Nelle foreste dei narcos ora cresce la speranza (2)

di Andrea Muccioli

Gli stessi sguardi intensi, che immediatamente ti trasmettono dignità e orgoglio, li ho incrociati qualche decina di chilometri più a nord, risalendo in lancia il sistema di canali che porta al grande golfo di Uraba, al confine tra Panama e Colombia. Il dipartimento del Chocò è una zona molto vasta e pianeggiante, costellata da decine di piccoli e grandi corsi d’acqua. Il clima è caldo e umido, scandito per gran parte dell’anno da continue piogge torrenziali che rendono la giungla un acquitrino. Ma la gente è straordinaria: volti induriti da anni di sofferenza e dalle condizioni estreme di questi territori eppure vivi e curiosi, che mi aspettavano con entusiasmo senza sapere cosa fossi venuto a fare lì. Volevano raccontarmi quello che sono riusciti a costruire per cambiare questa terra, confrontandosi con chi viene da altri mondi.

Per questa gente, anch’essa di etnia africana, le uniche risorse da utilizzare per vivere sono la legna e, soprattutto il pesce, di fiume e del mare poco distante. Fino a tre anni fa, quando la zona era saldamente in mano ai narcotrafficanti, lo potevano solo consumare; il resto lo buttavano perché non era nemmeno pensabile trovare il modo di venderlo, al di fuori del mercato strettamente locale. Oggi, la comunità è rinata e vive un clima da liberazione. Nei villaggi sono nate cooperative di pescatori, che riuniscono le famiglie impegnate in quest’attività: Asparboc è una di esse e ha già aperto una pescheria. A noi europei può sembrare una sciocchezza, ma in questa zona, depredata per 40 anni da Farc e paramilitari, è un evento fondamentale. Vogliono che trasmettiamo loro la nostra esperienza: c’è bisogno di tecnici che mettano in piedi sistemi di lavorazione, conservazione, refrigerazione del pesce. Il Governo ha stabilito con loro una sorta di contratto: noi vi diamo un incentivo economico e assistenza tecnica, ma voi vi assumete la responsabilità di investire le risorse, sviluppare e far produrre in modo ecosostenibile il vostro territorio. Una sorta di Piano Marshall in miniatura, ma con, come protagoniste, le stesse comunità che, per tanti anni, noi stessi abbiamo sfruttato con la nostra, incontentabile ‘domanda’ di droga.
Questi progetti di sviluppo alternativo stanno funzionando. Diventano un simbolo: un virus positivo e contagioso che libera potenzialità ed energie per troppo tempo represse dall’antistato dei narcos.

A una cinquantina di chilometri a nord, nei pressi di Necoclì, si comincia a respirare un’aria caraibica. Spiagge bianche ed un mare cristallino dove si immergono foreste incontaminate. Qui, il sogno delle comunità locali è dare vita ad un grande comprensorio ecoturistico, proprio come hanno fatto a Santa Marta, più a nord, anch’essa regno dei narcos per la sua posizione strategica: una montagna che, dalla giungla, sale fino a 5.000 metri pur trovandosi a un passo dal Mar dei Caraibi e dalle rotte che portano la droga fino in Florida.
A Necoclì, in soli tre anni, hanno costruito sette posadas, veri e propri alberghi composti da bungalows costruiti secondo la tradizione usando legni, tessuti e fibre vegetali locali. Nella loro semplicità sono bellissime, e creano un sistema integrato utilizzando i legni e il pesce, il caffè e il cacao delle altre cooperative e comunità.

Donald ha 30 anni, è un meticcio di origine africana, ha due figli piccoli e mi sembra, nei modi, nell’ironia e nello sguardo furbo, la versione caraibica di uno scugnizzo napoletano. Di mestiere, ha fatto tutta la vita il gualchero, cioè il saccheggiatore di siti archeologici precolombiani. Conosce perfettamente il territorio fino a Cartagena e, nel passato, cedeva i reperti trovati a trafficanti clandestini che li portavano all’estero. Oggi, invece, si è inventato una sorta di piccolo museo all’interno di una delle posadas, dove i suoi oggetti, ordinati in piccole teche di legno e vetro, rappresentano un’attrattiva turistica. Grazie all’Unodoc, ha trovato un giovane antropologo e, insieme, stanno ultimando l’inventario. “Venderli significava depredare la nostra comunità”, mi dice. “Adesso che non ci sono più il narcotraffico e la violenza, voglio contribuire anch’io allo sviluppo della comunità. Spero che i miei figli crescano liberi e siano orgogliosi di me.

Rifletto. Davvero noi europei pensiamo che tutto questo non ci riguardi? Ci rendiamo conto che ogni ettaro strappato alla coca e conquistato da cacao e caffè equivale a 5 chili di polvere bianca che non arrivano alle narici di giovani e meno giovani europei? E, ancora, che ogni grammo pippato ad Amsterdam o a Milano distrugge tre ettari di foresta sudamericana, avvelenati dalle sostanze chimiche sparse sul territorio da chi coltiva e raffina la droga?
Mi pare che, su questi temi, ci comportiamo un po’ come quel pianista che continuava a suonare mentre la nave stava affondando. Credo che dovremmo cambiare prospettiva. La nave sulla quale abbiamo passato tanti anni, godendo di floride condizioni economiche e di un Pil sempre in ascesa, sta andando giù. E il problema maggiore che ci troviamo di fronte non è tanto il crollo della finanza creativa, che ha per protagonisti broker e tycon tra l’altro affogati in un mare di cocaina. E’ piuttosto il mondo degli adulti e il loro rapporto, spesso malato e diseducativo, con i ragazzi. La droga non nasce nella giungla sudamericana o sulle montagne afgane, ma dentro di noi, nutrendosi della nostra indifferenza e rassegnazione.
(ha collaborato Carlo Forquet)

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