrare qui a San Patrignano.
-Alessandro-

10 Dicembre 2015
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