My man

Bisognava che arrivasse questo giorno. Un giorno in cui io figlia, vegliassi su mio padre, inerme, in un letto bianco e gualcito di una clinica asettica dai muri blu e bianchi, scagliata nel cielo caldo di Sicilia. Bisognava che fossi io a fare il primo passo. Quella carezza tanto attesa, alla fine, sono stata io a darla per prima. Il sogno di sentirmi sussurrare nell’orecchio, prima del sonno, bambina mia stai tranquilla qui ci sono io non si è avverato, e non ci sarà più tempo in cui si avveri, questo no. Ma forse è successo qualcosa di altrettanto straordinario. Qualcosa a cui riesco a dare un unico nome: perdono.

Perdono per tutte le volte che lo avrei voluto vicino, il mio papà, e lui non c’era, perso a vivere una vita piena di lustrini e finti miraggi. Miraggi che ogni giorno di più lo portavano via dalla mia vita, dal suono del mio nome. Miraggi che hanno reso lieve il ricordo del mio profilo nella sua memoria. Miraggi che erano sogni vaghi, perché anche lui, ne sono certa, avrà avuto il suo sogno da inseguire. Perdono perché non ha mai saputo di che colore fosse l’intonaco della facciata della mia scuola elementare. Perdono per avermi lasciata vagare nel dubbio bambino di non essere abbastanza bella e brava e buona per meritare il suo sguardo o anche solo il suo pensiero. Perdono per tutte le lacrime di mia madre che hanno inondato la mia infanzia, insegnandomi il dolore inutile. Perdono per ogni volta che a pranzo dalle mie amichette, la famiglia riunita aspettava l’uomo di casa, e appena la chiave girava nella toppa, segnale per dare via al condimento della pasta, io odiavo, invidiavo e maledivo quella famiglia intera che non era mia. Perdono per tutto il veleno che ho dato al mio corpo in modo che lui si sentisse in colpa e mi venisse a salvare. E invece no.

Mentre scrivo mi rendo conto che potrei andare avanti all’infinito. Eppure allo stesso tempo, in questo istante, sento che anche l’infinito può avere un capo e una coda. Anche l’infinito può mettere il punto e andare a capo. Perché in fondo siamo noi, sempre noi, solo noi, a decidere. Se voltare pagina, se continuare a scriverla, se orientare lo sguardo su un nuovo orizzonte, se svoltare a destra o a sinistra, se puntare la sveglia in modo da essere puntali o se decidere di arrivare sempre un passo indietro rispetto al resto del mondo. Siamo noi a tracciare il percorso sul quale gareggiare la vita. Discese, curve pendenze e rettilinei non sono mai lì, in quel momento, il quel luogo, a quel preciso tratto di strada per caso. In qualche modo, in un tempo precedente, siamo stati noi a concepirli. Costruendoli, versando l’asfalto, tratteggiando la linea di carreggiata.

Mio padre ora dorme. Il suo respiro invade ancora i giorni. Non so per quanto. Ma non importa. Perché io oggi, adesso, non in un altro, ma in questo preciso istante, mentre scrivo sul mio portatile su questo terrazzo disperso tra le case piene di echi antichi di questo paesino siciliano arroccato sulla montagna che sembra volersi gettare di testa in un mare pieno di colori, mentre il vento passa a fare compagnia ai miei capelli e proprio in questo tempo in cui aspetto che rincasi la madre dei miei fratelli che nel cuore è anche un po’ la mia, sento che il cerchio è chiuso. E anche oggi posso vivere questa giornata di fine luglio, avendo la dolce certezza di essere un’eletta. Sono salva e lui lo sa. Lo ha visto nei miei occhi e nei sorrisi di mia figlia. La vita mi fatto un dono. Me stessa, lucida e felice. Anche quando ogni tanto perdo acqua dagli occhi. E ora scusate devo andare a mangiare, mi vesto e poi vado a dare un bacio a mio padre. My man.