Narcos Spa, pusher Coop

di Fabio Bernabei

All’inizio era (solo) la Mafia. Paolo Borsellino nella sua ultima intervista ricordava che “All’inizio degli anni Settanta Cosa Nostra cominciò a diventare un’impresa, nel senso che attraverso l’inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali”. Erano gli ‘uomini d’onore’ a controllare la lunga filiera del narcotraffico, fino all’ultimo anello dello spaccio, in cui malavitosi ai margini della società e con lunghe fedine penali si suddividevano aree di azione e compiti, come in un’impresa gerarchicamente strutturata.

Tutto questo sembra appartenere al passato remoto. Oggi il traffico di droga vede protagonista, almeno nel settore dello smercio ‘minuto’: un modello commerciale che si potrebbe definire di micro-impresa, spesso a livello familiare. Mamme, pensionati, forze dell’ordine, studenti, il nostro vicino di casa, tutti concorrono al commercio di sostanze psicoattive, considerato quasi un bene di consumo come altri.
Certo, la grande produzione e raffinazione sono ancora in mano ai ‘cartelli’ criminali che moltiplicano gli sforzi per aumentare la diffusione, come nel caso della cocaina. Ma nella catena di trasporto è coinvolto un numero sempre maggiore di cosiddette ‘persone per bene’.

Le nuove leve
Il coinvolgimento del borghese medio inizia già nei Paesi produttori. Se infatti alcuni metodi per aggirare i controlli alle frontiere tra Stati catturano facilmente l’immaginazione popolare, come i chilometrici tunnel sotto la frontiera tra Usa e Messico o i mini-sottomarini usati per varcare l’Oceano, in realtà il grosso delle sostanze stupefacenti viaggia per il Pianeta grazie a grandi e rispettate compagnie commerciali, come denuncia Luca Rastello nel suo libro ‘Io sono il mercato. Come trasportare cocaina a tonnellate e vivere felici’ (Chiarelettere).

In Italia, sostiene Rastello, i boss dilagano con la cocaina per mezzo di imprenditori incensurati e trasportatori intercontinentali che operano regolarmente. Come agiscono questi spedizionieri? Per mille canali commerciali: cavi elettrici, lastre di vetro, frigoriferi, lavatrici, piastrelle, blocchi di granito. Un sistema “che spesso avviene all’insaputa delle ditte stesse, con una procedura complessa di fatture per aggirare i controlli doganali”, ma che funziona grazie alla complicità, nei singoli passaggi, di connivenze e complicità insospettabili.

Arrivata sul territorio nazionale la droga, anche la diffusione al dettaglio si concretizza con l’impiego di incensurati. La cronaca ce ne offre uno spaccato eloquente. Durante una retata delle forze dell’ordine, alcuni mesi fa, sono stati arrestati nel napoletano ben 41 trafficanti di cocaina nessuno dei quali aveva contatti con la camorra, pur operando in una zona tradizionalmente ad alta densità di malavita organizzata. Il traffico era condotto impunemente da un’‘impresa ‘artigiana’ con un bidello, due guardie giurate e un poliziotto, in concorrenza alla mala.

La dimensione ‘domestica’ del narcotraffico è ormai quasi la regola. A Torre Annunziata scovata un’intera famiglia di cinque persone, figlio quattordicenne compreso, dedita allo spaccio di crack; a Pescara una madre di tre bambini, al momento dell’irruzione dei carabinieri, aveva in bella vista sul tavolo della cucina, tra la cena in preparazione, dosi di cocaina ed eroina per 3.000 euro.
L’aspetto del coinvolgimento familiare è allarmante: dalle matriarche come l’ottantunenne Vita Lippolis, condannata per spaccio a sei mesi di reclusione, fino agli scellerati genitori che rendono i propri figli conniventi o spettatori. A Torino moglie e marito, 26 e 22 anni, detenevano nella loro abitazione quasi 9 kg tra hashish e cocaina riposti tra i giochi del bimbo di tre anni, ora affidato ad una comunità; a Roma, in un campo nomadi al quartiere Prenestino, una giovane mamma vendeva dosi di eroina e cocaina mentre allattava il bambino al seno.

Roba di casa
A Casteldaccia, alle porte di Palermo, è stata smantellata una rete che riforniva tutti i paesi limitrofi del capoluogo. L’operazione – nove arresti e sei denunce a piede libero – è stata denominata ‘Pater Familias’ proprio perché coinvolgeva un’intera famiglia, compresi tre minorenni tra cui un nipotino del boss eponimo di appena otto anni, la cui intensa attività è stata documentata con telecamere nascoste.

Anche i giovani ‘imprenditori’ di questo settore non rientrano nella figura del dropout di un tempo. A Bergamo metà del locale traffico di marijuana era gestito, fino all’intervento delle forze dell’ordine, da un giovane, brillante studente della Bocconi, rampollo di una famiglia ricca e in vista, che ogni sera riceveva i clienti nel suo appartamento in centro, trasformato in una sorta di coffee shop. Gli è stata sequestrata sostanza di ottima qualità per un valore superiore ai seimila euro. “Spaccio per mantenermi agli studi” è stata invece la giustificazione di un altro universitario 23enne, di natali meno fortunati, pusher dei colleghi di Urbino.

Le stesse Forze dell’ordine non sono immuni da questa ‘normalizzazione’. Le intercettazioni nella caserma di Bolzaneto decise per l’inchiesta sul G8 di Genova hanno svelato che una ventina di agenti, compagni di corso a Piacenza, dopo il trasferimento in varie destinazioni erano rimasti in contatto mettendo in piedi una efficiente rete. Gli accertamenti proseguono: “Siamo solo alla punta dell’iceberg” dicono gli inquirenti.

Indossare la divisa non costituisce più un freno. A San Vittore, un assistente della polizia penitenziaria forniva la cocaina ai detenuti e analogo ‘servizio’ era prestato da un ispettore capo del carcere di Monza, ora finito dall’altra parte delle sbarre. Un appuntato di 35 anni in servizio ad Osimo è stato arrestato dai colleghi in flagranza di spaccio e fra le tredici persone arrestate dalla polizia di Enna nell’operazione ‘Clapton’, che ha sgominato un giro di droga in diverse province siciliane, un ruolo fondamentale lo giocavano alcuni sottufficiali di polizia e finanza e un agente della forestale. La banda era attiva soprattutto nello smercio alla clientela di riguardo: imprenditori, funzionari pubblici e politici.

Forse questi ‘spacciatori della porta accanto’ si sentono meno coinvolti dei grandi narcotrafficanti ai quali rimane il controllo dell’enorme business, ma sono proprio loro che mettono la droga a portata di mano delle nuove generazioni. Questi spacciatori di morte, assassini in mezzo a noi, sono oggi il pericolo principale.