My Funny Valentine

Ho aperto gli occhi e ho visto il nulla. Un gran freddo alle gambe, molli sul pavimento, la schiena poggiata su una superficie viscida, umida. Ho tastato l’intorno con le mani. Ma dov’ero? Dieci minuti, un’ora o due giorni, non so quanto è passato. Un alone azzurrastro si è insinuato nel buio e ho iniziato a distinguere qualche sagoma. La polvere danzava. Ma dov’ero? Ho provato ad alzarmi ma niente, le gambe non tenevano neanche il peso di un bimbo.

Ero da poco uscita da una delle tante astinenze. 10 giorni chiusa a casa dei nonni in montagna, convinta, per l’ennesima volta, che questa sarebbe stata quella giusta. Non ci ricasco un’altra volta, mi dicevo. Avevo trovato lavoro in un pub del centro e un monolocale economico in periferia; riuscivo a fare la spesa e a pagare le bollette. Ho persino ricominciato ad andare a un sacco di concerti.
Il pub era sempre pieno di gente e io trottavo fino a notte alta. Non mi dispiaceva. Una volta mi sono perfino messa a ridere a crepapelle per una battuta del padrone del locale. Quasi non mi riconoscevo più.

Veniva un tipo al pub. Non era bello, ma aveva due occhi da huskie effetto calamita. Entrava sempre alla solita ora. Solo, si sedeva al bancone, mai in un tavolo. Silenzioso, tentava la carta del tenebroso, ma ad ogni sorriso si tradiva. Aveva il sole tra i denti. Era carino, mi piaceva lui. E avevo anche scoperto dove abitava. Per caso.
Un giorno uscivo dal supermercato vicino al locale carica di buste di vodka, rhum, menta fresca e arance e lui usciva dal portone di fronte. Sguardo completo di sorriso. Si è avvicinato, mi ha tolto i pesi dalle mani e in silenzio, mi ha accompagnato fino al locale.

Dopo un paio di mesi, era la mia sera di riposo, sono andata sotto casa sua e ho citofonato. Grimaldi, Allegri, Miccoli, Andreini, Guidi. Finalmente, a Valle, ho fatto centro. Era la sera di San Valentino ed ero sola. Tutte le amiche a scambiarsi cuori di peluche con i vari coccolotti della situazione. Che schifo. Mai festeggiato un San Valentino io. Prima per impossibilità estetica di avvicinare qualcuno del sesso opposto e in seguito per un tragico fato che non faceva mai coincidere i miei idilliaci accoppiamenti con il mese di Febbraio.
L’huskie ha risposto. “Scendo!” ha detto. Come se mi stesse aspettando.

Ero felice e quando, attraverso il portone in ferro battuto con le porte in vetro, ho visto il cavo dell’ascensore muoversi, ho giurato: se mi avesse offerto un bacio perugina, lo avrei perdonato! In nome del primo momento sanvalentinese della mia vita. In fondo, chi, almeno una volta non ha letto uno dei fogliettini impiastrato di cioccolata. Pure chi si fa il piercing sono certa. All’apertura delle porte dell’ascensore, Huskie era in fermo immagine. La testa rivolta verso il basso, gli occhi su di me. Tattico, ha avanzato, aperto il portone, preso la mia mano. L’auto era proprio di fronte casa (come fanno questi a trovare parcheggio accanto al letto a Roma in centro, boh!). Mi ha aperto lo sportello della macchina, lo ha richiuso, ha fatto il giro dell’auto ed è salito. Ha avviato motore, stereo ed è iniziato il viaggio. Chet Baker e niente bacio perugina. Grazie Dio!

“Mi chiamo Claudio ma credo tu già lo sappia. Studio all’università, tu mi piaci molto, mio padre è uno scultore, abbiamo una ditta che crea strutture in plexiglas e sono dieci anni che uso eroina. Saltuariamente. Ti va bene?”.
Azz! Fortuna sfacciata! Questo è stato il mio primo pensiero. Il lanternino cerca-guai ha funzionato ancora una volta. Tanto per non smentirmi. Non sono scesa dalla macchina, non ho sbattuto lo sportello con violenza per esternare il mio disappunto. Nulla. Una statua immobile, incastrata nel marmo gelido del passato. Il camera-car è partito da Piazza Bologna ed è terminato a Pietralata. Mi ha lasciato parcheggiata in macchina per dieci/dodici minuti. Ma come ha fatto a capire? Come? Ma allora ce l’ho proprio scritto in faccia. Non ci credo. Non è possibile. E’ tornato, ha messo in moto, due minuti di strada e ha parcheggiato sotto un mucchio di case popolari. E’ sceso, ha fatto il giro della macchina, mi ha aperto lo sportello. Poi, il gentiluomo, mi ha portato in uno scantinato.
Che freddo che fa qui.

Huskie ha creduto fossi morta e mi ha lasciata lì, in terra, accasciata come una bambola di pezza che nessuno vuole più. Come un vecchio baule pieno di cose inutili che si butta in cantina e non ci si preoccupa della ruggine e dell’umidità che lo assaliranno.
C’è una dispensa piena di bottiglie vuote e impolverate, due materassi rancidi appoggiati sul muro, uno scatolone pieno di vecchi Tex Willer, due tappeti arrotolati, pasto preferito di topi e vari. E poi ci sono io, con i capelli appiccicati al viso e puzzo. Ci metto due ore per alzarmi, ogni volta che ci provo casco in terra. Graffio la porta ma nessuno mi sente. Bacio perugina mi ha chiuso dentro. Grazie Huskie. Un San Valentino indimenticabile.