Nati per farlo

Ci sono disegni fatti a matita, altri fatti a tempere, altri ancora a olio e poi ci sono disegni fatti col cuore.
Disegni che racchiudono l’essenza di noi stessi. Nel guardarli, ci imprigionano lo sguardo lasciandoci lo stupore per quella magia che si vela dietro ogni singolo tratto di quella matita. Questi sono i disegni di Saguri.
Lei non disegna per se stessa, lei, disegna per gli altri.

L’ha sempre fatto, sin da bambina. Ha iniziato quando è arrivata in Italia. Questo paese sconosciuto, questa lingua troppo diversa dalla sua e la sua India, così lontana.
Per ammazzare il tempo prende un foglio e una matita e inizia a scarabocchiare. Prima occhi poi forme sempre più complesse fino a che, sotto la sua matita, prendono vita disegni di speranza, intensi, dove è racchiuso tutto ciò che Saguri sogna.
“Passavo giornate intere a disegnare la famiglia che avrei voluto, credevo e speravo che un giorno quel disegno potesse diventare realtà”.

E un giorno, quella famiglia arriva. E lei ne diventa parte. La sua vena artistica aumenta perché nella sua nuova casa l’arte fa da padrona: registi e collezionisti d’arte la trascinano in questo affascinante mondo e Saguri col passare del tempo se ne appassiona. Ma è proprio in quel mondo, che un giorno, si sente imprigionata.
A tredici anni inizia con le prime bevute e nell’arco di poco tempo passa alle canne.

All’inizio era come disegnare: c’è l’entusiasmo del nuovo, di passare le prime pennellate, quelle che ancora non descrivono niente ma esprimono la foga di un nuovo capolavoro. Ma tutti i capolavori prima o poi vanno interpretati.
E quando finalmente Saguri riesce a interpretare il dipinto della sua vita si ritrova cocainomane.

Ora non disegna più per passione ma per lavoro. La coca costa troppo cara così inizia a disegnare su richiesta. Il primo murales lo fa in un locale, insieme ad un amico. E’ bello. Da lì viene chiamata in altri luoghi. Altri soldi. Altra coca. E tutto il resto, passa in secondo piano compresa la sua arte. E nel suo delirio rivuole indietro i suoi sogni, le sue speranze, il suo futuro, ma non è più come quando era bambina. Adesso la sua tela non esprime più i suoi desideri e ogni volta che ne finisce una, la getta in lavatrice per poi ricominciare dall’inizio.
Nulla vale più niente, nulla ha più un senso, tutto stava precipitando. Sempre più giù, più in basso.
“Quando disegni hai sempre davanti a te un soggetto, un’ immagine da dove prende spunto la tua creazione. Ma io non vedevo più nessuna forma, nessun colore, nessuna immagine. Così sono bloccata.”

Tutto si ferma, tutto si spegne. Il pennello diventa troppo pesante, a matita troppo leggera e il foglio troppo bianco. Tutto troppo stretto, tutto troppo estraneo. Saguri smette di disegnare.
Il tempo passa, il turbine la travolge, la vita le sfugge dalle mani. Sente che deve fare qualcosa. E arriva a San Patrignano.E’ qui che conosce Silvia, anche lei con la passione del disegno. Nel guardare i suoi disegni, Saguri piano piano sente il desiderio di riprovare, di ricominciare. E di notte si chiude in bagno quando tutte dormono e ritrova la sua arte, quei tratti tanto familiari, i suoi disegni.

“Ho ricominciato a disegnare per gli altri, è stato un modo per dimostrare il mio affetto. Quando disegno mi rilasso molto è come se si fermasse il tempo”.
Oggi Saguri ha ritrovato la sua passione e quel sorriso che molti anni fa era dipinto sul suo viso.
C’e gente che impara a disegnare,altri che studiano per disegnare, ma solo pochi nascono per farlo…